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Attualità | 11 maggio 2012, 08:01

Rivoluzione del 1753 a Sanremo: un saggio del nostro lettore Andrea Gandolfo

Il nostro lettore Andrea Gandolfo ci ha inviato articolo sulla rivoluzione di Sanremo del 1753, che tanta importanza ha avuto nella storia matuziana e che ha rappresentato pure una pagina particolarmente rilevante nella storia diplomatica europea nella seconda metà del Settecento. Ecco il testo del saggio:

Il mattino del 6 giugno 1753 il colonnello Vinzoni, giunto a Sanremo per procedere alle operazioni di delimitazione dei confini tra la città matuziana e Coldirodi, si presentò davanti al Consiglio Comunale per chiedere, a nome del commissario generale, che venissero messi a sua disposizione due deputati per assisterlo nel suo lavoro. I priori del Consiglio gli risposero però che una tale decisione poteva essere assunta soltanto dall'intero Parlamento, che si sarebbe adunato nel pomeriggio. Questa adunata fu però caratterizzata da numerose grida e schiamazzi antigenovesi, che costrinsero il commissario Doria a inviare un suo impiegato per chiedere ragione ai consiglieri di tale irrispettoso comportamento. I consiglieri, però, non soltanto continuarono imperterriti nella loro forma di protesta contro il governo genovese, ma inviarono addirittura due delegati per invitare Doria a rimandare a Genova il colonnello Vinzoni. Allarmato dalla gravità della situazione, il commissario accettò di inviare a Vinzoni l'ordine di non cominciare il lavoro, mentre diventava sempre più chiaro come i Sanremesi erano ormai disposti a ricorrere alle armi per mantenere il possesso di Coldirodi e forse anche per vendicarsi delle continue angherie e vessazioni subite da Genova. Doria tentò allora di pervenire ad un compromesso con i consiglieri, ma questa iniziativa venne subito sopraffatta da un fatto imprevisto: un gruppo di donne sanremesi, capitanate da una certa Brigida Moreno, erano infatti riuscite a penetrare nella chiesa di San Siro e a suonarvi per due ore il campanone principale allo scopo di chiamare a raccolta la popolazione. Udito il segnale, il popolo si radunò subito nelle vie e nelle piazze cittadine, dove, verso le 22, cominciarono i primi atti di violenza contro i soldati genovesi. Il comandante del picchetto di soldati corsi, tal tenente Rossi, fu invitato a deporre le armi, ma, avendo rifiutato di farlo, fu costretto dalla folla inferocita a rinchiudersi con tutti i suoi soldati nel palazzo del commissario generale.

Lo scontro assunse toni più aspri quando un soldato corso sparò un'archibugiata verso la folla, che rispose con numerosi colpi d'arma da fuoco diretti verso i militari genovesi, presi di mira soprattutto da un gruppetto di cittadini guidati da un certo Mario Pesante, detto lo Spagnuolo. Rinchiuso nel suo palazzo, il commissario Doria si dichiarò prigioniero dei Sanremesi insieme con la sua famiglia e i suoi dipendenti, tra i quali vi era anche il colonnello Vinzoni. Subito dopo i soldati consegnarono le armi e furono rinchiusi nell'Oratorio dei sette Dolori. Vinzoni fu quindi alloggiato in una stanza del palazzo Borea, mentre Doria e la sua famiglia rimaneva sempre piantonato all'interno del suo palazzo. Per fronteggiare la situazione venne anche nominato un Magistrato di Guerra, composto da Tommaso Gio Batta Borea, Gio Batta Palmaro-Farina, Giuseppe Sappia, Giuseppe Pesante, Nicola Bracco, Gio Batta Pansa, Antonio Novaro, Giovanni Grosso, Antonio Sardi e Giovanni Andrea Bensa. In seguito un gruppo di cittadini assalì la Maestreria, un certo Antonio Palmaro fece chiudere le porte della città, altri gruppi attaccarono il picchetto di soldati corsi, mentre altri sanremesi si recavano al Castello a presidiarlo con un cannone. Vennero quindi abbattute le insegne genovesi, si cominciò a cercare armi, a costruire trincee e a stabilire posti di guardia in previsione della prevedibile reazione genovese. Il 7 giugno, su ordine di Lorenzo Anselmo, la popolazione si radunò nell'Oratorio di San Germano per decidere il destino della città. La quasi totalità dei presenti si accordò su una risoluzione finale che proclamava decaduto il governo genovese e si pronunciava in favore dell'annessione di Sanremo al Regno di Sardegna. L'assemblea passò quindi alla nomina di una deputazione di cittadini sanremesi che si recasse a Torino per consegnare il documento appena approvato al Re di Sardegna. I cinque prescelti furono Lorenzo Anselmo, capo morale della rivolta, il notaio Tommaso Bracco, Nicolò Moraldi, già capo della rivolta del 1729, Giovanni Sardi e Antonio Palmaro. Adempiute le formalità di rito, i cinque deputati, accompagnati da una grande folla entusiasta fino al confine con il Regno sardo, si avviarono dunque verso la capitale sabauda. Superata il 9 giugno la città di Cuneo, i deputati sanremesi giunsero poco dopo a Torino, dove però, inaspettatamente, i ministri sardi e il re stesso non vollero nemmeno riceverli, temendo possibili complicazioni diplomatiche per un'eventuale accettazione della mozione annessionista proposta dai rappresentanti dell'amministrazione comunale sanremese.

