Nell’ambito della sua storia dei comuni della provincia di Imperia, Andrea Gandolfo ci ha inviato una sua breve trattazione delle vicende del ridente paese di Perinaldo, nella valle del Crosia, la cui lunga storia affonda le sue radici nell’età protostorica per giungere, attraverso varie e alterne fasi, sino ai giorni nostri.
Nell’area dell’attuale Perinaldo è documentata la presenza di numerosi insediamenti umani fin dall’età protostorica, quando, oltre al territorio di Baiardo dove è attestata l’esistenza di una diffusa cultura celtoligure, la zona venne frequentata da gruppi di cacciatori protostorici in alcune postazioni di caccia presenti lungo il crinale orientale. Poco prima di raggiungere San Romolo, accanto ad una galleria, si stacca uno sterrato che conduce a Pian del Re, sul cui poggio è stato scavato un grande tumulo circolare appartenente a una necropoli risalente all’età del Bronzo finale, con recinto funerario protetto da un accumulo di ben diecimila pietroni oltre a varie opere megalitiche. La zona, che attualmente segna il confine tra i comuni di Perinaldo, Apricale, Baiardo e Sanremo, venne frequentato da cacciatori e pastori anche nell’età del Ferro, quando sulle cime dei monti Bignone e Caggio furono costruiti due castellari, i tipici nuclei agropastorali utilizzati dalle popolazioni liguri nell’età dei metalli. La stessa posizione del borgo, soprattutto sotto il profilo strategico, non esclude che il poggio dove tra l’XI e il XII secolo venne costruito il castello dei conti di Ventimiglia, possa essere stato in precedenza sede di un castellaro risalente all’età preromana. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente anche la zona di Perinaldo fu raggiunta da incursioni di orde barbariche, tra i quali i Longobardi, che assoggettarono il paese insieme a quello di Apricale a partire dalla metà del VII secolo, mentre, due secoli dopo, il territorio perinaldese venne ripetutamente assaltato dai Saraceni. Nel corso del X secolo, quando il re di Provenza Guglielmo guerreggiò nell’estremo Ponente ligure contro le incursioni saracene, un documento dell’epoca attesta l’esistenza di Villa Gionco “Willam Junchi”, una località ritenuta allora molto importante dal punto di vista strategico per arrestare il passaggio dei temuti corsari provenienti dal mare.
Nei primi anni del Mille il vescovo Tommaso di Ventimiglia della famiglia dei conti cedette al suo congiunto conte Rinaldo la tenuta chiamata Villa Gionco allora abitata da coloni. La cessione comprendeva il territorio corrispondente all’attuale Perinaldo dove, tra il 1045 e il 1055, venne fatto costruire un castello dal conte Rinaldo, che prese il nome di Rocca di Rajnaldo in quanto il maniero venne costruito sulla roccia. In breve tempo i casolari colonici sparsi nell’aperta campagna vennero gradualmente abbandonati e i contadini si rifugiarono nei pressi del castello del conte, che fece fortificare le sue mura per renderle adatte ad ospitare in caso di pericolo vassalli, coloni e servi. Fu così che i coloni che coltivavano la vasta tenuta del conte iniziarono a costruire le prime case, le quali, secondo le stesse volontà comitali, furono costruite nelle immediate adiacenze del maniero. Il castello e il piccolo agglomerato di case circostanti vennero allora battezzati con il nome di Podii Rajnaldi, ossia Poggio di Rainaldo, dal quale - come si è detto - sarebbe derivato il nome attuale di Perinaldo, che venne citato in documento del 31 dicembre 1263 stilato dal notaio Giovanni di Amandolesio, a riprova del fatto che il paese aveva già raggiunto allora una discreta importanza storica e politica, tanto che nell’atto sono riportati i nomi di due persone di Perinaldo, Ottone Gerardo e Guglielmo Cassino, che furono chiamati a Dolceacqua per testimoniare sui diritti di un certo Fulcone Curlo. Perinaldo rimase sotto il dominio dei conti di Ventimiglia per tutto il periodo del suo primo sviluppo sociale ed economico fino a quando il conte di Ventimiglia Oberto ne fece atto di vendita nel 1228 a Fulcone da Castello, appartenente ad una nobile famiglia ventimigliese, che lo amministrò per vari decenni. Il borgo venne poi venduto l’11 settembre 1288 a Oberto Doria, che voleva estendere i domini della sua signoria comprando anche Villa Gionco e una casa ubicata a Ventimiglia nella contrada dei Giudici. Oberto Doria acquistò quindi il castello detto “Rocca di Rainaldo” con Villa Giunco ed una casa di Ventimiglia al prezzo stabilito di duemila lire genovesi. Tale atto venne stipulato a Genova sotto il portico della casa di Bianca Doria alla presenza della stessa Bianca Doria, Baldassarre Spinola, Lanfranco Pignollo e Oberto Pascio in qualità di testimoni e del notaio Lanfranco di Maneri, che redasse il documento. Nel corso del XIII secolo Perinaldo fu governata, al pari del limitrofo centro di Apricale, dai locali Statuti, che regolavano minuziosamente l’attività politica e l’amministrazione della giustizia. Il borgo venne poi messo sotto assedio nel 1270 dalle truppe di Baliano Doria, inviato dalla Repubblica di Genova per debellare le forze guelfe che dominavano da Taggia a Ventimiglia. In quegli anni la popolazione di Perinaldo cominciò a costruire le sue case con una logica dalle caratteristiche tipicamente difensive che le consentisse di intrappolare l’assediante nel caso fosse riuscito ad entrare nel paese.
