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Attualità | 21 luglio 2021, 09:25

La storia del 'Castello di Sanremo' (o Villa Matutiana) nello scritto del nostro lettore Giacomo Mannis

Del castello oggi ci rimangono solo una piantina, realizzata dal colonnello cartografo Matteo Vinzoni, e una descrizione fattane da Francesco Maria Sauli, puntualmente ripresa da Nilo Calvini nel suo libro “La Rivoluzione del 1753 a Sanremo”.

La storia del 'Castello di Sanremo' (o Villa Matutiana) nello scritto del nostro lettore Giacomo Mannis

Nei documenti medievali che ci sono pervenuti il territorio di Sanremo era

identificato come Villa Matutiana o Matutianensibus finibus (Villa Matuziana o

Territorio matuziano). A cavallo dell’anno mille ci fu un cambio di denominazione, lo stesso territorio venne chiamato Castrum Sancti Romuli.

La nuova denominazione era dovuta alla devozione che gli abitanti della Villa Matutiana avevano nei confronti di san Romolo. Romolo, vescovo genovese era vissuto nella Villa Matutiana come un eremita e, morto, come si suol dire, in odore di santità, fu venerato insieme al suo predecessore, il vescovo Siro di Struppa, come il portatore della cristianità nel ponente ligure.

Il periodo esatto della sua permanenza nel territorio di Sanremo non è dato sapere, gli storici spaziano dal V secolo d.C. al IX secolo. La cosa certa è che aveva fatto vita da eremita nei pressi di San Romolo, nella bauma (grotta) dove è stata ricavata una cappella dedicata al suo nome. La scelta del posto non fu casuale, infatti fu determinata dalle invasioni barbariche, a seguito della caduta dell’impero romano d’occidente, (Goti, Longobardi e Saraceni) che avevano portato morte e distruzione lungo tutta la costa, nei pressi del litorale, costringendo i pochi abitanti a trasferirsi in una zona più protetta, nell’entroterra, dove oggi sorgono gli abitati di Borello e San Romolo.

Con la sconfitta e la cacciata definitiva, degli ultimi incursori, i pirati Saraceni, dal loro covo di Frassineto nel 972, coloro che si erano rifugiati nelle zone di altura più riparate scesero di nuovo verso il mare e ricostruirono il villaggio nella località denominata “la Costa”, oggi “la Pigna”. Il villaggio fu costruito con un sistema difensivo tale da poter affrontare eventuali assalti, non solo da predoni, ma anche da eserciti di ventura o da signorotti e potentati vicini. Questa costruzione, fatta a cerchi concentrici, dava la possibilità alle abitazioni, costruite senza soluzione di continuità le une attaccate alle altre, di fungere da mura nelle quali, nei punti strategici, erano sistemate le porte per accedere all’interno della fortificazione.

L’abitato fu denominato da subito Castrum Sancti Romuli. Il termine Castrum ha due significati, può voler dire sia villaggio fortificato sia castello. Questo fatto ha portato i più alla convinzione che l’abitato di San Romolo avesse un castello nel suo punto più alto, e questa convinzione ce la siamo portata dietro sino al 1754 quando i Genovesi del Commissario Francesco Maria Sauli distrussero quella parte dell’abitato radendo al suolo quella che era sicuramente la zona più fortificata della città. Ora il busillis sta nel cercare di capire che tipo di costruzione abbiano distrutto i Genovesi: un castello, nella sua accezione più comune di abitazione del signorotto

locale o una postazione fortificata, utilizzata come punto di avvistamento e ultimo riparo in caso di incursioni piratesche?

Personalmente ritengo che non ci sia mai stato un castello con funzione di abitazione e che castrum vada inteso semplicemente come luogo fortificato nel suo insieme. Il territorio della Villa Matuziana prima e San Romolo poi ricadeva nella contea di Ventimiglia, ma non risulta da nessun documento che i conti di Ventimiglia vi abbiano mai abitato. Nel 979 il vescovo di Genova Teodolfo affittava a 28 famiglie di coloni i terreni che possedeva nel territorio della matuziana. Già nel 1038 il conte Corrado III di Ventimiglia cedeva alcuni suoi diritti al vescovo di Genova Corrado che però, anche lui, non risulta mai aver abitato questi luoghi.