Intanto la notizia della rivoluzione scoppiata a Sanremo cominciava a diffondersi nelle città e nei paesi limitrofi, suscitando ovunque reazioni piuttosto preoccupate; il governatore di Ventimiglia fece rinforzare la locale fortezza e richiamò d'urgenza il distaccamento dei Balzi Rossi, temendo che i Sanremesi potessero prelevarvi le artiglierie che lì si trovavano. La possibilità tuttavia che la rivolta dilagasse nei paesi vicini era comunque molto improbabile, dal momento che i principali centri rivieraschi erano ancora solidali con il governo genovese, tanto è vero che i consoli di Bordighera avevano già provveduto ad inviare a Genova l'atto della loro solidarietà, mentre diverse altre località, tra cui Taggia, Porto Maurizio e Ceriana, si erano prontamente dissociate dalla sollevazione sanremese ribadendo la loro fedeltà alla Repubblica. Nel frattempo i Sanremesi si preparavano a resistere ad oltranza scavando trincee, collocando cannoni nei punti nevralgici della città e provvedendo di armi un migliaio di cittadini. A Genova intanto le autorità della Repubblica si accingevano a sferrare una poderosa controffensiva contro i ribelli della città matuziana. Il 9 giugno il Minor Consiglio decise di adottare la linea dura, inviando un corpo di spedizione comandato da un generale genovese, che avrebbe dovuto bombardare la città e procedere quindi ad una punizione esemplare dei maggiori responsabili della rivolta. Il 12 giugno il governo genovese nominò capo della spedizione il generale Agostino Pinelli, appartenente ad una delle più illustri famiglie dell'aristocrazia genovese. Le autorità della Repubblica ordinarono quindi al generale incaricato di usare la massima severità nei confronti dei cittadini ribelli, che sarebbero stati giudicati dai tribunali senza alcuna indulgenza. Pinelli partì quindi da Genova lo stesso 12 giugno al comando di una piccola flotta composta da tre galee, un pontone, due grosse barche, vari altri bastimenti da trasporto e una piccola imbarcazione carica di bombe con un migliaio di militari a bordo, tra cui 537 regionali o paeselli e 490 soldati corsi. Frattanto, sempre il 12, a Sanremo si era verificato un fatto miracoloso, che aveva ulteriormente eccitato il popolo, già di per sé particolarmente superstizioso e attento a questo tipo di segnali, che aveva interpretato questo avvenimento come un segno di prosperità e di buon augurio per il futuro. Durante la notte, infatti, in casa del capitano marittimo Antonio Novaro, un quadro della Madonna aveva trasudato per tre ore. Constato il fatto miracoloso, il parroco di San Siro Gian Battista Gollo, accompagnato da alcuni sacerdoti e numerosi fedeli, aveva quindi portato in processione il quadro nella chiesa di San Siro, dove la sacra reliquia venne collocata ai piedi del Crocifisso.

Il pomeriggio del 13 giugno, verso le ore 17, la flotta genovese giunse nella rada antistante Sanremo e il generale Pinelli inviò a terra una barca, munita di bandiera bianca, con a bordo un sergente e un tamburino, per chiedere ai Sanremesi l'immediata liberazione del commissario Doria, della sua famiglia e degli altri rappresentanti del governo genovese nella città matuziana. La risposta dei Sanremesi fu tuttavia negativa e allora Pinelli ordinò alla sua flotta di cominciare a bombardare la città. Le prime bombe, mal regolate nelle spolette, non raggiunsero comunque gli obiettivi e finirono in acqua. Venuta la sera divenne impossibile aggiustare il tiro e così il bombardamento fu ripreso il giorno successivo quando Pinelli ordinò lo sbarco generale dei suoi soldati in località Pietralunga, a due miglia a ponente di Sanremo. Gli armati genovesi, divisi in due colonne, iniziarono allora la loro marcia verso la città. La colonna formata dai soldati corsi aveva il compito di dirigersi verso Coldirodi per poi discendere a Sanremo, mentre l'altra colonna, costituita da militari italiani, costeggiando il litorale, doveva raggiungere il convento dei Gesuiti. La colonna italiana, non pratica dei luoghi, si avvicinò però troppo a San Rocco, fuori della porta cappuccina, dove erano appostati alcuni sanremesi, che, armati di fucili, cominciarono a sparare contro i soldati genovesi. Il combattimento stava per risolversi in uno smacco per le forze genovesi, quando improvvisamente i Sanremesi si ritirarono all'interno della cerchia delle mura, lasciando di fatto la strategica posizione in mano ai Genovesi. Poco dopo i soldati corsi si impadronirono anche del convento di San Nicola e della porta di Santa Maria presso la Madonna della Costa, occupando, praticamente senza spargimento di sangue, la parte alta della città. Vista la piega sfavorevole che stava prendendo la situazione, i Sanremesi decisero allora di proporre una tregua inviando presso il generale Pinelli i due gesuiti padre Pantaleo Balbi e padre Curlo.