Tale sistema di difesa consisteva nel costruire le case una di fronte all’altra in modo da poter formare alla base delle abitazioni dei cunicoli lunghi e stretti, ma soprattutto bui e collegati tra loro in modo che il nemico, una volta penetrato nel borgo, non trovasse via di scampo se non subendo gravi perdite. Perinaldo fu uno dei primi comuni, dopo Pigna, a seguire l’arte della costruzione dei cunicoli bui chiamati Cûbi, ancora oggi visibili nel centro storico del paese, i quali sarebbero poi stati denominati alla fine del periodo medievale «ciapagherfi», ossia “acchiappaguelfi”, essendo il borgo, sotto Dolceacqua ghibellina, molto spesso oggetto di violenti assalti da parte delle forze guelfe. Il 6 agosto 1284 Perinaldo aveva preso parte alla battaglia della Meloria, mandando dieci uomini tra balestrieri e soprassalienti a rinforzo delle forze armate genovesi, che, sconfiggendo la flotta pisana, avrebbero garantito alla Serenissima la supremazia nel Mar Tirreno. Nei primi anni del XIV secolo continuava la riscossione delle imposte sul territorio perinaldese, come provato dall’atto stipulato a Genova in piazza San Matteo il 6 settembre 1306 presso il portico della casa di Giorgio Doria alla presenza dei testimoni Percivalle e Antonio Doria, con cui il signore di Dolceacqua Oberto Doria ringraziò pubblicamente il notaio Giovanni Covegia per aver riscosso a suo nome le decime nei territori che egli aveva in giurisdizione per eredità del padre, tra i quali anche Perinaldo. Nel 1318 un contingente di soldati provenzali, al comando del regio senesciallo Giovanni Baudo, pose assedio al castello dei Doria a Dolceacqua, inducendo Morruele Doria, dopo aver vanamente atteso i soccorsi da parte dei congiunti signori di Sanremo e Oneglia, a sottoscrivere, il 24 ottobre 1319, una condizionale capitolazione concedendo anche numerosi ostaggi tra i quali il proprio figlio. Oltre a Dolceacqua subirono pesanti danni anche altri paesi sottoposti alla sua giurisdizione, tra cui Perinaldo. Le vicende della guerra erano tuttavia destinate a durare ancora a lungo, tanto che Oliviero Doria mantenne il potere su Perinaldo, Apricale e Isolabona fino al 1329, quando Carlo Grimaldi pose di nuovo sotto assedio Dolceacqua costringendo il Doria a darsi alla fuga abbandonando il suo castello seminato di morti e feriti. Perinaldo ricadde allora sotto il dominio dei Guelfi del re Roberto di Provenza, i cui militi sventarono una congiura tramata da alcuni fedeli vassalli di Oliviero Doria per rimettere a capo del marchesato nel giorno della festa di Pentecoste il signore di Dolceacqua. La terribile carneficina che ne seguì fece nascere il bisogno di una pace tra vinti e vincitori, che fu stipulata il 9 febbraio 1331 nel territorio di Pigna tra il rappresentante della parte guelfa Carlo Grimaldi, che firmò anche a nome dei sindaci di Sospello, Saorgio e Breglio, e quelli della parte ghibellina rappresentati dai conti di Ventimiglia Giacomo e Filippo, dal signore di Dolceacqua Oliviero Doria, che firmò anche per il suo castello di Perinaldo, Anselmo e Lazzaro Doria per i luoghi di Arma, Bussana, Ceriana, Sanremo e Taggia, e i sindaci di Triora, Montalto, Badalucco, Baiardo e Castelfranco.
