In occasione della serata finale del 65° Festival della Canzone italiana, che si celebrerà tra poche ore al Teatro Ariston, il nostro lettore Andrea Gandolfo ci ha inviato il suo racconto della storica prima finale, nel lontano 1951, e precisamente la sera del 31 gennaio di quell'anno, quando la manifestazione si era svolta, com'è noto, nel Salone delle Feste del Casinò.
Al termine delle due serate preliminari, mercoledì 31 gennaio 1951 si svolse la serata finale del primo Festival di Sanremo nel Salone delle Feste del Casinò della città dei fiori, nel corso della quale furono scelti i tre brani vincitori da una giuria composta dalle persone presenti in sala, e presieduta dal maestro Razzi per la Rai, Pier Busseti per il Casinò, Giovanni Asquasciati, vice sindaco di Sanremo, Mario Sogliano, capo ufficio stampa della casa da gioco, Nunzio Filogamo, l’avvocato Nino Bobba e una signora (il cui nome è rimasto ignoto) in rappresentanza del pubblico. La presentazione, brillantemente condotta da Filogamo, reduce dalla fortunatissima trasmissione radiofonica I quattro moschettieri (in cui interpretava il personaggio di Aramis), seppe abilmente conciliare le esigenze radiofoniche con quelle del Salone delle Feste, dove il pubblico stava cenando ed era in attesa di recarsi nei saloni dei Casinò per giocare alle roulettes. Un pubblico che, oltretutto, non gradiva melodie troppo impegnate e ascoltava tranquillamente la musica come se fosse a casa sua, tanto che, in ognuna delle tre serate, non appena finita la diretta radiofonica, l’Orchestra Angelini e i cantanti in gara si misero a cantare e suonare per le persone in sala, eseguendo una “jam session” jazzistica, assolutamente inconcepibile nei festival dei giorni nostri.
Le venti canzoni in gara erano: Al mercato di Pizzighettone, di Nino Ravasini e Aldo Locatelli, cantata da Achille Togliani e dal Duo Fasano; La cicogna distratta, di Armando Stefanini, Aldo Valleroni e Silvestro Nusca, interpretata dal Duo Fasano; Sedici anni, di Livio Gambetti, Mario Mariotti e Astro Mari, eseguita da Achille Togliani; Mani che si cercano, musicata da Giovanna Colombi Manfrini su testo di Gino Redi (nome d’arte di Luigi Pulci), cantata da Achille Togliani; Sorrentinella, con musica di Saverio Seracini e testo di Arrigo Giacomo Camosso, interpretata dal Duo Fasano; Tutto è finito, di Danilo Errico, Otello Odorici e Sergio Odorici, cantata da Nilla Pizzi; La margherita, di Ester B. Valdes, interpretata da Nilla Pizzi e dal Duo Fasano; Famme durmì, di Virgilio Panzuti e Danpa (nome d’arte di Dante Panzuti), cantata da Achille Togliani e dal Duo Fasano; Ho pianto una volta sola, con musica di Dino Olivieri e testo di Pinchi (nome d’arte di Giuseppe Perotti), interpretata da Nilla Pizzi; Grazie dei fior, musicata da Saverio Seracini su testo di Gian Carlo Testoni e Mario Panzeri, cantata da Nilla Pizzi; Eco fra gli abeti, musicata da Carlo Alberto Rossi su testo di Enzo Bonagura, interpretata da Nilla Pizzi e Achille Togliani; Oro di Napoli, di Angelo Brigada e Umberto Bertini, cantata dal Duo Fasano; Serenata a nessuno, di Walter Colì, interpretata da Achille Togliani; Notte di Sanremo, di Enzo Luigi Poletto, cantata da Nilla Pizzi; La luna si veste d’argento, musicata da Vittorio Mascheroni su testo di Biri (nome d’arte di Ornella Ferrari), interpretata da Nilla Pizzi e Achille Togliani; Sotto il mandorlo, con musica di Carlo Donida e testo di Gian Carlo Testoni e Mario Panzeri, cantata dal Duo Fasano; Mai più, di Fuselli e Rolando, cantata da Achille Togliani; È l’alba, musicata da Armando Trovajoli su testo di Gian Carlo Testoni, cantata da Nilla Pizzi; Mia cara Napoli, di Mario Ruccione e Salvatore Mazzocco, interpretata da Nilla Pizzi, e Sei fatta per me, di Fassino e Quattrini, cantata da Achille Togliani e dal Duo Fasano.
Giunsero in finale La cicogna distratta, Famme durmì, Sedici anni, Sotto il mandorlo, Grazie dei fior, Eco fra gli abeti, Al mercato di Pizzighettone, Serenata a nessuno, La margherita e La luna si veste d’argento, mentre furono escluse dalla finale Ho pianto una volta sola, Sorrentinella, Tutto è finito, Mia cara Napoli, È l’alba, Mani che si cercano, Notte di Sanremo, Mai più, Oro di Napoli e Sei fatta per me.