Dopo un breve scambio di idee e informazioni tra il generale e i due gesuiti, Pinelli consegnò a padre Balbi una lettera indirizzata alla cittadinanza sanremese con la quale egli invitava i rivoltosi a liberare gli imprigionati e a deporre le armi garantendo nello stesso tempo che le autorità genovesi avrebbero usato la massima clemenza possibile nei confronti dei principali responsabili della rivolta. Il 14 giugno il priore del Consiglio Pietro Giovanni Grossi rispose alla richiesta avanzata da Pinelli dichiarandosi disposto ad accettare le condizioni proposte dal generale genovese a patto che il governo della Repubblica assicurasse a tutti i cittadini la vita, l'onore e i beni tramite la promulgazione di un indulto generale. Trattenendo ancora i due gesuiti, i Sanremesi inviarono allora dal generale il parroco di San Siro Gollo con tre preti per avere ulteriori ragguagli sulle sue intenzioni. Molto astutamente Pinelli spaventò i quattro inviati minacciando bombardamenti e rappresaglie se la città non si fosse arresa, convincendo così anche i più scettici sulla magnanimità del suo carattere. Tranquillizzati quindi sulla benevolenza del generale, i Sanremesi liberarono il commissario Doria e la sua famiglia, che raggiunsero subito Pinelli. Successivamente i Sanremesi decisero di inviare a trattare con il generale quattro ambasciatori, Pietro Giovanni Grossi, Pietro Giovanni Boeri, Tommaso Gio Batta Borea e Antonio Martini, che furono però accolti con molta freddezza da Pinelli, il quale minacciò di riprendere le ostilità «fino all'ultimo sterminio» se i Sanremesi non avessero accettato integralmente le condizioni che aveva proposto. I quattro deputati si dichiararono allora pronti a sottomettersi rimettendosi al perdono genovese, che sarebbe però stato concesso solo se i Sanremesi avessero consegnato tutte le armi in loro possesso. Dopo aver accettato questa condizione, il 15 giugno alcuni ufficiali genovesi incaricati da Pinelli provvidero a ritirare tutte le armi sanremesi radunate in località San Rocco, presso la porta dei Cappuccini. Subito dopo i soldati genovesi, comandati dal colonnello Basso, occuparono tutte le principali postazioni della città, che cadde così completamente in mano genovese. Lo stesso 15 giugno il generale Pinelli fece il suo ingresso trionfale a Sanremo, dove la popolazione lo accolse con grande giubilo al suono di tutte le campane, mentre dai castelli i cannoni sparavano a salve e in chiesa veniva cantato un solenne Te Deum di ringraziamento per la felice conclusione delle trattative.

Dopo un giorno di calma apparente, nel pomeriggio del 16 giugno Pinelli convocò il Consiglio Comunale e il Parlamento nel palazzo Borea, dove il generale aveva preso alloggio. Fatta sottoscrivere un'umiliante supplica, il generale impose quindi il pagamento di 50.000 lire entro poche ore e di altre 50.000 entro due giorni agli ottanta consiglieri presenti, che vennero poi condotti nelle loro case e ivi tenuti prigionieri (una parte di questi sarebbe stata comunque liberata il 4 luglio). Incassata la somma richiesta il 19 giugno, lo stesso giorno Pinelli ordinò il versamento di altre 100.000 lire, una somme enorme per i tempi, avvertendo però nello stesso tempo i Sanremesi che se non avesse ricevuto tale somma, avrebbe ritirato un quantitativo corrispondente di olio. Per pagare questa seconda contribuzione, i malcapitati abitanti furono costretti a impegnare gli argenti, il raccolto autunnale dei limoni e quanto di meglio possedevano. Il 27 giugno il generale pretese altre 30.000 lire per offrire un rinfresco alle proprie truppe, mentre pochi giorni dopo spediva a Genova 980 barili d'olio come pegno parziale da parte dei Sanremesi in attesa del pagamento di tutte le contribuzioni. Nonostante alcuni esponenti dello stesso governo genovese si fossero lamentati per l'eccessivo quantitativo di denaro richiesto ai Sanremesi da Pinelli, quest'ultimo, d'accordo con il Minor Consiglio e il commissario Doria, decise di proseguire sulla linea di una punizione esemplare confiscando tutti i beni comunali, abolendo i privilegi e gli Statuti e riducendo drasticamente i poteri riservati al Consiglio e al Parlamento locali. Il 7 luglio i Genovesi smontarono quindi il campanone di San Siro e subito dopo lo imbarcarono su una galea diretta nella capitale; per punire ulteriormente la città ribelle, il governo della Repubblica ordinò anche la demolizione del campanile di San Siro fino alla camera dell'orologio e la distruzione del Castello di San Costanzo, che venne raso al suolo. Le autorità genovesi ordinarono inoltre a Pinelli di prelevare tutti i documenti dell'Archivio Comunale di Sanremo, di cui i Sanremesi si erano serviti per far valere i propri diritti nei confronti della Repubblica; requisite in gran segreto le carte dell'archivio comunale, contenenti tra l'altro le deliberazioni del Parlamento, il generale ne fece riempire tre casse e il 19 giugno le spedì a Genova insieme a tutte le lettere che gli erano capitate tra le mani, compresi i biglietti spediti dai due gesuiti Balbi e Curlo a Sanremo durante le trattative della resa e l'atto di dedizione al Re di Sardegna firmato dai Sanremesi nell'Oratorio di San Germano. Le poche carte rimaste in città e riunite in alcuni plichi furono poi anch'esse trasportate a Genova nel 1755 per cancellare anche il minimo ricordo della libertà sanremese.