Nel 1348 anche Perinaldo venne colpita dalla terribile epidemia di peste, che decimò la popolazione del paese, inducendo le autorità locali a istituire dei luoghi di isolamento per tutti i casi sospetti; tale località destinata ad ospitare tutti coloro che fossero stati colpiti da peste o da lebbra o che fossero stati semplicemente sospettati di esserlo, era chiamata dagli abitanti del borgo “Alba de Rej” ed è oggi conosciuta come “Albarea”. Dopo la morte di Morruele Doria, Perinaldo e tutti i paesi del marchesato avevano intanto avuto come signore il figlio Imperiale, al quale le popolazioni di Perinaldo, Isolabona e Apricale giurarono fedeltà il 14 settembre 1348. Ostile ad ogni forma di libertà, il nuovo signore di Dolceacqua e del suo marchesato fu agevolato dalle gravissime condizioni che aveva lasciato la peste nei suoi domini, mentre le sue passate esperienze lo portarono a non avere più ritegno nel compiere facinorose imprese, ravvivando con continue ruberie, uccisioni e soprusi gli odi che tenevano divisi gli animi dei suoi vassalli da quelli delle limitrofe terre angioine, dove nel 1388 la contea di Nizza passò sotto il dominio dei Savoia. La cessione del Nizzardo alla signoria sabauda fece quindi sorgere facili entusiasmi di riscatto tra gli abitanti delle vallate dell’estremo Ponente ligure, anche se alla fine sarà soltanto Pigna a darsi al conte Amedeo VII, detto il Conte Rosso, mandando a prestare omaggio e giuramento di fedeltà i propri delegati Onorato Genovese e Domenico Macari, ai quali fu assicurato che il comune di Pigna avrebbe mantenuto il privilegio di governarsi con i propri Statuti, ma nello stesso tempo veniva deputato a reggere il paese un ufficiale governativo che portava il nome di Bailo, il quale riuniva la qualità di castellano con la paga annua di duecento fiorini d’oro. Subito dopo anche i paesi vicini a Pigna vollero il proprio Bailo, che fu posto alle dipendenze dei Doria nei castelli di Perinaldo, Apricale e Isolabona. Tale nuova figura di grande importanza deteneva il potere civile e militare su tutto il Bailato, si occupava anche della riscossione dei tributi e delle taglie, sorvegliava le strade e i ponti con la facoltà di arrestare i disturbatori dell’ordine pubblico rei di scandalo al costume, mentre dietro richiesta dell’autorità ecclesiastica poteva inoltre fare atto di scomunica. Intanto a Imperiale Doria erano succeduti i figli Marco, Lucchino e Giovanni, che furono assolti dal vescovo di Ventimiglia Benedetto Boccanegra per l’indebita riscossione delle decime nei territori di Perinaldo e Apricale. Nonostante tale assoluzione continuavano senza sosta gli atti di banditismo a Perinaldo e negli altri paesi del marchesato tanto che i sindaci di Dolceacqua, Apricale, Perinaldo e Ventimiglia, riunitisi nella città intemelia il 9 gennaio 1409, stabilirono un’autorizzazione atta ad arrestare o punire, anche a morte, le persone incriminate sotto la giurisdizione di ognuno di essi. Succeduto al padre Marco nel 1421, Enrichetto Doria dovette subito sostenere un assedio al suo castello di Dolceacqua da parte delle truppe guelfe guidate da Ottobono de Giudici, che compirono numerose incursioni e rappresaglie anche nei feudi di Perinaldo e Apricale. Risolta la difficile situazione grazie al tempestivo intervento del generale Cacciaguerra di Donno mandato dal Visconti per sedare i tumulti della Liguria occidentale, Enrichetto emanò, insieme al fratello Antonio, un nuovo corpo di Statuti, assai più ricchi e articolati di quelli precedenti, che furono presentati a tutti i castelli del marchesato nel 1429. Oltre alle nuove leggi, il Doria dovette anche porre rimedio ai gravi danni causati nel possesso di Villa Gionco, dove gli uomini di Perinaldo avevano provveduto ad arrestare un certo Conte Pietro di Soldano, accusato di aver varcato clandestinamente i confini trasportando vino. A tal proposito i Ventimigliesi fecero rinnovare l’imposta sul vino ai Perinaldesi quando questi ultimi fossero passati attraverso il territorio intemelio. Il 21 settembre 1454 Enrichetto Doria aveva frattanto introdotto nel suo testamento il diritto di primogenitura, facendo così cessare il comune compossesso dei diritti feudali e del patrimonio privato. Alla sua morte, avvenuta il 18 agosto 1458, gli successe il figlio Bartolomeo, che trovò uno stato in ottime condizioni, tanto che, sotto Enrichetto, anche Perinaldo aveva vissuto un periodo di pace e serenità, dopoché, nel secolo precedente, aveva dovuto affrontare una serie assai triste di calamità naturali e belliche.
