Sarà inaugurata domani alle 11, nel Chiostro della Chiesa di Sant’Agostino in via Cavour 55 a Ventimiglia, la mostra fotografica “ME, MYSELF & I = [WE]”, curata da Beatrice Piantanida con Davide Barella e Fabio Vassallo. L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al 18 giugno 2026 ed è stata realizzata in collaborazione con il progetto CITTÀ MIA. Partendo dalla celebre affermazione di Arthur Rimbaud, “Io è un altro”, la mostra propone una riflessione su cosa significhi oggi raccontare se stessi nell’epoca dell’immagine, vera o presunta tale. Il progetto ha coinvolto gli studenti dell’ultimo triennio dell’Istituto Professionale Marco Polo, chiamati a confrontarsi con il tema dell’autoritratto fotografico e con una ricerca personale sul concetto di identità.
Le fotografie esposte restituiscono risultati inattesi. Lontano dall’immaginario dominato dai selfie, dalle immagini costruite e dai contenuti filtrati che caratterizzano gran parte della comunicazione sui social network, gli studenti hanno scelto in larga misura altre forme di rappresentazione. Nelle opere trovano spazio luoghi significativi, persone care, dettagli intimi, immagini sfocate e frammenti di memoria che raramente compaiono nelle pagine social. L’esposizione mette così in evidenza una riflessione sulle fragilità, sulle radici e sull’identità profonda delle nuove generazioni. Le fotografie, prive di tecnicismi e spesso imperfette, raccontano una dimensione autentica dell’esperienza personale, distante dalla logica della performance e della costruzione dell’immagine pubblica.
Secondo il percorso proposto dalla mostra, quando i ragazzi sono invitati a riflettere realmente su se stessi, la spettacolarizzazione dell’io tende a lasciare spazio a una rappresentazione più sincera. Il passaggio dal selfie, inteso come “sé costruito”, al dettaglio sfocato, interpretato come “sé percepito”, diventa una dichiarazione di autenticità e un modo diverso di guardare alla propria identità. A suggellare questo percorso è una citazione di Kurt Cobain: “Come as you are, as you were, as I want you to be”, richiamo finale a un invito all’autenticità che attraversa l’intera esposizione.



