Nell'intento di punire in modo esemplare i maggiori responsabili della rivoluzione, il governo della Repubblica concesse al generale Pinelli ampi poteri di indagine e gli conferì l'autorità criminale affiancandogli per questo compito l'esperto criminalista Francesco Maria Sertorio. Come prima misura, Pinelli fece arrestare una dozzina di consiglieri, anche se avevano regolarmente versato la loro parte di contribuzione; arrestò quindi Angelo Pesante e moltissimi altri cittadini che andarono ad affollare le prigioni a tal punto che molti furono rinchiusi nel palazzo Borea per mancanza di spazio. Il 17 giugno il generale emanò un primo editto con cui intimava a tutti i fuorisciti di rientrare a Sanremo entro tre giorni; pochi giorni dopo, il 25 giugno, fu la volta di un secondo editto che vietava a chiunque di abbandonare la città e ordinava ai fuorusciti di rientrare. I due editti non ebbero peraltro effetto alcuno, tanto che l'11 luglio Pinelli dovette amaramente comunicare a Genova che dalla città mancavano ben duemila uomini. La cifra era particolarmente elevata soprattutto se si tiene presente che nel 1750 a Sanremo vivevano in tutto 8313 persone, per cui gli esuli rappresentavano circa un quarto dell'intera popolazione! Molti di questi si erano rifugiati in Francia, dove avevano parenti o amici per i traffici di agrumi e olio, altri si erano stabiliti nei domini sabaudi, soprattutto nella zona di Perinaldo, mentre altri ancora non avevano trovato di meglio che nascondersi nei boschi circostanti Sanremo, dove erano quotidianamente raggiunti dalle loro donne, che, perseguitate da Genovesi e Collantini e costrette a chiedere il permesso a Pinelli per uscire dalla città, portavano loro cibo e vestiario anche a rischio della propria incolumità personale. Nel mese di giugno del 1753 iniziarono anche gli interrogatori e le inchieste da parte della magistratura genovese per appurare le responsabilità dei principali fautori della rivolta. L'inchiesta venne divisa in due parti: una di genovesi (vennero interrogati tra gli altri il commissario Doria e il suo alfiere Cavalloni) e l'altra di Sanremesi, in numero di 32. Soprattutto da parte dei Sanremesi fu un susseguirsi di accuse e denunce verso gran parte dei cittadini, coinvolti a vario titolo e in diverso grado nella sommossa contro la Repubblica.

Mentre erano ancora in corso gli interrogatori, le autorità genovesi procedettero ad una serie di arresti: furono incarcerati i componenti del Magistrato di Guerra, il prete Francesco Massa, A. Martini, Tommaso Gio Batta Borea, Stefano Palmaro, Gio Batta Palmaro Farina, Giovanni Battista Poggi, Domenico Barilaro e Giovanni Alciatore. Stessa sorte toccò anche a quattro Sanremesi, che avevano trovato rifugio nel convento degli Agostiniani: i Genovesi li arrestarono, non rispettando nemmeno l'agonia di uno dei quattro che, ferito alla testa, morì poco dopo l'arresto. I tre rimasti in prigione furono Bernardo Tomeis, Raimondo Sapia e Giovanni Battista Balestra. Condotti quindi a termine i processi, i magistrati genovesi emanarono le prime condanne, che avrebbero dovuto intimorire i Sanremesi per la loro esemplare severità. I componenti del Magistrato di Guerra, Giovanni Battista Stella, Giuseppe Riccobono e Stefano Palmaro furono condannati all'impiccagione con taglio ed esposizione pubblica della testa, mentre gli assenti sarebbero stati impiccati in effigie. Tutti i membri del Consiglio Comunale furono condannati invece all'esilio, misura che colpì in contumacia anche Gio Batta Frixero, Giovanni Grossi e Giovanni Maria Bosio; i compratori di armi furono puniti con dieci anni di reclusione, mentre per Brigida Moreno, Francesco Bottino e tutti quelli che avevano lavorato per le trincee (donne comprese) la condanna fu alla frusta e all'esilio. Persino il cittadino che aveva scritto sotto dettatura la carta di dedizione al re di Sardegna, certo Antonio Martini, venne punito con tre tratti di corda e l'esilio. Soltanto nel mese di agosto le autorità genovesi acconsentirono alla liberazione di alcuni dei condannati, sempre tuttavia con molta cautela e dopo aver preso tutte le precauzioni possibili.