Nel 1130 a seguito della guerra che vedeva impegnata Genova contro Ventimiglia i Genovesi costruirono una torre di controllo e difesa del territorio. Il Caffaro, che ce ne dà notizia, non dice dove fu costruita, ma si può ragionevolmente pensare che fosse quella che in seguito fu denominata turris in summitate e abitata solo come presidio militare da soldati o come risulta da un documento del 1217 dalla famiglia guelfa dei Rafficotta. L’anno 1133 vede la Diocesi di Genova elevata ad Arcidiocesi e l’arcivescovo di Genova Siro II assumere il titolo di Dominus et Comes (signore e conte), ma questi non si insediò mai a San Romolo, anzi aveva stabilito quali fossero gli obblighi di ospitalità, che i suoi vassalli avevano nei suoi confronti, durante le sue annuali visite pastorali.

Dismesso il titolo di Dominus et Comes, troppo difficile da sostenere senza

un’investitura ufficiale da parte dell’Imperatore, gli arcivescovi di Genova fecero

costruire un palazzo nei pressi della chiesa di San Pietro, ma anche in questo caso

l’edificio non può essere identificato come il castello perché più in basso rispetto alla

posizione più fortificata della città. In seguito nel 1259 l’arcivescovo Gualtiero da

Vezzano si fece costruire un palazzo fuori dalle mura, nel terreno che era stato dei

Benedettini, vicino alla chiesa di Santo Stefano, proprio per non dover addentrarsi tra i vicoli della città per raggiungere il più angusto palazzo arcivescovile.

Un altro edificio pubblico, il palazzo di giustizia, fu costruito per disposizione di

Federico da Vezzano nel 1273, sempre nei pressi della chiesa di San Pietro e

dell’antico palazzo dell’arcivescovo. Ma anche questo non può essere identificato come “il castello”.

Nel 1297 l’arcivescovo Jacopo da Varagine vendette le proprietà della chiesa ai nobili Oberto D’Oria e Giorgio De Mari. Nel documento di vendita non risulta nessun castello; risultano invece: il palazzo dell’arcivescovo presso la chiesa di Santo Stefano, il palazzo di Giustizia, alcuni terreni e frantoi. Nella cerimonia di insediamento dei nuovi padroni non si parla di presa di possesso di un castello; dei De Mari si perdono subito le tracce mentre per i D’Oria la loro residenza sarà sempre a Genova e per i rami secondari nel ponente ricordiamo Dolceacqua e Isolabona.

Il potere dei D’Oria su San Romolo (San Remo) durò solo fino al 1360 quando gli

ultimi eredi dei D’Oria vendettero le loro parti (carati) alla Repubblica di Genova, i

Sanromolesi però non volendo essere sottomessi ai Genovesi acquistarono la metà

delle proprietà dei D’Oria, impegnandosi a pagare gli interessi per l’altra metà che

non erano riusciti a comprare neanche vendendo i gioielli che le matrone avevano messo a disposizione per questo scopo.

Del castello oggi ci rimangono solo una piantina, realizzata dal colonnello cartografo Matteo Vinzoni, e una descrizione fattane da Francesco Maria Sauli, puntualmente ripresa da Nilo Calvini nel suo libro “La Rivoluzione del 1753 a Sanremo”. “Consiste detto Castello in una semplice clausura di una grossa muraglia, che racchiude una piazza assai spaziosa tutta piana, il livello della quale è alto più di dodici palmi circa dal livello del terreno esteriore circonvicino; dalla parte però di tramontana vi è un’altura di terreno considerabile, e verso mezzogiorno altresì vi è un gran terrapieno con due grandi arcate, nel mezzo assai forti per le quali vi era l’ingresso, e sopra di questa alzata, siccome sopra quella verso tramontana, vi si posava comodamente l’artiglieria. Ho fatto pertanto rasare tutta la muraglia, che chiudeva tutta la piazza sino al livello del terreno intorno, ed i due archi ecc.”.

Redazione

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