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Eventi | 04 dicembre 2021, 10:36

“La normalità è preziosa, ma ce ne siamo già dimenticati”: Toni Capuozzo ha chiuso ieri sera il “Ponente International Film Festival”

Il celebre reporter di guerra ha parlato del futuro della sua professione, di Afghanistan e Siria, di “piccole patrie” e dell’importanza di vaccinare tutti i Paesi del mondo. Presente in sala anche il vicesindaco Mauro Bozzarelli, che gli ha consegnato una Targa a nome della Città di Bordighera.

“La normalità è preziosa, ma ce ne siamo già dimenticati”: Toni Capuozzo ha chiuso ieri sera il “Ponente International Film Festival”

Dalla professione di inviato di guerra, che non può più fare perché ora, per via dell’età, sarebbe «un pessimo fuggitivo» al ricordo dell’ultima esperienza in Siria; dall’atteso commento sull’Afghanistan dei talebani, «che non sono dei marziani, ma parte integrante di una società che ha determinati valori, portati all’estremo», a quello sulla condizione femminile, specie perché il suo intervento ha seguito la proiezione de I racconti di Pàrvana, film d’animazione che racconta una pratica tutt’altro che di finzione, quella del “bacha posh”, la ragazza che si traveste da uomo per provvedere alla sua famiglia; passando per le sue «Lettere da un Paese chiuso», diario affidato ai social durante il lockdown che ora è diventato un libro. Toni Capuozzo non si è risparmiato ieri sera, di fronte alla platea del cinema Zeni, a chiusura della ricca sei giorni del Ponente International Film Festival di Bordighera.

Non ha mai fatto un corso di primo soccorso per scaramanzia; però, ha sempre tenuto compagnia ai feriti, un po’ come i soldati americani che nell’immaginario comune passano la sigaretta al morente. Intervistato dal giornalista bordigotto Giancarlo Pignatta, Capuozzo ha esordito parlando proprio del ruolo dell’inviato di guerra, panni che ha smesso per via dell’età: «La prima dote in guerra è poter scappare. Oggi sarei un pessimo fuggitivo al fronte. Se andassi adesso dovrei portarmi una valigetta di medicine. Non posso nemmeno dire: “Facciano gli altri”, perché è una figura professionale che sta scomparendo, un po’ come quella dei calzolai», ha commentato sarcasticamente. Ha proseguito ricordando la sua ultima esperienza al fronte, in Siria, durante la quale ha approfondito soprattutto il punto di vista, spesso trascurato, dei cristiani.

Atteso il suo commento sulla situazione in Afghanistan, specie perché a seguito della proiezione de I racconti di Pàrvana (Canada/Irlanda 2018, 94’), film d’animazione prodotto da Angelina Jolie ambientato in un Paese dominato dall’integralismo islamico, in cui la protagonista, Pàrvana, si traveste da uomo per salvare la sua famiglia sotto il dominio dei talebani. Una pratica comune in Afghanistan, che prende il nome di “bacha posh” (letteralmente, “ragazzo travestito”): ossia, le famiglie prive di figli maschi inducono una delle loro figlie femmine a vestirsi e comportarsi come se fosse un ragazzo per lavorare. «Non è un’opera di fiction il film che avete visto. È una tradizione affascinante e struggente quella della bambina che si traveste da maschio: affascinante, perché assomiglia alle cose di cui dibattiamo oggi (vale a dire: “Sei quello che ti senti”). Ma l’Afghanistan invece non è andato avanti. Questa tradizione è accettata in un Paese in cui i ruoli di genere sono rigidi. Se una famiglia povera ha solo figlie donne, non può portare avanti il lavoro. Il lavoro minorile è accettato; i bambini si sentono rispettabili e forti a lavorare, si mettono a piangere se gli dici: “Basta, vai a studiare”. La ragazza che magari non si è sposata si traveste così da uomo e, quasi per convinzione teatrale, la cosa è accettata da tutti, anche dai vicini di casa. Si gode così della libertà di essere maschio. In Afghanistan “ci sono i bambini ma non c’è l’infanzia”, come ha scritto Hosseini. C’è però un’età in cui la finzione poi non è più possibile. E questo è un problema, perché improvvisamente la ragazza deve diventare remissiva dopo aver goduto di alcune libertà. Deve chiudersi a riccio nei panni di un burqa».