Ai primi di settembre, per un atto di clemenza o forse per effetto delle pressioni che da vari stati giungevano a Genova, il governo della Serenissima emise un generale indulto nei confronti delle persone coinvolte nella rivolta sanremese, che venivano perdonate tutte tranne i quattordici che erano risultati maggiormente colpevoli. Inizialmente tuttavia l'elenco degli esclusi dall'indulto comprendeva diciotto persone, e solo all'ultimo momento furono cancellati il notaio Gio Batta Palmaro Farina, Pier Giovanni Grossi, il prete Costanzo De Andreis e il chierico Pietro Bosio, in modo che la lista comprendesse soltanto quattordici persone. Nell'editto sull'indulto, promulgato dal doge di Genova il 4 settembre 1753, erano elencati i quattordici cittadini sanremesi esclusi dal provvedimento, identificati in Lorenzo Anselmo, Pier Giovanni Musso, Antonio Palmaro, Giovanni Sardi, il notaio Tommaso Bracco, Gian Giacomo Ascenso, Giacomo Maria Bottino, Giovambattista Berta, Nicolò Moraldi, i preti Paolo Sardi, Giovambattista Palmaro e Francesco Massa, e i chierici Giovambattista Rosso e Agostino Borea. Di questi quattordici cittadini erano tuttavia in carcere soltanto Nicolò Moraldi e il prete Francesco Massa, che languirono in prigione fin quasi alla morte. Gli altri cominciarono un triste esilio accompagnati da molti altri in esilio volontario, che non vollero dar credito alla generosità genovese, sostenuti soltanto dalla fede nella loro causa e aiutati dai concittadini, che inviarono loro denaro e tutto quello che potevano far arrivare. Con la pubblicazione dell'indulto molti carcerati uscirono comunque dal carcere, ma subito dopo le autorità genovesi procedettero a nuovi arresti, mentre gli esiliati esclusi dal bando rimanevano all'estero. Nel mese di luglio intanto il generale Pinelli aveva condotto una spedizione a Poggio e Verezzo per punire gli abitanti delle due frazioni di Sanremo, colpevoli di non aver ancora compiuto alcun atto di sottomissione nei confronti di Genova. Giunto nei due paesi, Pinelli vi fece asportare tutto il bestiame e riscosse 1373 lire a Verezzo e 1591 lire a Poggio, come prima e parziale contribuzione della popolazione locale per risarcire i danni causati dalla ribellione contro la Repubblica.

Il 25 settembre, venti giorni dopo la pubblicazione dell'editto di perdono, il generale Pinelli dovette amaramente constatare il fallimento dell'iniziativa, tanto che di tutti gli esiliati ne erano rientrati in città soltanto undici. Intanto il governo genovese, informato dei soprusi e delle angherie compiute dal generale a Sanremo, decise di affidare agli Inquisitori di Stato il compito di indagare sul comportamento tenuto da Pinelli durante la sua permanenza nella città del Ponente ligure. Gli Inquisitori appurarono allora che effettivamente molti dipendenti di Pinelli avevano compiuto gravi estorsioni ai danni di Sanremesi, che erano anche costretti a fornire ogni settimana grandi quantità di olio, cera, carbone e legna. Dopoché il segretario degli Inquisitori Francesco Piccardo ebbe trasmesso l'8 ottobre un rapporto segreto al Senato genovese sulle malefatte compiute da Pinelli nella città matuziana, il governo fu costretto a richiamare il generale, che si giustificò dichiarandosi disposto a restituire il resto del rinfresco e definendosi moderato nelle richieste di materiali e viveri per sé, anche se poi risultò che i Sanremesi erano stati obbligati a fornire alla casa del generale un barile e mezzo di olio, otto rubi di candele, e ben 500 cantare di legna e 500 rubi di carbone. Ai primi di ottobre il governo genovese chiamò quindi da Sarzana Francesco Maria Sauli per trasferirlo a Sanremo al posto del generale Pinelli. Il 12 ottobre quest'ultimo scrisse le lettere di congedo, profondamente scontento del popolo sanremese, che tuttavia sperava che l'allontanamento di Pinelli significasse l'instaurazione di un'amministrazione più equa e maggiormente rispettosa dei diritti della cittadinanza. Nonostante che all'arrivo di Sauli molti Sanremesi erano scappati dalla città per paura di ulteriori rappresaglie, il nuovo commissario sembrava invece disposto a fare di tutto per ripristinare la pace e restituire calma e serenità alla popolazione.

