C’è un numero che racchiude un’epoca: 40,405. Non è solo una misura, ma il simbolo di una sfida contro il tempo, la fatica e i limiti umani. È la distanza percorsa in un’ora da Luigi Ganna nel 1908, sul velodromo di Porta Ticinese, un’impresa che ancora oggi racconta la grandezza di uno dei pionieri del ciclismo.
Da quel numero prende il titolo il libro della giornalista Stefania Bardelli, “40,405”, un’opera che riporta alla luce la figura di un campione capace di segnare la storia dello sport italiano. Ma per capire davvero chi fosse Ganna bisogna partire dalle strade, da quelle polverose e spesso impraticabili dei primi del Novecento.
Tra le sue imprese più iconiche c’è la Milano-Sanremo, la corsa che più di ogni altra rappresenta l’anima del ciclismo. Non la gara patinata di oggi, ma una sfida estrema, fatta di chilometri su strade dissestate, sotto la pioggia e nel fango. Un terreno perfetto per Ganna, soprannominato non a caso “il re del fango”, capace di resistere dove altri si arrendevano.
Nato a Induno Olona nel 1883, Ganna arriva al ciclismo quasi per necessità. Muratore a Milano, percorre ogni giorno lunghi tragitti in bicicletta per lavoro. È lì che costruisce la sua forza, prima ancora che la sua carriera. Da quei viaggi quotidiani nascono le prime competizioni, poi i successi, fino a diventare uno dei protagonisti assoluti del ciclismo delle origini.
Il suo nome resta indissolubilmente legato anche al primo storico Giro d’Italia del 1909, che vince entrando definitivamente nella leggenda. Un trionfo che segna l’inizio di un mito e che contribuisce a costruire l’identità stessa del ciclismo italiano.
Ma Ganna non è solo atleta. È anche innovatore e imprenditore. Fonda un’azienda di biciclette a suo nome e contribuisce allo sviluppo tecnico del settore, introducendo uno dei primi rudimentali sistemi di cambio. Nel 1913 dà vita alla squadra Ganna, destinata a lasciare un segno profondo nella storia: nel 1951, con quei colori, Fiorenzo Magni conquisterà il Giro d’Italia.
Il racconto di Stefania Bardelli nasce anche da un legame personale. Luigi Ganna era lo zio del nonno dell’autrice, un filo familiare che si intreccia con la ricerca storica e la passione per il ciclismo. Il risultato è un ritratto autentico, che restituisce non solo il campione, ma l’uomo: tenace, visionario, profondamente legato alle sue radici.
“40,405” diventa così molto più di una biografia. È un viaggio dentro un ciclismo che non esiste più, fatto di sacrificio e coraggio, ma anche di intuizioni e futuro. Un racconto che riporta alla luce una figura fondamentale, capace di trasformare la fatica in leggenda. E mentre la Milano-Sanremo continua ogni anno a scrivere nuove pagine di storia, il nome di Luigi Ganna resta lì, all’origine di tutto. Come una pedalata che non si è mai fermata.















