Riprendendo la sua storia ‘a puntate’ di Sanremo nel Novecento, il sanremese Andre Ganolfo ci ha scritto per soffermarsi con il suo contributo su un periodo della storia matuziana, relativamente breve, ma denso di importanti avvenimenti storici, ossia quello dall’avvento del fascismo, dopo la marcia su Roma nell’ottobre 1922, all’instaurazione della dittatura fascista, con il discorso di Mussolini alla Camera del 3 gennaio 1925. Ecco il suo racconto di questo fondamentale biennio di storia della nostra città.
Nel marzo 1923 era avvenuta la fusione a livello nazionale tra il Partito Nazionale Fascista e il Partito Nazionalista; nello stesso periodo anche a Sanremo si diede esecuzione alla fusione tra le sezioni locali del Partito Fascista e di quello Nazionalista nel corso di una solenne cerimonia al Teatro Principe Amedeo. Dopo la fusione venne eletto il nuovo Direttorio della Sezione sanremese del PNF, che risultò composto dall'avvocato Carlo Enrico Pianavia Vivaldi, dal ragioner Pierino Perotti, dal dottor Lino Banchio e dal conte Raffaele del Castillo. Pochi mesi dopo giunse a Sanremo un altro ospite particolarmente illustre, l'ultimo Sultano ottomano Maometto VI, arrivato alla stazione ferroviaria il 19 maggio 1923 in volontario esilio. Il Sultano, accompagnato dal figlio principe Ertogroul, dal primo consigliere e medico personale Rechad Pascià, dal secondo consigliere colonnello Zecky Bay, ex comandante della Guardia Imperiale e da un numeroso seguito, fu accolto nella città matuziana dal principe Aziz Hassan, da tempo residente a Sanremo dopo il suo allontanamento dall'Egitto, e dal console britannico Turton. Subito dopo il suo arrivo, Maometto VI prese alloggio con i membri della famiglia e gli accompagnatori nelle due ville Nobel di corso Cavallotti. Nel corso della settimana si recarono quindi a rendere omaggio all'ex sovrano turco il sottoprefetto Baratono, il sindaco Bensa, il presidente del Tribunale Nani e il procuratore del re Martini. Raggiunto una ventina di giorni dopo dalle sue tre mogli, il Sultano iniziò il suo soggiorno sanremese conducendo una vita piuttosto appartata e fumando moltissimo nonostante fosse sofferente di cuore. Le notizie che giungevano dalla Turchia non erano però confortanti: Kemal Pascià stava infatti consolidando il suo regime e si accingeva a far proclamare la repubblica e farsi nominare presidente. Maometto VI non rinunciò tuttavia mai a rivendicare per tutto il periodo dell'esilio i suoi diritti al trono imperiale sia come Sultano, cioè sovrano, che come Califfo, cioè capo religioso musulmano.
Il soggiorno sanremese del Sultano ottomano fu comunque caratterizzato da un'estrema riservatezza, anche se pare che Maometto si recasse spesso al Casinò di Montecarlo per giocare al tavolo verde. L'ex sovrano turco fece inoltre parlare di sé per le sue frequenti elargizioni di fondi destinati ad iniziative benefiche e umanitarie e per dotare di rilevanti premi importanti manifestazioni sportive. La vita della piccola corte sanremese riunita attorno al Sultano fu però turbata dal suicidio del medico personale di Maometto VI Rechad Pascià, uccisosi la sera del 23 marzo 1924 per non poter più sopportare l'umiliazione di vedere il suo sovrano in esilio. Nella stagione invernale 1925-26 il Sultano e la sua corte si trasferirono in un'altra sontuosa residenza, Villa Magnolie, già conosciuta come Villa Dufour. In questa villa Maometto ricevette tra gli altri nella primavera del '26 una delegazione di giovani studenti universitari turchi, arrivati a Sanremo per rendere omaggio al vecchio sovrano. Il 13 maggio 1926 il Sultano inviò quindi un proclama ai delegati del mondo islamico riuniti in congresso al Cairo, invitandoli a impedire che Mustafà Kemal imponesse la sua dittatura anche ai popoli dell'Anatolia. Due giorni dopo Maometto VI morì stroncato da un attacco cardiaco. La sua salma imbalsamata rimase poi per trenta giorni esposta in una sala di Villa Magnolie all'interno di un prezioso sarcofago realizzato dalle pompe funebri dei fratelli Bertrand. Il 16 giugno successivo si tennero i funerali dell'ultimo Sultano, trasportato su un vecchio carro fuori uso della Croce Verde sanremese fino alla stazione ferroviaria, dove la salma fu caricata su un treno, che partì alle 14,20 alla volta di Trieste per proseguire poi verso Damasco.
