"Pietrogrado ribolle come un tino dopo la vendemmia e la gente in piazza mi appare come l'uva nera appena raccolta...." così scrive alla famiglia da Pietrogrado, animato da sentimenti contrastanti, nell'autunno del 1917 Giovanni Ascheri, sanremese, rimasto coinvolto dagli avvenimenti seguiti alla caduta dello zar nel corso delle sue attività commerciali in Russia, prevalentemente attribuite al trasporto del grano in Italia.
In una sua corrispondenza epistolare indirizzata al padre, Giovanni, e conservata ancora dai pronipoti, l'Ascheri descrive il precipitare della situazione culminata nel colpo di stato bolscevico e nel rovesciamento di Kerenskij, persona che secondo il sanremese avrebbe veramente portato la Russia verso una moderna e prospera democrazia. "Si dice che Kerenskij, scrive Ascheri, sia fuggito e la cosa, secondo me, sarà un guaio per la Russia". Non a caso, la sensazione di Giovanni è quella che gli storici confermeranno, e cioè che un certo balzo in avanti dell'economia russa fu possibile solo durante il governo democratico instauratosi dopo lo zarismo.
Quando Lenin conquistò il potere Ascheri si trovava ormai fuori Pietrogrado già in direzione del sud della Russia, dove assistette con angoscia a indicibili massacri e a treni carichi di cadaveri rovesciati nel Volga: "I bolscevichi sono bestie feroci, le loro mani grondano sangue: per fare giustizia, fanno un'ingiustizia peggiore e soffocano l'anima di questo Paese" scriverà ancora. I discendenti dicono che l'uomo d'affari riuscì ad involarsi tra i disordini, raggiungendo la Polonia nell'estate del 1918 in compagnia di un ufficiale 'bianco' sfuggito ai 'rossi'.
Anatoli, mentre l'Europa, che si stava avvicinando alla fine della prima guerra mondiale, prendeva coscienza dello strappo rivoluzionario sovietico e delle conseguenze che avrebbe avuto nel mondo.














