Vengo spesso a Sanremo e scelgo sempre il treno. Non per passione per i binari, ma per necessità: i cantieri autostradali con cui siamo costretti a convivere — e che secondo le previsioni ci accompagneranno ancora per decenni, il tempo necessario ad Autostrade per l'Italia per ammortizzare gli effetti della scellerata gestione targata Benetton e soci — rendono l'auto un'opzione sempre meno praticabile. E il rientro non è da meno: la coda di 25 chilometri prima dello svincolo per Savona è ormai un classico, un'abitudine che Autostrade non sembra avere alcuna fretta di risolvere.
Poi ci sono i costi. Dalla barriera di Como a Sanremo, il pedaggio raggiunge cifre che fanno impallidire: siamo nell'ordine di una vignetta autostradale svizzera annuale. Aggiungete il carburante, e il conto finale supera comodamente quello di un biglietto ferroviario andata e ritorno.
Eppure il treno, alternativa in teoria più comoda ed economica, ha i suoi problemi. Parte puntuale — questo va riconosciuto — ma accumula ritardi lungo la tratta in modo inspiegabile, come se l'importante fosse partire e non arrivare. Senza contare la sporcizia dei convogli e un servizio snack che, quando funziona, va classificato come evento straordinario.
In sintesi: sulla Riviera di Ponente, tra autostrade e ferrovia, i viaggiatori sono stretti in una morsa senza via d'uscita. Un sistema di trasporti che — con tutto il rispetto per i paragoni geografici — non ha nulla da invidiare al cosiddetto terzo mondo. Il tutto, sia chiaro, sotto la supervisione di dirigenti riccamente retribuiti ai vertici dei vari enti preposti.
D.C.".