Nel 1465 il signore di Dolceacqua invitò tutti i suoi vassalli a mandare uomini armati per combattere Lamberto Grimaldi, signore di Monaco, che mirava a diventare signore di Ventimiglia. Intanto le popolazioni della Val Nervia, compresa quella di Perinaldo, cercavano dei pretesti per non pagare più le decime al vescovo di Ventimiglia ed al capitolo della cattedrale. Fu così che il vescovo Ruffino lanciò contro i luoghi di Dolceacqua, Perinaldo, Apricale e Isolabona, che si ostinavano a non pagare, un appello dove si stabiliva che venisse proibita la sepoltura in luogo sacro per i morti di tali paesi. Di fronte a questo appello del vescovo, Bartolomeo Doria rispose nominando suo procuratore il prevosto di Dolceacqua Bartolomeo Gaudo con l’incarico di stabilire un’equa somma per tutti i paesi del marchesato. Venne quindi deciso che Dolceacqua avrebbe versato 52 lire genovesi e mezzo, Perinaldo 70 lire e 25 lire tra Apricale e Isolabona. In quegli stessi anni il Doria si adoperò anche per risolvere le controversie tra i suoi vassalli, come l’annosa lite tra Perinaldo e Apricale per il possesso del bosco Conio Longo, da identificarsi probabilmente con l’attuale località di Colla Bella, sulla quale il signore di Dolceacqua riuscì a trovare una soluzione nel 1479 facendo accordare le parti tramite la divisione del bosco in parti uguali. Nello stesso anno il Doria strinse nuovi patti con il duca di Savoia Carlo III, che amministrava i vicini paesi di Soldano, San Biagio, Pigna e Rocchetta, dal quale ottenne il permesso di commerciare liberamente ogni genere di vettovaglie prodotte nei comuni sottoposti al suo dominio. Dopo la morte di Bartolomeo, avvenuta nei primi giorni del 1491, gli successe il figlio Luca, ancora giovane e inesperto, che si fece convincere dal signore di Monaco Lamberto Grimaldi a sposarne la figlia Francesca nel giugno del 1491. Tale matrimonio e il malgoverno che ne seguì non fecero che acuire ulteriormente i dissidi e le liti tra paese e paese, tanto che si verificarono numerosi casi di vendette sanguinose tra Perinaldesi e Apricalesi. Per porre fine a tale situazione, il 3 luglio 1492, si riunirono a Rocchetta i rappresentanti delle comunità della contea di Nizza, di valle Lantosca e della signoria di Dolceacqua, e tra questi ultimi figuravano anche rappresentanti di Perinaldo, che si accordarono nel rinnovare consensualmente le disposizioni già adottate per i patti sulle rappresaglie negli anni 1479 e 1485. Alla morte di Luca gli successe per sua volontà testamentaria, redatta dal notaio Francesco Camogli il 14 gennaio 1500, il figlio primogenito Bartolomeo II, che ancora minorenne passò sotto tutela della madre, Francesca Grimaldi, che nel 1502, padrona assoluta del marchesato, elesse i nuovi consoli di Perinaldo, Apricale e Isolabona. Nell’agosto del 1523 Bartolomeo Doria, che si trovava con lo zio Luciano in una loggia che fronteggiava il porto di Ventimiglia, si avventò contro il suo congiunto e lo assassinò con trentadue pugnalate, rifugiandosi subito dopo nel castello della Turbia di proprietà del duca di Savoia. Intervenne allora il vescovo di Grasse Agostino Grimaldi, che ingiunse a un corpo di armati di catturare l’assassino di suo fratello Luciano, ma gli ufficiali di guardia al castello della Turbia si opposero con la forza a tale richiesta mentre il Doria, vedendosi braccato, trovò rifugio nel suo castello di Dolceacqua con i propri familiari.
Dopoché il re di Francia e il duca di Savoia avevano emanato un decreto ai primi di ottobre del 1523 in cui si ordinava l’arresto del Doria e dei suoi complici, Bartolomeo si vide costretto a firmare il 1° luglio del 1524 la professione di vassallaggio per le terre di Dolceacqua, Perinaldo, Apricale e Isolabona a favore del duca di Savoia. Frattanto, nel mese di settembre del ’23, il vescovo Agostino aveva ordinato al suo congiunto Barnaba Grimaldi, comandante della flotta genovese, di andare a snidare il Doria nei suoi castelli di Apricale e Perinaldo. Barnaba Grimaldi fece prendere così d’assalto con settecento uomini i castelli di Perinaldo e Apricale, che vennero saccheggiati e completamente distrutti, mentre Agostino prendeva possesso dei due paesi a nome del nipote Onorato I di Monaco. Il 3 novembre 1523 il vescovo signore di Monaco richiese quindi il giuramento di fedeltà ai sindaci di Dolceacqua, Apricale, Perinaldo e Isolabona, i quali, convenuti a Monaco due giorni dopo, sottoscrissero davanti all’alto prelato che