Intanto la Giunta Bensa stava attraversando un periodo particolarmente difficile, dovuto alle numerose critiche di natura politica avanzate dalle opposizioni. Alla fine, nell'agosto 1923, Bensa fu costretto a rassegnare le dimissioni durante una seduta del Consiglio Comunale. Le dimissioni di Bensa non furono però accolte positivamente dalla maggioranza consiliare, che, dopo una breve consultazione, redasse un ordine del giorno nel quale, premesso che le dimissioni della Giunta erano state date in seguito all'iscrizione di alcuni suoi membri al PNF e ritenendo che tale fatto potesse contribuire ad una migliore conduzione amministrativa della città, respinse le dimissioni di Bensa invitando il sindaco e i suoi assessori a rimanere al loro posto. Si venne allora a creare una situazione di scompiglio in quanto le minoranze socialiste e popolari avrebbero voluto invece accettare le dimissioni della Giunta per assumere loro stessi il governo della città, ma a tutto pose fine la decisione del governo di sciogliere il Consiglio nominando nello stesso tempo l'ex sindaco Bensa commissario straordinario. Furono quindi chiamati a collaborare con Bensa, che assunse il suo nuovo incarico nell'agosto del '23, i commissari aggiunti Gerolamo Vigo all'Igiene, Eugenio Goeta ai Lavori pubblici, Enrico Pianavia Vivaldi, che era a sua volta anche membro del Direttorio del PNF sanremese, allo Stato Civile e Antonio Martini alle Imposte. Pochi mesi dopo si tenne la solenne inaugurazione del Monumento ai Caduti di Sanremo alla presenza del re Vittorio Emanuele III e della regina madre Margherita. L'iniziativa di erigere un monumento ai Caduti a Sanremo era stata presa già nel gennaio 1921 dall'Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, presieduta dal ragioner Aldo Ravina, che il 20 marzo dello stesso anno venne anche nominato presidente del Comitato Esecutivo per la realizzazione del monumento.
Il Comitato, poi presieduto dal professor Antonio Canepa e dal sindaco Bensa, incominciò allora a raccogliere i fondi necessari per l'erezione del monumento, ai quali contribuì anche la regina Margherita che riuscì a ottenere dalle Ferrovie dello Stato 80 quintali di rottami di bronzo ad un prezzo ribassato dal 40%. Nel giugno del '23 tutto era pressoché terminato e il sindaco Bensa, accompagnato dal vice presidente del Comitato Giovanni Boeri, fu ricevuto a Roma dal re, che accettò l'invito di recarsi a Sanremo per presenziare all'inaugurazione del monumento. Il 12 novembre 1923 Vittorio Emanuele III giunse a Sanremo proveniente da Racconigi accompagnato dal principe Umberto e dal generale Cittadini, suo aiutante di campo. Il re, accolto alla stazione ferroviaria dall'alto commissario delle FFSS Torre, in rappresentanza del governo, dal prefetto di palazzo duca Borea d'Olmo, dal senatore Marsaglia e dalle autorità cittadine, passò allora in rassegna i reparti del 42° Reggimento Fanteria e di dodici bande musicali, mentre la corazzata Duilio, ancorata nella rada del porto insieme al cacciatorpediniere San Martino, sparava ventuno cannonate a salve. Vittorio Emanuele III giunse quindi in corso Umberto e prese posto sul palco delle autorità accanto alla regina madre. Subito dopo venne tolto il velario che ricopriva il monumento, opera dello scultore Vincenzo Pasquali, mentre le bande musicali presenti intonavano l'inno del Piave. Dopoché il vescovo di Ventimiglia Ambrogio Daffra ebbe impartita la benedizione al monumento, prese la parola l'oratore ufficiale della cerimonia Corrado Marchi, direttore del «Corriere Mercantile» di Genova, che rivolse un saluto commosso ai caduti sanremesi, mentre tutti i rappresentanti delle associazioni combattentistiche, operaie, cattoliche, professionali e sportive della provincia sfilavano davanti al palco reale. Terminata la cerimonia, il re si recò alla chiesa russa per visitare le tombe dei suoi suoceri e