Intanto il rappresentante sanremese alla Corte imperiale di Vienna Gio Batta Sardi aveva fatto sapere ai suoi concittadini che gli occorreva una procura, firmata dal popolo sanremese, necessaria per assumere l'incarico ufficiale di procuratore di Sanremo e agire quindi a pieno titolo a nome della popolazione matuziana. In un primo momento l'intermediario Agostino Patrone fece sapere a Sardi che non sarebbe stato possibile fargli avere una procura regolare, stilata davanti al Parlamento, chiedendogli quindi se poteva essere valido anche un documento stilato senza adunanza pubblica. Dietro però le ripetute insistenze di Sardi per avere una procura regolare, Patrone si recò a Perinaldo dove ebbe la certezza che tutti i Sanremesi avrebbero firmato il documento pur di liberare la città dalla dominazione genovese. Alla fine di settembre del 1753 venne redatto il testo della procura, che conferiva a Sardi il pieno mandato di rappresentare la comunità sanremese presso la Corte imperiale, difendendone diritti e prerogative. Si trattava ora di fare firmare questo documento ai Sanremesi, che non potevano certo farlo a Sanremo per il rigido controllo della popolazione operato dalla polizia genovese. Venne quindi stabilito di aprire una sottoscrizione pubblica a Perinaldo, dove si recarono per vari giorni gruppi di Sanremesi per firmare la procura. In casa dei notai Crovesi e Cassini, con la bandiera imperiale esposta con grande evidenza, il notaio Tommaso Bracco, autorizzato dal re di Sardegna, procedeva alla raccolta delle firme in duplice originale. Con questo servizio, i Sanremesi speravano di assicurarsi l'appoggio di Vienna, che avrebbe potuto inviare le sue truppe a Sanremo per liberare la città dal dominio genovese. Informato di questa iniziativa, il commissario Sauli si infuriò con coloro che avevano sottoscritto la procura e ordinò di arrestare tutti quelli che erano in contatto con i fuorusciti. Ben presto le carceri si riempirono di gran parte dei cittadini che avevano firmato il documento a favore di Sardi, molti dei quali evitarono guai peggiori dichiarando che avevano firmato le due liste perché minacciati di rappresaglie e che non conoscevano lo scopo delle firme. Il governo genovese ordinò allora a Sauli di sorvegliare tutti i passi che conducevano a Perinaldo, incarcerando tutti coloro che avevano firmato la procura a Sardi. Nei successivi mesi di novembre e dicembre il commissario compì quindi una serie impressionante di rappresaglie contro cittadini sanremesi, intercettando tra l'altro il maggior numero possibile di lettere inviate ai fuorusciti e perquisendo rigorosamente tutte le persone che entravano o uscivano dalla città.

Un'altra grave situazione critica riguardava i rapporti tra Sauli e il clero sanremese, che peraltro non aveva mai nascosto i suoi sentimenti ostili nei confronti di Genova. La crisi più acuta si verificò nell'autunno del 1753 in merito agli onori che spettavano in chiesa ai Commissari generali. Ai primi di dicembre di quell'anno infatti Sauli informò il parroco Gollo, nativo di Pietra Ligure, ma sanremese di sentimenti, che, in occasione della prossima festa di S. Francesco, egli desiderava tenere cappella. Questo cerimoniale consisteva in una serie di riguardi da tributare al commissario, tra i quali il più rilevante era quello di innalzare una sedia nel presbiterio, al posto della cattedra vescovile, già tolta in precedenza per ordine di Pinelli. Di fronte a questa richiesta, il parroco tergiversò fino al giorno della cerimonia, quando decise di esporre il Santissimo, che di fatto escludeva la cerimonia della cappella. Dopoché anche i Gesuiti ebbero rifiutato di tenere la cerimonia nella loro chiesa, Sauli non riuscì più a contenere la sua ira per lo smacco subito e fece arrestare due preti ammonendo severamente il parroco Gollo a non opporsi più alle sue direttive. Quest'ultimo lasciò allora Sanremo e si recò prima presso il vescovo di Albenga e poi a Pietra Ligure. Subito dopo la partenza di Gollo, Sauli ricominciò la sua politica vessatoria nei confronti della popolazione arrestando molti cittadini, tra cui numerosi preti e frati. Dopo questa ennesima serie di arresti, i fuggiaschi aumentarono, mentre quanti restavano erano costretti a vivere nascosti nelle case e alcuni perfino nelle stalle. Secondo un giudice di Bordighera, certamente non sospetto di sentimenti filosanremesi, nel novembre del 1753 a Sanremo regnava la più assoluta desolazione con case, magazzini e negozi vuoti e deserti e la città abitata soltanto da donne, vecchi e bambini, sottoposti ad ogni genere di abusi e violenze da parte dei soldati e poliziotti del presidio genovese.

Nei primi mesi del 1754 il commissario Sauli iniziò a curare personalmente l'amministrazione della città ingaggiando un esattore genovese, Pasquale Rossi, per sistemare la contabilità del paese, riorganizzando la gabella dei quattro monopoli e tutte le leggi che riguardavano il traffico e il commercio, tranne la distribuzione delle acque e la classificazione e la vendita dei limoni, che erano già state abolite con la soppressione degli Statuti comunali di Sanremo. Il 4 marzo 1754 le autorità genovesi ripubblicarono l'indulto del settembre 1753, che riguardava tutti i fuorusciti sanremesi ad eccezione dei quattrodici banditi capitali. Nonostante la ripubblicazione dell'editto furono tuttavia pochissimi i fuorusciti che ritornarono in città, proprio quando da Vienna giungeva la notizia che il governo imperiale stava per dichiarare Sanremo feudo imperiale. Questa notizia determinò una grande euforia in città, dove i pochi Sanremesi rimasti cominciarono a sperare nell'arrivo delle truppe imperiali. La gioia dei Sanremesi divenne ancora maggiore quando si venne a sapere che il 22 aprile 1754 il Consiglio Aulico di Vienna aveva emesso un Concluso, che ordinava a Genova di trattare bene i cittadini sanremesi e chiedeva conto dei soprusi e delle violenze compiute dalle truppe genovesi nella città matuziana. La reazione genovese a queste iniziative imperiali fu comunque molto ferma e decisa, tanto che il popolo sanremese, che in un primo tempo aveva esultato per le notizie provenienti da Vienna, ritornò ad uno stato di rassegnazione e di malcelata sopportazione del dominio genovese. Intanto riaffiorava la questione della sedia del commissario, provvisoriamente sopita nel Natale del 1753 con la fuga del parroco Gollo. Il 9 aprile 1754 il vescovo di Albenga Costantino Serra emanò un decreto con cui ordinava di rimettere immediatamente al suo posto la sedia vescovile, minacciando nello stesso tempo di scomunica chiunque avesse osato staccare o lacerare l'editto affisso sul portone di ingresso della chiesa di San Siro. La notte del 12 aprile però Sauli, indignato per questa decisione del vescovo albenganese, fece asportare l'editto e lo spedì quindi a Genova. Nello stesso giorno Sauli ordinò di rimettere al suo posto la sedia del commissario dopoché quest'ultima era stata in un primo tempo asportata e sostituita con la cattedra del vescovo.

