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Attualità | 11 maggio 2026, 10:03

Ventimiglia, i draghi tra mito e religione: il racconto medievale tra alpeggi, laghi sacri e antichi culti pagani

Andrea Eremita di “Archeonervia” ripercorre la simbologia del drago nell’immaginario medievale e il legame con i luoghi sacri delle antiche popolazioni alpine

Il drago rappresenta una delle figure più affascinanti e misteriose dell’universo medievale. Creatura leggendaria per eccellenza, la sua origine si perde nelle nebbie del passato, assumendo significati profondamente diversi tra Oriente e Occidente.

Se nelle culture orientali il drago è tradizionalmente considerato una figura positiva, simbolo di fortuna, prosperità e protezione, nel cristianesimo medievale diventa invece l’incarnazione stessa del male, strettamente associato al demonio, alla morte e alle forze oscure.

A ripercorrere questo viaggio tra mito, religione e simbologia è Andrea Eremita, autore del blog “Archeonervia”, che attraverso una riflessione storico-culturale analizza il ruolo del drago nell’iconografia romanica medievale.

Nelle rappresentazioni religiose dell’epoca, il drago veniva raffigurato prendendo spunto dall’aspetto terrificante del coccodrillo: corpo ricoperto di squame, creste spinose, lunga coda, artigli affilati e una gigantesca bocca in grado di sputare fuoco e diffondere un alito pestifero.

Secondo i bestiari medievali, i draghi abitavano luoghi remoti e selvaggi, in particolare gli alpeggi, le sorgenti e i laghi montani, nascondendosi all’interno di grotte dalle quali uscivano per aggredire uomini e animali.

Una narrazione che, secondo l’analisi proposta da Eremita, si intrecciava perfettamente con la strategia della Chiesa medievale volta a scoraggiare la frequentazione degli antichi luoghi di culto pagani, spesso situati proprio in prossimità di laghi e sorgenti alpine.

In molte zone isolate, dove non era possibile edificare cappelle o edicole votive dedicate alla Vergine Maria, la leggenda del drago avrebbe così contribuito a terrorizzare pastori e contadini, allontanandoli da aree considerate ancora legate ai culti precristiani.

A testimonianza della sacralità di questi luoghi in epoca antica, Andrea Eremita segnala la presenza di un altare sacrificale rovesciato nei pressi di due laghetti alpini, caratterizzato da incisioni vulvari risalenti ai culti pagani precedenti all’avvento del cristianesimo.

Secondo l’autore, tali simboli non devono essere interpretati come immagini oscene o provocatorie, ma come rappresentazioni della fertilità e della vita, strettamente collegate all’acqua e alla natura. Le incisioni dell’organo riproduttivo femminile diventano così metafora della nascita e della rigenerazione, in netto contrasto con la lettura negativa tramandata nei secoli dalla morale cristiana.

L’approfondimento è firmato da Andrea Eremita sul blog “Archeonervia”, progetto che conta oggi 264 articoli e oltre 298 mila visualizzazioni, realizzato con la collaborazione di Bruno Calatroni, Stefano Albertieri, Aldo Ummarino e Paolo Ciarma.

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