Da Ventimiglia a La Spezia. Da Sanremo fino a Roma. Il caso di Nessy Guerra nelle ultime settimane ha attraversato tutta l’Italia seguendo un percorso che ormai va ben oltre la cronaca locale o giudiziaria. Perché quella della 26enne sanremese bloccata in Egitto insieme alla figlia Aisha non è più soltanto una vicenda processuale. È diventata una storia politica, umana, mediatica. Una di quelle storie che lentamente iniziano a scavare nella coscienza collettiva fino a diventare impossibili da ignorare.
E forse la vera fotografia di questo cambiamento è arrivata martedì sera, dentro la sala stampa della Camera dei Deputati, quando parlamentari di schieramenti opposti, giornalisti, amministratori locali e attivisti si sono ritrovati fianco a fianco per chiedere una sola cosa: riportare Nessy e Aisha in Italia. Fino a poche settimane fa sembrava una battaglia confinata a poche persone. Alla famiglia. All’avvocata Agata Armanetti. A chi aveva scelto di credere alla versione di una giovane donna che da oltre due anni racconta di vivere nascosta, nella paura che qualcuno possa portarle via sua figlia. Oggi qualcosa sembra essere cambiato. Il caso è esploso sui social, si è trasformato in petizioni, manifestazioni, appelli pubblici, interventi politici. Persino nei consigli comunali liguri si continua a parlare di Nessy Guerra: da Sanremo a Imperia, fino agli ultimi interventi arrivati anche da La Spezia.E la sensazione che filtra da chi segue questa vicenda giorno dopo giorno è che basti ormai una scintilla per cambiare completamente lo scenario.
Perché il tempo, nel caso di Nessy Guerra, non è un dettaglio. Lo hanno ripetuto più volte negli ultimi giorni sia la stessa Nessy sia la sua avvocata. La 26enne sanremese non rischia soltanto i sei mesi di carcere e i lavori forzati previsti dalla condanna per adulterio. Non rischia soltanto di essere separata dalla figlia Aisha. C’è un altro elemento che, nelle parole di chi le sta accanto, continua a emergere con sempre maggiore preoccupazione: la sua stessa sicurezza personale. Ed è proprio questo uno dei punti che più hanno colpito durante la conferenza stampa di Montecitorio. Alle parole dell’ex marito Tamer Hamouda, negli ultimi anni, sono quasi sempre seguiti fatti concreti. Denunce. Video. Minacce. Esposti. Messaggi deliranti pubblicati sui social. Escalation continue. Per questo, negli ambienti che da mesi sostengono Nessy Guerra, cresce la paura che la situazione possa precipitare ulteriormente.
Eppure, in mezzo a tutto questo, qualcosa sembra essere cambiato. Forse non ancora dal punto di vista diplomatico. Non ancora concretamente. Ma sicuramente sul piano dell’attenzione pubblica e politica. Perché se, come ha detto Agata Armanetti, “dal punto di vista giuridico è stato fatto tutto e oltre il tutto”, allora è evidente che oggi il terreno della partita sia un altro. Politico. È questo il messaggio che martedì sera è risuonato con forza dentro Montecitorio. Non più soltanto nuove strategie processuali o nuovi avvocati. Ma la richiesta esplicita di un intervento politico e diplomatico. La stessa Armanetti lo ha detto chiaramente: “Il tempo del diritto è finito”. E allora la sensazione è che il vero obiettivo di queste settimane non sia più soltanto raccontare la vicenda di Nessy Guerra, ma impedire che cada nel silenzio.
La nascita di un comitato spontaneo, le prese di posizione bipartisan, le interrogazioni parlamentari, le manifestazioni pubbliche e la pressione social stanno costruendo attorno alla giovane sanremese qualcosa che fino a pochi mesi fa non esisteva: una rete. Un tentativo collettivo di tenere acceso il caso abbastanza a lungo da costringere qualcuno, prima o poi, a muoversi davvero. L’immagine che forse descrive meglio tutto questo è quella di un branco di salmoni che risale la corrente insieme. Da soli difficilmente riuscirebbero a spostare qualcosa. Uniti, invece, continuano a colpire la stessa pietra sperando che prima o poi si muova. E forse, per la prima volta da mesi, quella pietra sembra essersi incrinata.
La speranza, naturalmente, resta una sola: che Nessy e la piccola Aisha possano tornare in Italia il prima possibile. Non sarà semplice. Probabilmente non sarà rapido. Anche perché, stando alle ultime dichiarazioni dell’avvocata Agata Armanetti, il Ministero degli Esteri sembrerebbe ancora intenzionato a percorrere soprattutto la strada giuridica e diplomatica, valutando ulteriori soluzioni processuali. Ma il vento, almeno mediaticamente e socialmente, sembra essere cambiato. E in una storia che per troppo tempo si è consumata nel silenzio, questo potrebbe non essere un dettaglio secondario. “Time is running out”, cantavano i Muse. Ma quando una storia smette di essere soltanto privata e diventa collettiva, anche il tempo sembra iniziare a scorrere in modo diverso.