i luoghi di Dolceacqua, Isolabona, Apricale e Perinaldo fossero incorporati nei domini dei signori di Monaco, Mentone e Roccabruna, davanti ai quali i delegati dei suddetti paesi prestarono il dovuto giuramento di omaggio e fedeltà. In seguito venne inviato a Dolceacqua con l’ufficio di capitano e luogotenente del signore di Monaco Bartolomeo Grimaldi, nelle cui mani i consoli di Perinaldo deposero i diritti sulle terre e sugli abitanti del borgo già dovuti ai Doria. Dopo l’uccisione di Bartolomeo II, la cacciata dei soldati imperiali da Genova e la loro sostituzione con milizie francesi, l’ammiraglio Andrea Doria, parente del defunto Bartolomeo, riuscì a scacciare i soldati usurpatori dei Grimaldi dai castelli di Dolceacqua, Perinaldo, Apricale e Isolabona per rimettervi i suoi familiari nel settembre del 1527. Accorso da Napoli, Lamberto Doria assunse la reggenza del marchesato in nome del primogenito Imperiale II, che sarebbe però morto poco tempo dopo di malaria durante l’assedio di San Fiorenzo in Corsica, lasciando erede il fratello Stefano. Assunto il dominio del marchesato, Stefano riuscì ad amministrare in modo decoroso la signoria senza creare inimicizie tra i suoi vassalli, tanto che il 30 luglio 1551 il Doria venne nominato dal duca Carlo III governatore di Nizza, incarico assai rilevante e prestigioso che avrebbe apportato molti vantaggi. Nel 1552 Stefano sposò Apollonia Grimaldi, ma il legame durò poco per l’infecondità di Apollonia cosicché pochi mesi il Doria convolò a nozze con Caterina Del Carretto, figlia del marchese di Finale, mentre nel 1559 il duca Emanuele Filiberto di Savoia gli fece dono del paese e del castello di Rocchetta come segno di gratitudine per le molte prove di fedeltà che gli aveva mostrato. Nel 1579 Perinaldo e gli altri paesi del marchesato furono colpiti da una terribile epidemia di peste, che mietè molte vittime tanto da essere chiamata la peste dei “3 C” per aver spopolato in modo particolare tre paesi che iniziavano con la lettera “C”, cioè Cipressa, Ceriana e Costarainera. Alla morte di Stefano Doria, avvenuta nel luglio 1580, gli successe il cugino Giulio, che fece scoppiare continui dissidi tra la Casa Savoia e il Marchesato, facendo rinascere, per grette ragioni di confine, antichi odi e contrasti tra vassallo e vassallo. Neanche il suo successore Imperiale III, asceso alla signoria nel 1608, tentò di riappacificarsi con i Savoia, che nel corso della guerra del 1625 con la Repubblica di Genova occuparono tutti i paesi dell’entroterra ligure da Finale a Ventimiglia, compreso anche Perinaldo, dove la popolazione aveva issato il vessillo sabaudo. L’immediato intervento di soldati spagnoli permise però alla Repubblica di riprendersi tutti i paesi perduti, mentre il nuovo signore di Dolceacqua Carlo Doria si lasciò convincere dal duca Carlo Emanuele I a cedergli i paesi di Dolceacqua, Perinaldo, Apricale e Isolabona al prezzo di 270.000 scudi d’oro con atto stipulato nel palazzo ducale di Torino il 30 ottobre 1628. Nonostante la fuga di Carlo Doria a Genova al momento di sottoscrivere l’atto, le truppe sabaude presero possesso del castello di Dolceacqua, permettendo agli stessi cittadini e a quelli di Perinaldo e Apricale che si erano ribellati ai Doria di riavere i loro possessi privati. Nel 1643 il marchesato era ancora sotto il dominio dei Savoia, come dimostrato dal decreto emanato il 10 maggio di quell’anno dalla duchessa Cristina di Savoia, in forza del quale si concedeva alle comunità di Perinaldo, Dolceacqua, Apricale e Isolabona di provvedersi del sale nella città di Ventimiglia. Con lo stesso decreto si stabilì inoltre che le succitate comunità fossero esenti da qualsiasi contribuzione e che sarebbe stato inviato in ciascun castello del marchesato un uditore per rendere giustizia sui reati che si sarebbero eventualmente commessi.
