Ha perso il primo “round”, ma la Rai non scende dal “ring” della sfida giudiziaria sul Festival che verrà. Anzi, contrattacca tramite il deposito di un nuovo ricorso, questa volta al Tar ligure dopo il verdetto sfavorevole appena incassato dal Consiglio di Stato, che ha detto no alla richiesta di sospensiva della sentenza che ha sgretolato le certezze accumulate nei 75 anni della kermesse. Ora il mirino si sposta da quel clamoroso verdetto pronunciato nel dicembre scorso, con cui il Tribunale amministrativo regionale ha di fatto bocciato il sistematico ricorso alle convenzioni con il Comune per la gestione (ed i relativi diritti) dell'evento più importante della tv italiana, alla conseguente gara ad evidenza pubblica impostata dall'amministrazione comunale.
Il ricorso in questione, infatti, è contro la delibera varata dalla giunta Mager il 4 marzo scorso che contiene i punti cardine per arrivare ad affidare l'organizzazione e la trasmissione della gara canora nel triennio 2026/2028, con possibile prolungamento biennale. E considerato che, in sostanza, si tratta di un atto d'indirizzo destinato all'ufficio competente (turismo e manifestazioni), al quale spetta il compito della pubblicazione del bando, la Rai non ne chiede la sospensiva. L'impugnazione va inquadrata nelle azioni legali, nessuna esclusa, che la Tv di Stato ha messo in conto per non farsi scippare il Festival, dal quale ricava una montagna di denaro in fatto di pubblicità (circa 65 milioni la raccolta dell'edizione andata in archivio a metà febbraio) e ricadute senza eguali in termini di audience anche per i programmi che fanno da cassa di risonanza.
Quanto all'istanza cautelare respinta dalla quinta sezione del Consiglio di Stato, presieduta da Paolo Giovanni Nicolò Lotti, nell'ordinanza si escludono ragioni di “periculum in mora” in termini di “attuale pregiudizio grave e irreparabile per l'istante, alla luce della sentenza impugnata”, tali da giustificare l'accoglimento della richiesta. Ciò partendo dal presupposto che è già fissata da tempo l'udienza di merito per il 22 maggio prossimo. I giudici romani rilevano, poi, che “le deduzioni cautelari da ultimo svolte dall'istante attengono principalmente alle specifiche 'modalità' con cui il Comune ha inteso dare esecuzione alla sentenza”. Modalità che hanno irritato non poco l'ente di Viale Mazzini, attivate dopo la conclusione di un'altra edizione trionfale del Festival, senza attendere eventuali mosse dalla capitale, ma (da sottolineare) nel pieno rispetto delle conclusioni alle quali sono giunti quattro mesi fa i giudici genovesi.
Da qui la nuova iniziativa legale, in attesa dell'avviso di manifestazione d'interesse, non ancora pubblicato da Palazzo Bellevue. Davanti all'organo d'appello amministrativo si sono costituiti in giudizio lo stesso Comune, Rai Pubblicità e l'etichetta discografica Je di Sergio Cerruti, dal cui ricorso contro la consolidata abitudine delle convenzioni è scoppiato il caso-Festival. La giunta ha fissato, tra i parametri principali del bando, una base d'asta di 6,5 milioni annui (contro i 5 dell'ultimo contratto) e non meno dell'1% a favore del Comune sul monte ricavi, oltre a pretendere garanzie sull'ampia copertura mediatica dell'evento e alcuni elementi aggiuntivi, come la produzione in città di altri appuntamenti. Insomma, un affare per pochi broadcaster qualificati.
Molto, se non tutto, dipende dallo stesso Consiglio di Stato, al quale si sono appellati tanto la Rai quanto il Comune, contro la sentenza del Tar che spariglia le carte. Il d-day è fissato per il 22 maggio, quando si entrerà nel merito della questione. Nel frattempo, la manifestazione d'interesse dovrebbe far uscire allo scoperto i pretendenti al regno televisivo di 'sua maestà il Festival'.

















