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Al Direttore | 16 febbraio 2014, 12:46

Sanremo: lapide in zona 'La Vesca', il racconto di una storia affascinante e tragica

Lo studioso Alessandro Giacobbe ci racconta di altri movimenti franosi avvenuti nella zona alla cui sistemazione contribuirono prigionieri di guerra

Alessandro Giacobbe

Alessandro Giacobbe

I recenti smottamenti in regione La Vesca a levante di Sanremo hanno procurato danni e disagi. Molte documentate fonti storiche hanno già permesso di verificare disastri avvenuti nel tempo e, dunque, la necessità di essere quanto mai oculati nella gestione del territorio in quella zona. Chiunque frequenti il ricchissimo Archivio di Stato di Imperia, che ha pure due sezioni territoriali, a Sanremo ed a Ventimiglia, potrebbe sapere che nel fondo Provincia di Porto Maurizio, faldone 167, c’è una copiosa documentazione che riguarda la 'frana in regione Capo Verde'. Orbene, tale documentazione inizia nel XIX secolo e prosegue fino al 1923. Include sicuramente l’evento del 1916, che ha comportato la distruzione di alcuni edifici.

I lettori hanno postato in rete immagini della zona dopo il disastro e qualcuno ha precisato che per la sistemazione dei luoghi erano stati impegnati dei prigionieri di guerra. Si apre qui in un triste capitolo di storia, visto che la presenza dei prigionieri era diffusa su tutta la costa: in quella che forse è stata la guerra europea più sanguinosa e violenta, centinaia di uomini si sono trovati in cattività sulla costa ligure. Forse più fortunati di altri, visto che hanno profittato del clima rivierasco, pur vivendo in tendopoli o in edifici di fortuna, come la chiesa di San Lorenzo nel borgo occidentale di San Lorenzo al Mare. Molti, già provati dal conflitto, sono mancati qui e alcune loro tombe si trovano nel cimitero militare britannico di Bordighera.

Dobbiamo essere grati all’impegno di questi scampati: hanno lavorato al passaggio a monte della viabilità costiera, da Santo Stefano a Sanremo, alla strada carrozzabile di San Romolo, alla spianata del Capo di Bordighera. Un lettore, tale F.A., ha rinvenuto una lapide da loro apposta non lungi dall’area franosa, sulla via Aurelia, a margine del bivio tra la stessa e la strada in salita per Poggio. Si parlava di prigionieri slovacchi. Un territorio compreso in parte nel grande impero austroungarico, che sarebbe crollato in seguito alla guerra. In realtà in Slovacchia non si scrive in cirillico. E allora, con l’aiuto della studiosa Maria Trubnikova, che ringrazio, ecco una soluzione: non è russo, non è bulgaro, ma è serbo. E qui sorge un interrogativo: l’Italia non era in guerra con la Serbia, anzi, era alleata, dato che la Serbia combatteva contro l’impero austroungarico, dimostrando grande valore e perdendo circa 6 uomini ogni 10 al fronte. Un folle tributo di sangue.

Cosa dice però quella scritta incisa ИЗРАДИЛИ СРБИ ДЕЗЕРЩЕРИ, cioè, letteralmente, e basta conoscere un po’ di greco per individuare alcune lettere, 'fatto dai disertori serbi', con la data 1917. Dunque, dramma nel dramma: serbi che forse erano usciti dalle linee, che avevano trovato accoglienza tra slavi non sempre amici, ma sotto l’aquila asburgica, poi inviati su di un altro fronte e qui catturati. Non sappiamo ancora molto della loro sorte: se e come siano tornati a casa. Guidando sull’Aurelia, comunque, cerchiamo di provare riconoscenza per un sacrificio.

Alessandro Giacobbe

Redazione

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