Successivamente Sauli fece arrestare il curato Gerolamo Gazzano ma questa misura non ebbe altro risultato che riacutizzare la tensione, mentre la sedia scompariva nuovamente e cominciava a circolare la voce che il commissario sarebbe stato scomunicato. Poco dopo il governo genovese, accogliendo un parere di Sauli, mandò una galea armata ad Albenga per arrestare l'animoso vescovo, che fu costretto a fuggire riparando a Loano, dove venne alloggiato nel palazzo Doria. Per trarsi dal grave impaccio, Genova decise allora di rivolgersi al potentissimo generale dei Gesuiti padre Luigi Centurione, che coinvolse nella querelle lo stesso papa Benedetto XIV. Il 18 giugno il papa scrisse al vescovo Serra una lettera per convincerlo ad accettare un ragionevole compromesso, in base al quale la sedia del commissario poteva essere mantenuta, anche se ad un livello più basso di quella vescovile. L'intervento papale non risolse però l'intricata questione, in quanto la Repubblica continuava a rivolgere appelli al padre Centurione per ottenere maggiore soddisfazione, mentre il coriaceo vescovo albenganese resisteva sempre alle manovre del governo genovese, che cercava di farlo dimettere o arrestare. La situazione si sbloccò tuttavia alla fine di agosto del 1754, quando papa Benedetto XIV invitò ufficialmente il vescovo Serra ad andare a Genova per trovare un accordo con le autorità della Repubblica. Recatosi quindi nella capitale, il vescovo di Albenga si incontrò con i governanti genovesi, che lo convinsero ad accettare le loro proposte. In particolare venne concordato che la sedia vescovile sarebbe stata rimessa al suo posto accanto a quella del commissario Sauli, che tuttavia non consentì in seguito che la sedia vescovile venisse rialzata, nonostante che il parroco Gollo, ritornato a Sanremo e credendo tutto accomodato, avesse protestato per la violazione dell'accordo raggiunto con il vescovo Serra.

Intanto una commissione di esperti genovesi, presieduta da Pasquale Rossi, stava lavorando da diversi mesi alla sistemazione delle pendenze economiche sanremesi nei confronti della Repubblica, che portò alla redazione del Regolamento Economico della Comunità di Sanremo, terminato nell'autunno del 1754. Con tale pubblicazione si stabilirono i debiti della Comunità, che avrebbero dovuto essere saldati nel giro di pochi anni tramite la corresponsione di adeguate gabelle, contribuzioni e oneri fiscali da parte della cittadinanza sanremese, già peraltro ampiamente provata dalle conseguenze della rivoluzione. Rossi, tenendo presente la grave carenza di fondi nelle casse comunali, avvertì tuttavia le autorità genovesi che se non fosse stata modificata la struttura economica di Sanremo allora vigente, la comunità sanremese non solo non sarebbe riuscita ad estinguere il debito, ma non avrebbe nemmeno potuto pagare gli interessi. Il funzionario genovese si mise quindi al lavoro per sanare questa situazione compilando nuovi ruoli di contribuenti, aumentando le contribuzioni e impiantando un nuovo regolamento. Nonostante le proteste dei Sanremesi per la sempre maggiore tassazione imposta da Genova, le autorità genovesi approvarono il 7 ottobre 1754 il Nuovo Regolamento della città, che, applicato nel febbraio 1755, saldò i debiti della comunità prelevando però i necessari contributi dai privati cittadini. Il Nuovo Regolamento, che regolava minuziosamente tutta la materia fiscale e contributiva, fu però accolto con grande freddezza dai Sanremesi, che vi videro un altro strumento di oppressione utilizzato dal governo genovese per imporre le sue dure leggi nella città matuziana. L'ostilità della popolazione nei confronti di questo decreto si palesò in tutta la sua evidenza alla fine di marzo del 1755, quando, all'adunanza del Parlamento che avrebbe dovuto approvare il Regolamento, intervennero soltanto una ventina di cittadini tra quelli più fedeli a Genova, come il conte Roverizio e Pier Francesco Sappia. Anche per l'elezione dei tre magistrati, che secondo il decreto avrebbero dovuto curare l'amministrazione comunale sotto il controllo del commissario genovese, Sauli dovette imporre tre suoi candidati, non essendo disposto nessun consigliere ad accettare cariche pubbliche.