Nel corso del Seicento Perinaldo era amministrato da due consoli eletti dal Doria, quattro o cinque sindaci a seconda delle mansioni attribuite ed un bailo. Ai consoli spettava la riscossione dei tributi ed ai sindaci la cura del buon andamento del paese. Erano inoltre alle dipendenze del Comune quattro uomini, chiamati campari, che avevano il compito di controllare giornalmente l’acquedotto pubblico che portava l’acqua dalla zona chiamata Banescia fino all’inizio del borgo; oltre a mantenere pulito l’acquedotto, i campari dovevano attendere alla pulizia delle strade mulattiere che univano il paese alle sue frazioni. Oltre ai campari erano alle dipendenze del Comune due persone chiamate una il Regolator dell’orologio, che aveva il compito di dare la corda all’orologio del campanile e di informare i passanti che gli avessero chiesto l’ora, e l’altra il Lamparo, che aveva l’incarico di accendere le lampade ad olio alla sera prima dell’Ave Maria e di spegnerle dopo la prima funzione religiosa del mattino. Nel ’600 il paese offriva ai suoi abitanti già diverse comodità, tra cui due commestibili, tre taverne, due locande che davano alloggio per la notte ai forestieri di passaggio, due fornai, due macellai e un macello per sola selvaggina. Questi commercianti erano inoltre tenuti ad attenersi in modo scrupoloso a un regolamento emanato dal comune appositamente per loro. Ai primi del Settecento sarebbe stato assunto anche un medico condotto laureato, al quale il Comune avrebbe fornito alloggio ed un buono stipendio, considerato il fatto che il medico occupava uno dei primi posti tra i notabili del paese. Il 12 marzo 1640 si installò inoltre nel nuovo convento di San Sebastiano una piccola comunità di frati francescani appartenenti all’Ordine dei Minori Osservanti della provincia di Genova, i quali riuscirono a dare una svolta commerciale al paese tramite l’introduzione di una qualità di ulivo molto più redditizia della precedente e di più facile attecchimento per le ripide e scoscese campagne perinaldesi, detta appunto taggiasca per la sua provenienza da Taggia. Da allora la pastorizia passò in secondo piano per essere sostituita con bestiame da trasporto, utile al commercio del frutto dell’ulivo e dei suoi derivati, quali olio e sansa, mentre altre risorse erano fornite da varie altre colture quali orzo, grano, avena e segala. Notevole interesse destò anche la canapa, coltivata intensamente nei terreni che non si prestavano ad altre colture. Tale pianta richiedeva però molto lavoro tanto che i prestatori di manodopera, chiamati battitori di canapa (bati stupa), erano impiegati al tempo della battitura, dall’alba al tramonto, per circa venti giorni con una paga bassa ed una scarsa alimentazione. Nel corso del Sei-Settecento Perinaldo diede i natali alla dinastia dei Cassini e dei Maraldi (imparentati tra loro) e al Borgogno, illustri personaggi che diedero fondamentali contributi alle conoscenze scientifiche del loro tempo. Gian Domenico Cassini (1625-1712) a venticinque anni, dopo aver compiuto gli studi a Genova, era già professore di astronomia all’Università di Bologna, dove nella chiesa di San Petronio tracciò la meridiana tuttora esistente. Determinò tra l’altro il periodo di rotazione di Marte, Venere e Giove e scoprì la divisione binaria degli anelli di Saturno. Con la pubblicazione, avvenuta nel 1668, del volume sui calcoli delle orbite dei satelliti di Giove ottenne fama europea e fu chiamato da re Luigi XIV a Parigi, dove dal 1669 diresse l’Osservatorio astronomico della capitale francese, calcolò le distanze fra la Terra, il Sole e Marte, le dimensioni delle orbite dei pianeti e scoprì i quattro satelliti di Saturno detti Ludovici in onore del re di Francia: Giapeto, individuato nel 1671, Rhea nel 1672, Tetide e Dione nel 1684. Alla sua morte gli successe il nipote Giacomo Filippo Maraldi (1665-1729), il quale, spronato e aiutato negli studi dallo zio, pubblicò un nuovo Nuovo Catalogo delle stelle fisse, scoprì le calotte polari di Marte, studiò la corona solare in occasione delle eclissi e aggiornò gli studi sui rilievi trigonometrici del territorio francese. Un suo nipote, Gian Domenico Maraldi (1709-1788), continuò gli studi di Gian Domenico Cassini sui satelliti di Giove, concretizzò i rilievi trigonometrici della Francia iniziati dallo zio, calcolò le orbite delle comete e, in qualità di topografo di corte, impostò la nuova carta della Francia. Un altro illustre perinaldese, Giovanni Tommaso Borgogno (1628-1695), fu architetto, cartografo e incisore, segretario del duca Vittorio Amedeo II di Savoia e precettore del figlio, progettista dei sistemi difensivi di alcune roccaforti, autore delle vedute contenute nel Theatrum Regiae Celsitudinis Sabaudie (1656), grande opera illustrativa delle città, castelli e torri appartenenti ai Savoia, oltreché della carta dello Stato sabaudo (1680). A riconoscimento degli straordinari meriti in campo astronomico di Gian Domenico Cassini, la Nasa, l’ente spaziale americano, ha battezzato Cassini-Huygens la sonda spaziale lanciata il 12 ottobre 1997 verso Saturno.
