Attualità - 28 aprile 2026, 19:28

“Ho paura di finire in carcere e di perdere mia figlia”: il grido disperato di Nessy Guerra dopo la condanna in Egitto

Sei mesi confermati dalla Corte d’Appello: la madre sanremese in lacrime sui social lancia un appello alle istituzioni italiane. “Nessuno ci ascolta, non possiamo più andare avanti così”

La notizia arriva al mattino, ma è nel pomeriggio che prende forma il suo peso reale, umano, quasi fisico. Non nelle aule di tribunale, ma attraverso uno schermo. In lacrime, con la voce spezzata, Nessy Guerra torna a parlare sui social poche ore dopo la decisione della Corte d’Appello di Hurghada che ha confermato per lei sei mesi di carcere per adulterio. Non è più solo una vicenda giudiziaria internazionale: è una richiesta di aiuto che attraversa confini, linguaggi, istituzioni.

“È uscita questa mattina la sentenza nella causa per adulterio: la Corte d’Appello ha deciso di condannarmi a sei mesi di carcere, confermando la pena”. Le parole arrivano senza filtri, come un flusso continuo, difficile da contenere. “Questa notizia non ce l’aspettavamo, e sono sconvolta”.

Il punto, però, non è solo la condanna. È ciò che quella porta con sé. “Ho paura di perdere la mia bambina, ho paura di finire in prigione in Egitto”. È una frase che sposta tutto. Dal piano legale a quello esistenziale. Dalla cronaca alla vulnerabilità.

Da mesi, il caso di Nessy Guerra si muove su più livelli: giudiziario, diplomatico, mediatico. Ma nel racconto che la donna affida ai social non ci sono codici né strategie. Solo stanchezza. “Non so più come chiedere aiuto. Abbiamo fatto centinaia di appelli, ma nessuno ci ascolta. Dopo tre anni ci troviamo in una situazione sempre peggiore, molto più grave rispetto all’inizio”.

Nel suo racconto, la vicenda torna all’origine. “L’unica cosa che ho cercato di fare è stata scappare da quell’uomo con la mia bambina e proteggerla. E invece ci ritroviamo qui”. Qui, oggi, significa in un punto in cui il tempo sembra essersi contratto: tre anni ridotti a una sentenza, a un rischio concreto di detenzione, a una paura che ha un nome preciso.

Infine, l’appello rivolto alle istituzioni italiane, chiamate in causa direttamente. “Spero davvero che chi di competenza — il governo italiano, le istituzioni — si metta una mano sulla coscienza e ci aiuti, perché non riusciamo più ad andare avanti così. Questa storia sta diventando insostenibile”.

La conferma della condanna rappresenta un passaggio importante nella vicenda giudiziaria, ma lascia aperti numerosi interrogativi sui prossimi sviluppi, in particolare per quanto riguarda la posizione della donna e il futuro della figlia.