Alla fine di maggio del 1755 subentrò a Sauli il nuovo commissario Francesco Maria Gaetano Doria, che iniziò il suo mandato con una serie di iniziative che non erano certo ispirate a clemenza nei confronti dei Sanremesi, che furono sottoposti a nuove misure restrittive, quali la redazione di un registro con l'elenco dei cittadini devoti a Genova e di quelli contrari, la perquisizione delle case dei sospettati, l'istituzione di una sorveglianza armata all'Eremo di San Romolo per controllare il traffico verso Perinaldo e l'ulteriore inasprimento della politica anticlericale. Frattanto però le pressioni imperiali stavano inducendo il governo genovese ad adottare una linea più morbida nei confronti dei Sanremesi, ai quali Genova, dopo molte incertezze, concesse la possibilità di ottenere qualche grazia purché questa venisse regolarmente e ufficialmente richiesta. Fu così che alla fine del 1755 venne eletta una commissione composta da tre deputati allo scopo di domandare un alleggerimento delle tasse alle autorità genovesi. La commissione, formata dal conte Giuseppe Sappia, Giacomo Filippo Roverizio e Francesco Martini, si riunì nel gennaio 1756 e decise quindi di sottoporre al governo di Genova, su regolare carta bollata, la richiesta di sgravio di alcune imposizioni, tra cui quella che obbligava i Sanremesi a mantenere gli ufficiali della guarnigione a proprie spese. Nel febbraio successivo i tre deputati, certo su istigazione del governo genovese che desiderava compiere un clamoroso gesto di clemenza più che una modesta diminuzione delle tasse, chiesero solennemente il perdono a nome dell'intera città. Per rendere quindi ufficiale questo passo, i tre deputati furono allora invitati a Genova, dove il 20 febbraio presentarono la supplica con cui chiedevano al doge di emettere un perdono generale nei confronti di tutti i cittadini coinvolti a vario titolo nella rivoluzione del giugno 1753. Ma il governo della Repubblica, ben sapendo che i tre deputati sarebbero stati facilmente smentiti, pretesero che i deputati ritornassero a Sanremo per ottenere una procura sottoscritta dalla maggioranza dei cittadini, che convalidassero l'operato dei tre deputati. Genova aveva infatti bisogno di questa procura per sminuire le affermazioni di Gio Batta Sardi a Vienna. Di fronte all'atteggiamento assunto dal governo genovese, i tre deputati, che ben conoscevano i sentimenti dei loro concittadini, non osarono neppure richiedere una tale procura ai Sanremesi, che l'avrebbero sicuramente rifiutata; la missione si risolse quindi in un secco insuccesso, confermato anche dal fatto che il conte Sappia non fece nemmeno ritorno a Sanremo, preferendo fermarsi a Oneglia, mentre gli altri due deputati tornarono in città delusi e rassegnati, dopo aver definitivamente rinunciato ad ottenere le sperate grazie genovesi.

La mancata concessione della grazia da parte genovese non destò peraltro grandi preoccupazioni tra i Sanremesi, che erano invece particolarmente felici per le numerose e insistenti voci, che dal marzo all'agosto del 1756 davano per certi concentramenti di truppe imperiali e sabaude a Pigna, Perinaldo, Nizza, Sospello e in altre località vicine. Tali voci determinarono nella popolazione una maggiore resistenza a pagare le tasse, mentre il commissario Doria, accusato di negligenza e incapacità, decise di inviare delle spie a Perinaldo per indagare sull'origine di queste notizie su imminenti attacchi nemici. In seguito adottò altre misure per controllare meglio la città, quali la modifica degli antichi Capitoli della Frutta, la redazione delle Regole per il Magistrato del Comune e la chiusura definitiva degli Oratori, i cui apparati e vasi sacri furono affidati alla compagnia del Corpus Domini. Non pago di questi provvedimenti, Doria fece anche arrestare le figlie e una sorella di Lorenzo Anselmo, che erano state sorprese a scrivere una lettera al padre, propose di far uccidere a tradimento lo stesso Anselmo e Musso a Nizza e Giovanni Sardi a Perinaldo, e mise in carcere il padre domenicano Ascenso, poi tradotto a Genova per essere sottoposto ad un processo ecclesiastico. Altrettanto pronta fu però la reazione sanremese a questi provvedimenti repressivi: venne sfondata una porta delle carceri, che si trovavano ancora nel palazzo Borea, e furono liberati alcuni detenuti; il padre Bonaventura, dei Minori Riformati, tenne dei pubblici discorsi contro il governo genovese, che alla fine lo fece espellere; tutti i cittadini che avevano imprestato delle argenterie non vollero riscattarle per danneggiare il fisco genovese; i Cappuccini organizzarono nel loro monastero convegni segreti con i capi sanremesi; le monache turchine sanremesi minacciarono le loro consorelle originarie di Genova; e infine, nelle elezioni dei Magistrati della città, e specialmente degli Anziani, furono appositamente eletti i cittadini più focosi e turbolenti, che fossero così in grado di importunare le autorità genovesi senza correre alcun rischio per la propria libertà personale.

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