Grazie dei fior si classificò al primo posto, La luna si veste d’argento al secondo e Serenata a nessuno al terzo. Le canzoni erano piuttosto gradevoli ed alcune evidentemente ascrivibili al filone retorico-lacrimoso, allora di gran moda, del quale faceva sicuramente parte Serenata a nessuno, una canzone béguine caratterizzata da una struggente carica romantica, in cui, alla consueta autocommiserazione dell’innamorato, faceva immancabilmente riscontro l’infelicità della donna amata. Tra le altre canzoni ve ne erano poi alcune di ispirazione regionale, che testimoniano una certa ristrettezza provinciale che ancora caratterizzava l’ambiente della musica leggera del tempo, come Oro di Napoli, Mia cara Napoli e Notte di Sanremo (forse un omaggio alla città che ospitava la manifestazione), ma non mancavano brani che trattavano temi più impegnati come È l’alba di Trovajoli e Testoni (che ricordava Moonlight Serenade di Glenn Miller), Eco fra gli abeti di Rossi e Bonagura e La luna si veste d’argento di Mascheroni e Biri (un classico brano melodico “all’italiana”, rigorosamente in rima), mentre in Sedici anni Achille Togliani rimpiangeva gli anni della sua giovane età, con l’attenuante che i sogni dei sedici anni della sua generazione si erano infranti con la guerra.
Ma la canzone più bella del primo Festival è stata indubbiamente Grazie dei fior, un brano elegante, sofisticato, moderno, come l’amore che raccontava con un tono da cui traspariva però una vaga amarezza, forse un’eco di quel tema dell’incomunicabilità e del “male di vivere” che proprio in quegli anni cominciava ad essere affrontato dagli uomini di cultura più impegnati. Il brano, infatti, non risentiva di influenze di stampo popolaresco, e non casualmente faceva riferimento ad un ambiente dell’alta borghesia leggermente irretito dalla noia e dalla solitudine. Grazie dei fior era una canzone pregevole anche sotto il profilo musicale con almeno tre cambi di ritmo, un arrangiamento abbastanza moderno e ricordava vagamente un tipo di swing caratteristico del jazz bianco degli anni Trenta. Il fatto che il brano ricordasse nel titolo e nel testo la circostanza che il Festival si svolgesse proprio nella città dei fiori pare non fosse riconducibile all’idea originaria del suo autore Mario Panzeri; in realtà il pezzo era di buona fattura, rappresentando una béguine che perseguiva anche un timido rinnovamento nel mondo della musica leggera italiana del tempo, grazie soprattutto all’arrangiamento del maestro Cinico Angelini. La canzone avrebbe vinto grazie anche alla convincente interpretazione della Pizzi e avrebbe pure decretato il successo del relativo disco a 78 giri, di cui se ne sarebbero vendute ben 35.000 copie, una cifra ragguardevole per i tempi. Alla fine degli anni ’80 Renzo Arbore scrisse Grazie dei fiori bis per la sua trasmissione televisiva «Indietro tutta», e per cantarla chiamò accanto a sé proprio la Pizzi.
Durante la cerimonia di premiazione, alla stessa Pizzi, la cui vittoria del Festival le fruttò la somma di 80.000 lire (comprese 30.000 lire quali compenso straordinario per le “esibizioni serali in trasferta”), l’organizzazione non sarebbe riuscita a procurare nemmeno un bouquet di fiori, e così si rimediò all’ultimo momento consegnando alla cantante dei garofani, ormai avvizziti, fin lì utilizzati come ornamento del Salone delle Feste! Un’altra situazione imbarazzante si verificò, sempre in occasione della consegna dei premi, quando Nunzio Filogamo chiamò sul palco l’autore della musica della canzone vincitrice, Saverio Seracini, che però era rimasto a casa in quanto ammalato da vari anni di broncopolmonite, oltre ad essere divenuto cieco da alcuni mesi; non avendo ottenuto risposta, il presentatore, evidentemente a disagio, provò allora a tergiversare quando intervenne il maestro Angelini che, preso in mano il microfono, con voce leggermente emozionata, disse: «Il maestro Seracini non c’è, non verrà. Ha composto questa canzone poco dopo essere improvvisamente diventato cieco…». Ne seguì una commozione generale e fragorosi applausi da parte del pubblico. Secondo un’altra versione della cerimonia di premiazione, sarebbe stato invece un orchestrale, e non il maestro Angelini, ad annunciare al pubblico l’assenza forzata di Seracini, mentre Filogamo avrebbe utilizzato espressioni poco riguardose nei confronti dei musicisti. La prima edizione del Festival fu chiusa da Pier Busseti, che ringraziò la Rai per l’organizzazione della manifestazione e, presagendo il successo futuro della kermesse, dichiarò: «Se la canzone è così importante da essere al tempo stesso musica e costume, non si può non plaudire agli intenti di coloro che questo Festival hanno voluto».
