"Quest’anno ricorre il centesimo anniversario di un episodio che sconvolse il 'bel mondo' della Sanremo degli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, il celebre 'delitto Tiepolo', che avrebbe fatto parlare di sé le cronache mondane (e non solo) di mezza Italia, facendo forse conoscere per la prima volta il nome della nostra città al grande pubblico prima dell’era del Festival della Canzone e dei fasti del Casinò Municipale. Mi è sembrato quindi opportuno, e forse interessante per qualche lettore curioso di come si svolsero i fatti cent’anni or sono, rievocare per sommi capi quanto è avvenuto a Sanremo nel lontano 1913, e poi nel successivo processo tenutosi a Oneglia l’anno dopo, sfruttando così l’occasione dell’anniversario per offrire uno spaccato della storia matuziana forse poco noto e che, a mio giudizio, merita senz’altro di essere meglio conosciuto".
Lo scrive il Dott. Andrea Gandolfo, nostro lettore di Sanremo, che prosegue: "Ecco quindi il mio racconto di quella 'storica' vicenda: nell'autunno del 1913 Sanremo venne improvvisamente colpita da una terribile tragedia: la mattina dell'8 novembre, infatti, la contessa Maria Tiepolo, discendente da un illustre casato veneziano e moglie del capitano del 1° Reggimento bersaglieri Ferruccio Oggioni, accasermato in città, uccise con un colpo di pistola in viso l'attendente del marito Quintilio Polimanti. Appena compiuto l'omicidio, la Tiepolo venne disarmata dalla moglie del capitano Bosio, un collega del marito, con l'aiuto della moglie del professor Sghinolfi. La contessa, subito interrogata in merito all'accaduto, affermò che, per difendere l'onore dei suoi due figli, che si trovavano in quel momento a scuola, era stata costretta ad uccidere il giovane bersagliere originario di Ascoli Piceno per legittima difesa. La dichiarazione della Tiepolo venne allora creduta, mentre il marito, informato del fatto, si era precipitato immediatamente in casa della moglie e aveva trovato ancora nel corridoio dell'abitazione il cadavere del proprio attendente. Tra la contessa e il giovane soldato doveva comunque essere avvenuta una colluttazione, come dimostrato dalle numerose graffiature riscontrate sul volto dell'ucciso. Informate le forze di polizia, arrivarono sul posto il giudice istruttore Pestarino, il procuratore del re Cammarota, il commissario Silvestri ed altri funzionari. In serata la nobildonna, accompagnata dall'avvocato Moreno, fu quindi condotta presso le carceri giudiziarie. La contessa, che si trovava in stato di gravidanza, abortì inoltre in prigione, venticinque giorni dopo l'arresto, mentre le perizie mediche accertarono che il nascituro non era figlio del giovane bersagliere assasinato. Occorre anche ricordare come la Tiepolo soffrisse spesso di crisi depressive e che, qualche anno prima, un suo fratello si fosse ucciso a Parma. Intanto i giornali locali e nazionali avevano diffuso la notizia dell'omicidio, che destò un'enorme impressione in tutto il paese e fu oggetto di feroci polemiche tra innocentisti e colpevolisti. Pochi mesi dopo l'uccisione di Polimanti si svolse il processo alla Tiepolo presso la Corte d'Assise del Tribunale di Oneglia. Il processo, che cominciò il 14 aprile 1914, suscitò subito un vivissimo interesse in tutta Italia; la giuria era presieduta dal cavaliere Leati, mentre il cavalier Margottini sosteneva la pubblica accusa. Nel corso del processo l'aula del Tribunale di Oneglia fu costantemente affollata da moltissime persone venute da numerose località per assistere alle udienze. La contessa era difesa dall'avvocato Orazio Raimondo, mentre l'avvocato Francesco Rossi di Bordighera sosteneva la parte civile. Durante le varie udienze si distinse in particolare l'avvocato Raimondo, che dichiarò di non chiedere alcuna attenuante di irresponsabilità per la contessa in quanto aveva quest'ultima agito perfettamente conscia dell'atto di cui era chiamata a rispondere. Raimondo diede tuttavia il meglio di sé nel corso dell'arringa finale, durante la quale seppe tener fronte all'accusa e alla fine riuscì a demolirla, conquistandosi il consenso del pubblico. Durante i lunghi interrogatori cui venne sottoposta, la contessa dovette affrontare numerose contestazioni, tra cui quelle relative alle cartoline spedite da Venezia al bersagliere e a un medaglione con una sua foto, che sarebbe stato mostrato da Polimanti ai suoi commilitoni. Davanti alla corte sfilarono in tutto 137 testimoni, tra i quali anche la madre del bersagliere ucciso, che chiese clemenza per la Tiepolo. L'avvocato Rossi, che difese con passione la memoria del bersagliere, attaccò duramente la contessa, che reagì con forza alle sue accuse. La questione fondamentale verteva in pratica sul fatto se la contessa avesse ucciso Polimanti per liberarsi di un amante diventato importuno, o per difendersi da una tentata violenza. Il pubblico ministero Margottini chiese ai giurati di emettere un verdetto che rappresentasse un trionfo della verità e della giustizia, ritenendo la Tiepolo colpevole di aver ucciso l'attendente, che era diventato il suo amante. Alla conclusione del processo, dopo 31 giorni di udienze, il presidente Leati pose ai giurati il quesito se ritenessero che la contessa avesse commesso l'omicidio per esserne stata costretta dalla necessità di respingere da sè una violenza minacciosa e ingiusta. Dopo otto ore di Camera di Consiglio, il cancelliere Boria lesse il verdetto dei giurati: 5 sì, 4 no e 1 scheda bianca. La contessa fu quindi assolta dall'accusa di omicidio, perpetrato per legittima difesa, e scarcerata seduta stante. La notizia dell'assoluzione destò una grande impressione, spaccando l'opinione pubblica tra coloro che approvavano la decisione della giuria di Oneglia e quelli che ritenevano invece la sentenza ingiusta in quanto giudicavano troppo ardita la tesi della legittima difesa sostenuta dall'imputata e accettata dai giurati del processo".