quindi al Casinò Municipale, dove ricevette l'omaggio delle principali personalità del mondo politico locale, tra cui anche il Sultano Maometto VI con il quale il re ebbe un breve colloquio. Verso le 12 Vittorio Emanuele III si recò infine alla stazione ferroviaria, dove salì sul treno reale partendo subito dopo alla volta di Bordighera per raggiungere la regina madre e il principe ereditario. Pochi giorni dopo l'inaugurazione del Monumento ai Caduti gli iscritti della Sezione sanremese del PNF procedettero all'elezione del nuovo Direttorio del Fascio, a capo del quale venne nominato l'avvocato Pianavia Vivaldi, che era già stato membro del vecchio Direttorio e, come si è detto, ricopriva anche l'incarico di commissario aggiunto allo Stato Civile nell'Amministrazione commissariale presieduta dall'ex sindaco Bensa.
Negli anni Venti riprese anche con particolare vigore la costruzione di nuove strutture ricreative, tra le quali spicca quella del Cinema Teatro Centrale, inaugurato il 20 marzo 1924. Il nuovo teatro era stato costruito nella centralissima via Vittorio Emanuele II, oggi via Matteotti, sullo stesso terreno in cui erano stati realizzati prima l'Arena Sisto, poi il cinematografo Parisiana, diventato successivamente Marconi e infine Moderno. Il Centrale, edificato su iniziativa dell'imprenditore Aurelio Berardinelli, già proprietario di un cinematografo a Salsomaggiore Terme, venne progettato dall'architetto Guido Tirelli, direttore dell'Ufficio Tecnico del Comune di Salsomaggiore Terme e ingegnere capo della grande fabbrica delle Terme Belzieri nella stessa città, mentre le opere in cemento armato furono realizzate dall'impresa Ugo Jacazio di Genova, i ferri battuti da Alessandro Mazzucotelli e gli affreschi della cupola da Galileo Chini. Al teatro, completato nel 1928 con la costruzione del prospetto esterno, fu poi aggiunto un nuovo cinema, ad esso adiacente, il Tabarin, inaugurato nel 1929. Il Centrale sarebbe stato quindi acquisito nel 1933 dai Vacchino, la nota famiglia di imprenditori cinematografici sanremesi, già gestori del Teatro Principe Amedeo e del Cinema Sanremese. Poco più di un mese dopo l'inaugurazione del Centrale, giunse a Sanremo la notizia che il Consiglio dei ministri aveva approvato un regio decreto legge, il n. 636 del 24 aprile 1924, relativo alla disciplina delle case da gioco che prevedeva la concessione del gioco d'azzardo in alcune località che fossero state, da almeno dieci anni, sedi di stazioni climatiche, balneari o idrotermali e che non risultassero vicine a centri con popolazione superiore a 200.000 abitanti; il decreto legge fissava inoltre a 100.000 lire la cauzione che si sarebbe dovuta versare allo Stato per ottenere tale concessione. La delibera ministeriale suscitò molto fermento in città e le autorità comunali inziarono subito ad attivarsi per ottenere finalmente quello che da tanto tempo andavano chiedendo al governo. La concessione in questione non aveva però durata annuale, ma valeva soltanto per 151 giorni, cioè per la stagione invernale che andava dai primi di dicembre alla fine di aprile. Il canone da versare al Comune venne fissato a 865.000 lire, di cui una parte avrebbe dovuto essere devoluto a Ospedaletti e Bordighera in quanto questi ultimi due Comuni avevano ricevuto l'ordine di chiudere i loro Casinò e tutti i Circoli dei forestieri dove si praticava solitamente il gioco d'azzardo. Si predispose allora un capitolato d'appalto al quale concorsero molti impresari, tra i quali gli ex concessionari Lurati e Locatelli, l'allora concessionario Antonio Cagliani e un gruppo di esercenti locali guidati da Bartolomeo Maglio. La concessione venne alla fine aggiudicata a Cagliani, che continuò a gestire il Casinò in un clima però di perenne conflittualità con le autorità comunali che non condividevano i metodi di conduzione della Casa da Gioco da parte del suo concessionario.