Per quanto concerne la presenza del pubblico alle tre serate della manifestazione, le testimonianze del tempo non sono sempre concordi. Ad esempio, Antonio Dulbecco, sul «Nuovo Eco della Riviera» del 1° febbraio 1951, parlava di «una sala del Giardino d’Inverno gremita di folla, ansiosa di ascoltare, ma soprattutto di vedere, i beniamini che quotidianamente sente alla radio», e anche Mario De Luigi, un giornalista specializzato, annotava su «Musica e Dischi» che «dopo la prima serata abbiamo visto moltiplicarsi il numero degli spettatori. Risulterebbe che autori, editori e compositori, abbiano deciso di prendere da Milano, Torino, Roma e Napoli, il primo treno per Sanremo per assistere alla finalissima». Ma il famoso regista televisivo Sandro Bolchi, rievocando l’evento dopo molti anni, parlò di «un Salone delle Feste semideserto. Un sontuoso hangar vegliato da gruppi di lampade indebolite e un po’ giù di morale».
Del resto, anche la stampa, sia locale che nazionale, riservò scarsa attenzione all’avvenimento, come fecero, tra gli altri, «Il Nuovo Eco della Riviera», il giornale di Sanremo, che ne trattò in pochi e brevi articoli senza mai dare al Festival l’onore di aprire la pagina della cronaca cittadina, e lo stesso «Corriere della Sera», che dedicò alla kermesse soltanto pochissime righe in un trafiletto pubblicato il 1° febbraio 1951, nel quale, in stile asciutto e notarile, era riportata esclusivamente la notizia della vittoria della Pizzi. A seguire il primo Festival vi erano peraltro solo sei giornalisti: Alfredo Panicucci, Vincenzo Rovi Campanile, Aldo Locatelli, Angelo Nizza, Riccardo Morbelli e Mario Casalbore. In realtà, alcuni di questi si trovavano al Casinò per motivi del tutto casuali e non per fini esplicitamente giornalistici. Angelo Nizza, come si è visto, svolgeva le funzioni di addetto stampa della casa da gioco matuziana, e la sua presenza aveva un carattere, diciamo così, istituzionale; Riccardo Morbelli, che era stato con Filogamo e con lo stesso Nizza uno dei protagonisti della trasmissione radiofonica I quattro moschettieri, era lì soprattutto per incontrare i suoi vecchi amici; Aldo Locatelli era un giornalista ma anche autore di una delle canzoni in gara (Al mercato di Pizzighettone). Mario Casalbore era invece giunto casualmente a Sanremo mentre tornava da Montecarlo, in quanto, dovendo cambiare un assegno, era passato dal Casinò matuziano, dov’era conosciuto, per farselo cambiare in denaro contante. Egli stesso avrebbe poi raccontato moltissime volte quest’episodio, diventando in seguito una presenza fissa del Festival, di cui non mancò più una sola edizione fino alla fine degli anni Ottanta.
Nonostante le numerose difficoltà, il decollo della manifestazione fu rapidissimo, tanto che la gente, che aveva seguito la kermesse da casa via radio, rimase molto colpita dalle canzoni e ne decretò subito il grande successo. Già poche ore dopo la conclusione della prima serata, verso le tre di notte del 30 gennaio 1951, Nunzio Filogamo trovò sul bancone della portineria del Casinò un fascio di telegrammi pieni di complimenti per lui e per il Festival. Come ha raccontato lo stesso presentatore, i telegrammi «arrivavano un po’ da tutta Italia, ma anche dalla Francia, dalla Jugoslavia e, mi ricordo, anche da alcune navi. La gente mi ringraziava per quel saluto rivolto agli amici lontani». Era la chiara e inequivocabile dimostrazione che Filogamo aveva fatto breccia nei cuori degli ascoltatori e, soprattutto, che il Festival era piaciuto al grande pubblico e che l’idea di Pier Busseti era risultata vincente. Pur non essendo disponibili dati ufficiali, sembra comunque certo che, durante le tre serate del Festival, la Rete Azzurra, su cui andava in onda la commedia di Giuseppe Giacosa I diritti dell’anima, con protagonista Gianni Santuccio, abbia perso nettamente la battaglia degli ascolti con la Rete Rossa, che trasmetteva la rassegna canora. Un altro segnale del successo popolare del Festival traspare da un particolare rivelato proprio a Sanremo dal maestro Angelini, che molti anni dopo ha raccontato: «Finito il Festival, quando fummo tornati a Torino, venimmo a sapere che un po’ in tutta Italia la gente chiedeva, nei negozi, i dischi delle canzoni ascoltate al Festival, ma a quel punto ci si accorse che nessuno, ma proprio nessuno, aveva pensato ad inciderli. Così la Cetra, che era la casa discografica della Rai, in fretta e furia li preparò e li distribuì nei negozi». Il successo dei dischi delle canzoni del primo Festival testimonia ancora una volta la bontà dell’idea di Pier Busseti, lanciata per la prima volta da Amilcare Rambaldi e realizzata grazie soprattutto all’impegno di Giulio Razzi e dei suoi collaboratori, che avrebbero presto consolidato la fama di Sanremo e consacrato definitivamente la manifestazione a livello nazionale e internazionale.