Inevitabile un commento sulla vittoria dei talebani: «È la sconfitta cocente di un impegno ventennale (è costata milioni di dollari all’America; all’Italia, meno soldi ma 54 connazionali in divisa che hanno perso la vita). Bisogna tener presente che i talebani non sono marziani: sono parte integrante di una società che ha determinati valori, che loro portano alle estreme conseguenze. Sono la parte più fanatica. Il burqa, ad esempio, non era scomparso: a Kabul, che comunque era la “Las Vegas dell’Afghanistan”, nei quartieri popolari continuavano a indossarlo, per non parlare dei villaggi. Quando con i militari andavamo a cena nelle case dei villaggi, gli avanzi finivano nella stanza delle donne. E questo non è l’Afghanistan dei talebani, ma degli ultimi vent’anni. I talebani sono figli di una cultura religiosa. Anche noi abbiamo avuto tradizioni di cui non andare fieri (ad esempio, il delitto d’onore). Le tradizioni però possono cambiare con facilità, le convinzioni religiose no». C’è, infatti, alla base, proprio un’idea diversa di “peccato” tra le due religioni. «Noi siamo cresciuti in una società di origine giudaico cristiana. Di fronte al peccato, possiamo scegliere di pentirci, di rimediare. Nel mondo islamico – islam vuol dire proprio “sottomissione” – il rapporto con Dio è molto diverso dal nostro. La moschea non è la stessa versione della chiesa. Le religioni non sono uguali. L’uomo nell’Islam viene esentato dallo scegliere, viene messo in condizione di non sbagliare. Nell’Islam si toglie l’occasione di peccare, si cancella, perché si ritiene che l’uomo non sia in grado di scegliere. La donna può destare cattivi pensieri? Allora la copri. Noi li vediamo come dei costumi, come delle differenze culturali di poco conto, ma invece non è così». Ha poi ricordato come i matrimoni obbligati siano imposti dalla famiglia, non dalla legge. A tal proposito, ha raccontato anche di quando aveva aiutato a mettere in piedi una struttura per grandi ustionati: «La maggior parte erano donne che si erano date fuoco per protestare contro il matrimonio imposto dalla famiglia. E questo testimonia una difficoltà atroce per le donne: quella di ribellarsi alla stessa madre. Rifiutare questo vuol dire trovarsi senza famiglia in una società in cui la famiglia è tutto. Le carceri femminili sono piene di donne ribellate».

Ha poi parlato degli ultimi suoi due libri, «Piccole patrie» (Biblioteca dell’immagine) e «Lettere da un Paese chiuso» (Signs Publishing). «“Piccole patrie” è un libro che raccoglie quello che io ho scritto sul Friuli, la mia piccola patria. Non sono un buon venditore di libri, ma chiunque ha una piccola patria. La parola “patria” è una parola che ormai è fuori moda. Ma non intendo un concetto di nazionalismo, che si contrappone ad altre nazioni. Parlo dei sapori e profumi di un luogo. Intendo quando cominci ad arrivare e senti l’odore di casa. Io ne ho avute molte di patrie: una è stata il Friuli». In ultimo, «Lettere da un paese chiuso»: «In realtà solo adesso è un libro, perché era nato come una serie di post su Facebook scritti durante il lockdown, che hanno fatto compagnia alle persone e che hanno tenuto compagnia anche a me. Alla fine, un editore mi ha chiesto di trasformarli in un libro e io ho accettato alla condizione che restasse identico». Non ha mancato di commentare, così, anche la situazione pandemica e la lezione che se ne può trarre. «La lezione è che la normalità è preziosissima, solo che ce ne dimentichiamo presto. Già oggi ci siamo dimenticati: c’è chi si lamenta perché deve mostrare un Green Pass. Nessuno della mia età, poi, ricordo che si fosse mai chiesto: “Ma in questo Viagra cosa c’è dentro?”. Eppure, l’ha fatto la Pfizer, la stessa del vaccino». Infine, ha sottolineato l’importanza di vaccinare tutti i Paesi, anche quelli meno ricchi e privilegiati: «Noi ci permettiamo il lusso di non voler essere vaccinati e c’è chi nel mondo aspetta con ansia un vaccino. Bisogna fare i conti col fatto che finché anche l’India non si sarà salvata, non ci saremmo salvati nemmeno noi».

Il vicesindaco di Bordighera ha poi consegnato a Toni Capuozzo una Targa da parte della Città, auspicando che «il mestiere di inviato di guerra sparisca perché non ce ne sia più bisogno».

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