Nel maggio 1924 il commissario Bensa, che aveva proposto la costruzione di un inceneritore per i rifiuti urbani in Valle Armea, venne sostituito da un altro regio commissario, il cavaliere Raffaele Fiammingo, originario di Diano Marina e già segretario del prefetto di Imperia. Nello stesso periodo venne anche sciolta d'autorità la sezione locale del PNF, che era appena uscito da una grave crisi politica che si era inevitabilmente riflessa sulla pubblica amministrazione sanremese. La Sezione fu allora affidata in gestione provvisoria ad un alto commissario, scelto nella persona del cavalier Carlo Antignano, che ne assunse la direzione predisponendo l'apertura di nuove iscrizioni al Partito. Oltre alla nomina di Antignano fu anche deciso il trasferimento della sede del Fascio di Sanremo nei locali al piano terreno del palazzo della Pubblica Istruzione, accanto agli uffici dello Stato Civile. Nel dicembre del '24 il commissario Fiammingo venne quindi sostituito da un altro commissario prefettizio, l'ex sindaco della città Alfredo Natta Soleri, che avrebbe guidato l'Amministrazione civica fino al settembre 1925. All'inizio del '25, intanto, venne creata la Stazione Sperimentale di Floricoltura «Orazio Raimondo», istituita con regio decreto del 25 gennaio 1925. L'idea di istituire a Sanremo una stazione sperimentale per la floricoltura era stata peraltro già prospettata fin dal 1916 in occasione del primo Convegno Floreale tenutosi nella città matuziana. Si pensò allora di creare un organismo che tutelasse la floricoltura, come stavano già facendo altre istituzioni similari per la cerealicoltura, la viticoltura e l'orticoltura. L'iniziativa venne sostenuta con particolare tenacia e convinzione dall'avvocato Orazio Raimondo, ex sindaco di Sanremo e allora deputato per il Partito socialista, che, oltre a sollevare per primo il problema sottoponendolo all'attenzione del governo, contribuì a sovvenzionare personalmente l'istituzione, che sarebbe stata aiutata finanziariamente in seguito da numerosi privati, Comuni ed Enti locali. Ottenuta finalmente l'autorizzazione governativa, la Stazione iniziò quindi la sua attività nel gennaio 1925 sotto la direzione del celebre agronomo sanremese Mario Calvino, uno dei massimi esperti di floricoltura a livello internazionale. Ad affiancare Calvino furono chiamati la moglie Giuliana Eva Mameli in qualità di assistente botanico, e il dottor Ernesto Parodi nelle funzioni di assistente volontario. La presidenza venne invece assunta dal valente economista floricolo Paolo Stacchini, che l'anno succesivo, per motivi di salute, l'avrebbe ceduta al sanremese Domenico Aicardi. Nel corso della sua attività scientifica la Stazione Sperimentale introdusse molte specie e varietà nuove specialmente dalle zone subtropicali e tropicali, al fine di acclimatare in Riviera piante da fiore ancora poco note, e si occupò anche della produzione di nuove varietà di fiori, tra i quali in particolare rose e garofani.