Intanto a Carlo Doria era successo nel 1651 il figlio Francesco, che dimostrò di essere disposto a riconciliarsi con Casa Savoia sottoscrivendo le condizioni dettate dalla madre Brigida Grimaldi non opponendosi alle clausole di investitura dei feudi di Perinaldo, Apricale e Isolabona già firmate nel 1542 da Bartolomeo Doria. In tal modo al nuovo Doria furono reintegrati i suoi feudi ed una pensione annua di duemila lire piemontesi a patto che questi facesse atto di formale sottomissione al sovrano sabaudo. Nel corso della successiva guerra tra la Repubblica di Genova e i Savoia, scoppiata nel 1672, Perinaldo fu teatro di sanguinosi combattimenti, mentre il comandante delle truppe della Serenissima generale Prato poneva sotto assedio il castello di Dolceacqua. Nello stesso anno Perinaldo venne saccheggiato e la fortezza situata sullo sperone occidentale del borgo a controllo delle vie di crinale, venne integralmente demolita (oggi ne sopravvive soltanto il nome nella piazza Castello). Al termine del conflitto il marchese decise di ritirarsi in convento e, con pubblico atto del 22 aprile 1676, fece rinuncia al Marchesato in favore del suo primogenito Carlo Imperiale per entrare nel convento agostiniano di Nostra Signora della Muta, dove sarebbe deceduto il 9 febbraio 1686. Dopo la rinuncia del padre il marchese Carlo Imperiale si recò quindi a Torino per prestare il debito omaggio e il giuramento di fedeltà dei feudi di Perinaldo, Apricale e Isolabona e fu in quell’occasione che il marchese conobbe e sposò la nobile Carlotta Maddalena di Sales. Alla morte prematura di quest’ultima Carlo Imperiale convolò a nozze con Alissia Balestroni da Messina, ritenuta l’autrice della clamorosa rottura tra il Doria e il duca Vittorio Amedeo II, il quale, nel 1696, si propose di aggregare ai suoi stati i feudi di Perinaldo, Apricale, Isolabona, Dolceacqua e Rocchetta proponendo in cambio al marchese i luoghi di Moncalieri, Pancalieri, Rivoli, Montalto e Bene, oltre ad una cospicua somma di denaro. Il marchese però non accettò l’offerta e il duca decise così di ricorrere alle maniere forti facendo confiscare i suddetti castelli, che furono tuttavia restituiti già nel 1700, in seguito al provvidenziale intervento dei governi genovese e spagnolo, al Doria, che li avrebbe amministrati fino alla morte, avvenuta il 22 marzo 1715. Nell’inverno del 1709 il paese era stato intanto colpito da una rovinosa gelata che aveva provocato la morte dei secolari alberi di ulivo e di tutti i tipi di piante da frutto con gravissimi danni all’economia del borgo basata in gran parte sulla produzione olearia e agrumicola. Nel 1717, a seguito delle cattive annate succedutesi dopo il terribile gelo, i feudi di Perinaldo, Apricale e Isolabona erano ridotti assai male con una serpeggiante miseria che non consentiva ai vassalli dei suddetti paesi di racimolare denaro o bestiame per pagare i tributi annuali al signore di Dolceacqua, che si vide così pignorati per ordine del Senato di Nizza tutti quanti i suoi beni mobili e immobili.
Il 21 settembre 1727 era intanto deceduto Francesco Costantino Antonio Doria, a cui successe il secondogenito di Carlo Imperiale Marco Antonio, sotto la cui signoria ebbero luogo le tristi vicende della guerra di successione austriaca. Nel 1745 le truppe franco-spagnole penetrarono quindi nel territorio neutrale della Repubblica di Genova ed occuparono il castello di Dolceacqua, che venne poi abbandonato per effetto delle clausole di pace siglate il 27 luglio 1745. Nel giugno dell’anno dopo il re di Sardegna Carlo Emanuele III sconfisse i franco-spagnoli presso Piacenza e passò quindi nello scacchiere dell’estrema Riviera di Ponente, dove il re sardo insieme al primogenito Vittorio Amedeo raggiunse Dolceacqua al comando di un corpo di duemila soldati, mentre il generale Bertola espugnava la roccaforte di Ventimiglia. In seguito alla firma della pace nel 1748, i franco-spagnoli dovettero abbandonare i territori ancora presieduti come Perinaldo. Il 30 maggio 1760 il signore Carlo Francesco Antonio Doria decise di riparare il castello di Dolceacqua, andato interamente distrutto nel corso dell’ultima guerra, ma, essendo gravato dell’interesse annuo di duemila scudi d’oro, si trovò nella pratica impossibilità di farlo. Dal momento poi che, data la grande miseria, neanche gli abitanti dei suoi castelli potevano corrispondere al feudatario i denari dovuti, questi decise di far sottoscrivere un atto di transazione con i rappresentanti delle comunità di Perinaldo, Apricale, Isolabona e Dolceacqua. In tale atto il Doria chiedeva di poter vendere alcune terre di questi feudi in modo da sopperire almeno in parte ai suoi debiti. Nel 1779 gli successe il fratello Gian Battista, che si sposò con donna Teresa Bonarroti. Quindici anni dopo, nell’aprile del 1794, la Riviera di Ponente venne invasa dalle truppe rivoluzionarie francese comandate dal generale Massena, che, quasi senza incontrare resistenza, penetrarono anche in Val Nervia, dove Massena e il giovane Napoleone Bonaparte soggiornarono prima a Dolceacqua e poi a Perinaldo, ospiti dei signori Maraldi e della famiglia Allavena. Con la nascita della Repubblica Ligure nel 1797, Perinaldo venne eretto capocantone con l’elezione di Francesco Allavena a primo giudice della nuova entità amministrativa, mentre il 15 maggio dello stesso anno giungeva a Perinaldo un Commissario della Repubblica che ordinò il sequestro di tutte le campane eccetto una per ciascun Comune. Nel 1805 Perinaldo, insieme al resto della Liguria, entrò quindi a far parte integrante dell’Impero francese sotto la giurisdizione del Dipartimento delle Alpi Marittime con Nizza capoluogo. Alla caduta di Napoleone Dolceacqua ritornò sede del giurisdicente, trasferito per vent’anni a Perinaldo, mentre anche i Doria rivendicavano i loro antichi diritti sui propri feudi, poi parzialmente riconosciuti con sentenza emanata dalla Regia Camera dei Conti il 4 gennaio 1817, in esecuzione della quale ogni comunità dell’ex marchesato avrebbe dovuto pagare ai vecchi feudatari il 12% del prodotto delle olive con le rispettive sanse. Nel 1815 il paese tornò quindi sotto l’amministrazione del Regno di Sardegna, che nel 1818 creò la Divisione di Nizza, che comprendeva le province di Nizza, Oneglia e Sanremo, nella giurisdizione di quest’ultima fu sottoposto Perinaldo. Nel 1835 il borgo venne colpito da una terribile epidemia di colera, che mieté molte vittime, mentre gruppi di otto persone picchiavano a sangue tutti i forestieri che incontravano in quanto questi ultimi erano accusati di diffondere la malattia. Nell’estate del 1883 il paese venne di nuovo colpito da un altro micidiale flagello, il colera asiatico, che fece anch’esso molte vittime. L’anno successivo venne fondata una Società di Mutuo Soccorso, una delle prime in Italia, che si prefisse di soccorrere le famiglie cadute in malattia, aiutandole a portare a termine il lavoro dei campi e rassicurando i contadini che il raccolto non sarebbe andato perduto. Il 31 dicembre 1884 venne poi reso esecutivo il progetto della strada carrozzabile che univa Perinaldo a Vallecrosia, suscitando il vivo entusiasmo della popolazione e segnando l’inizio di un fiorente commercio con i paesi vicini.
