Il nostro lettore Andrea Gandolfo, in occasione del 150° anniversario della nascita di Gabriele D'Annunzio, ci ha scritto per porre all'attenzione dei lettori un'interessante documento storico segnalato dall'ingegner Antonio Canepa di Sanremo. Si tratta di un volantino scritto dal poeta abruzzese, e da lui lanciato nell'aprile 1920 durante un volo su Sanremo per protestare contro la conferenza della pace che si era appena conclusa nella città matuziana, senza decidere nulla sulla questione di Fiume. Ecco il testo del volantino dannunziano, intitolato significativamente ‘Ai biscazzieri di Sanremo’:
“La Conferenza della Pace riunita a Sanremo in una grossa villa di pessimo gusto, dove non v'è di nobile se non qualche rottame d'un mio antico naufragio, ha oggi davanti allo spirito umano un valore morale non più alto di quello delle bische che radunano su la dilettosa riva i vecchi bari bene azzimati e bene imbellettati. Con alcune bombe della mia squadra aerea poste nel segno dalla mano maestra dei miei gloriosi aviatori, io potrei vendicare su i Pacieri tante frodi, tante truffe, tante baratterie commesse a danno della mia Patria, che ha oggi il disonore e l'incomodo di ospitarli. Preferisco ridermene. Come combattente, non mi piace di versare se non il sangue che brilla. Per ciò mando sopra la bisca protocollare una delle ali generose che risparmiarono la paura di Vienna. Quel che i Pacieri deliberano in vendimento e in compramento non importa. Il mio esempio d'irrisione e di ribellione è già seguito da tutti gli uomini liberi. E sarà superato. In onta alla imbellicissima burbanza britannica di Lord Curzon, io mi glorio di essere e di voler essere quel famoso ‘avventuriero irresponsabile’ che nessuno osa castigare. La grande Italia è con me in Fiume italiana, e resterà in Fiume italiana sempre. Immortalmente vittoriosa è Fiume con la sua fame, con la sua miseria e con il suo cruccio. Il mondo è diventato vile. Ha orrore delel armi. Non vuole e non sa più combattere. Il fango della trincea gli ingorga il fegato. Per forzare le sorti di Fiume italiana, bisogna combattere a oltranza e mettersi al rischio di provocare un incendio smisurato. Io so quel che dico. E so quel che ho preparato e preparo. Non ho minato soltanto il porto. I miei minatori travagliano da per tutto. Ma il mio demonio, come la figura del silenzio, ha un dito su la bocca. I Pacieri seduti intorno alla bisca pomposa, mi sembrano non dissimili ai personaggi illustri d'un museo di cere. Io non so se sieno più lugubri o più ridicoli. Di giorno e di notte, i legni, le maioliche, i ferri battuti della mia prodigalità, ricomperati da Lord Mexborough presso chi sa quale antiquario usurario, devono fendersi, torcersi e rompersi dalle risa. Hanno un fato le cose; ma le mie non s'attendevano un simile. Su, animo, compari! Non abbiate paura. Rimanete seduti. Per questa volta il rombo del mio motore è innocuo. Ma la mia vecchia tavola di scrittore da lucerna scroscia danzando sopra un piede solo, diabolicamente. Alalà! Fiume d'Italia, 27 aprile 1920. Il Comandante della Città di Fiume Gabriele d'Annunzio”.