Il terremoto del 23 febbraio 1887 causò danni a numerosi edifici pubblici e privati del paese, tanto che diciotto Perinaldesi ottennero dallo Stato un mutuo pari a 29.600 lire, mentre le autorità ministeriali concessero a prestito al Comune la somma di 10.200 lire per provvedere alla riparazione degli edifici comunali e di altri enti quali chiese, oratori, case canoniche e sedi di Confraternite ed associazioni religiose. Nel corso della prima guerra mondiale Perinaldo ebbe vari caduti al fronte, mentre durante il periodo della Resistenza e dell’occupazione tedesca il paese e i suoi dintorni furono teatro di un’aspra lotta tra partigiani e nazifascisti. Nel giugno del 1944 garibaldini della V Brigata «Luigi Nuvoloni» distrussero con mine un ponte sulla rotabile Perinaldo-Apricale; il mese successivo altri garibaldini della stessa brigata fecero brillare mine nel ponte di Perinaldo in località «Isole», mentre la popolazione locale fornì diversi muli ai combattenti dislocati nei pressi dell’abitato. A fine settembre del ’43 si era stabilito un presidio tedesco in località «Massabò», al quale subentrò nel febbraio dell’anno successivo un forte presidio composto da trecento uomini. Nel giugno successivo i Tedeschi fecero saltare il ponte ubicato nei pressi del frantoio sulla strada provinciale Perinaldo-Vallecrosia, mentre nel febbraio del ’45 si stabilì in paese un altro presidio di nazisti, che vi sarebbero rimasti fino alla Liberazione. Nell’agosto del ’44 si era intanto costituito il CLN di Perinaldo, formato da Armando Cassini, Guglielmo Guglielmi e Pietro Guglielmi, che collaborò attivamente alla causa comune con i partigiani operanti nella zona fino al termine del conflitto. Nel secondo dopoguerra il paese ha conosciuto un costante processo di decremento demografico causato soprattutto dai bassi tassi di natalità, oltreché dall’emigrazione verso i principali centri rivieraschi. L’economia locale si basa soprattutto sulla produzione di olive, generi ortofrutticoli, tra i quali soprattutto le rinomate pesche, e uva da vino, particolarmente buona in località Suseneo; la viticoltura è ben qualificata e consente di ottenere un vino Rossese robusto e molto commerciale oltre ad un Vermentino dal gusto particolarmente delicato. Un’antica tradizione locale è poi costituita dalla produzione e dalla lavorazione del legname mediante l’utilizzo di attrezzate segherie e falegnamerie. In tempi più recenti si sono sviluppati soprattutto i due settori della floricoltura e del turismo. Tra i prodotti principali della floricoltura spiccano le rose e la mimosa, oltre al cireneo, mentre il borgo si presta ad un buono sfruttamento di natura turistica sia per le sue indubbie qualità naturali sia per le sue avanzate strutture ricettive, che sono costituite da vari ristoranti-alberghi in grado di offrire ai visitatori ogni tipo di specialità gastronomica locale. Assai interessanti sono le possibilità di effettuare escursioni nei rigogliosi boschi e uliveti circostanti l’abitato, dove si è sviluppato un turismo stanziale con molti villeggianti che affittano locali per godere di un soggiorno prolungato in una località di collina, piacevole e dotata di un clima particolarmente salubre, da cui è possibile raggiungere in breve tempo la costa dove poter fruire dei vantaggi alternativi della balneazione, mentre i turisti che decidono di rimanere in paese possono partecipare alle varie manifestazioni folcloristiche organizzate dalla Pro Loco perinaldese soprattutto durante la stagione estiva.














