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Al Direttore | 28 giugno 2016, 07:41

Vicende di confine raccontate da Andrea Gandolfo:il periodo compreso tra l'Unità d'Italia e la 2a Guerra Mondiale

Vicende di confine raccontate da Andrea Gandolfo:il periodo compreso tra l'Unità d'Italia e la 2a Guerra Mondiale

Proseguendo il suo racconto delle vicende del confine italo-francese nelle Alpi Marittime dall’inizio del Settecento ai giorni nostri, lo storico sanremese Andrea Gandolfo si sofferma oggi sul periodo compreso tra l’Unità d’Italia e lo scoppio della seconda guerra mondiale, un periodo di circa ottant’anni caratterizzato da numerosi eventi particolarmente significativi.

Dopo la cessione di Nizza alla Francia venne ripreso il progetto di completamento della strada di Val Roia, per cui si adoperò in modo particolare Giuseppe Biancheri, che contribuì a far approvare dal Parlamento la legge n. 751 del 10 agosto 1862, con la quale fu stanziata la prima ingente somma per la realizzazione del prolungamento dell’importante arteria. Tale sovvenzione, poi ulteriormente incrementata da altri finanziamenti erogati da successive disposizioni legislative, permise di intavolare, a partire dal 1875, dei proficui colloqui tra il governo italiano e quello francese, che si accordarono sulla costruzione di quattro chilometri di strada da Breil alla frontiera italiana in direzione della Liguria. L’arteria venne quindi ultimata nel 1877 per il tratto italiano, mentre quello in territorio francese fu portato a termine fino a Breil nel 1884. Nove anni dopo la strada sarebbe stata infine allacciata alla rete viaria di Ventimiglia in modo tale da consentire il transito dei veicoli su tutto il tragitto della Roia. Per rispondere alle esigenze di uno scorrimento più rapido del sempre più consistente traffico veicolare lungo la vallata, venne poi deciso di realizzare un traforo sotto il Colle di Tenda, i cui lavori, avviati nel 1873 su progetto dell’ingegner Moglino riveduto dall’ingegner Florio di Cuneo, furono portati a termine nel febbraio 1882, quando la galleria fu aperta al traffico. Il tunnel, situato all’altezza di 1270 metri sul versante di Tenda e 1320 su quello di Limone, risultò lungo 3182 metri, largo 6,50 e alto 5 lungo un percorso che accorciava il tragitto di undici chilometri particolarmente impervi e che avrebbe portato nei decenni seguenti ad un consistente incremento del traffico di merci e viaggiatori tra il Basso Piemonte, la Liguria e la Costa Azzurra.

Nei primi anni Cinquanta dell’Ottocento era intanto cominciata a farsi strada l’idea di collegare via ferrovia la città di Cuneo, dov’era giunto il primo treno nel 1855, con Nizza e il suo litorale, zona allora interessata da un intenso sviluppo economico e commerciale. Dopo l’approvazione di un primo progetto, redatto dall’ingegnere Filippo Cerroti nel 1857, il piano di costruzione della ferrovia lungo la Val Roia fu provvisoriamente accantonato in seguito alla cessione del circondario di Nizza alla Francia. Il 7 maggio 1862 era stata nel frattempo stipulata una convenzione tra Italia e Francia, in base alla quale quest’ultima si impegnava a costruire la progettata ferrovia litoranea sino alla frontiera di Ponte San Luigi, mentre il governo italiano avrebbe provveduto alla realizzazione della parte rimanente. Al termine dei lavori di costruzione della linea costiera da Genova a Nizza, il 18 marzo 1872 vennero attivati gli undici chilometri che separano Mentone da Ventimiglia, mentre nove anni dopo fu deciso il raddoppio della tratta da Nizza a Ventimiglia, dove nel marzo 1880 erano iniziati i lavori di costruzione del fabbricato in muratura destinato ad accogliere la nuova stazione internazionale, che era stata ufficialmente istituita il 20 gennaio 1879. Il 17 luglio dello stesso anno il governo francese autorizzò la costruzione di una linea ferroviaria tra Nizza e la frontiera italiana verso il Piemonte con la legge n. 1789, seguita otto giorni dopo da quella n. 5002, con la quale anche il Parlamento italiano dava il via libera al progetto di due collegamenti ferroviari, uno da Cuneo a Ventimiglia e l’altro da Cuneo a Nizza, con un tratto comune fino a Breil, dove sarebbe stata installata una stazione di diramazione in territorio francese. Avviati i lavori nel 1883 da Cuneo verso la valle del Gesso e indi lungo la Valle Vermenagna, il 31 maggio 1887 fu ultimata la tratta Cuneo-Limone, mentre nel settembre 1889 iniziarono i lavori di costruzione del traforo ferroviario del Colle di Tenda, poi terminato il 15 febbraio 1898 per una lunghezza complessiva di 8.098 metri. Dopo il raggiungimento della località di Vievola nel 1900, i lavori si arrestarono però momentaneamente in seguito ad una serie di contrasti e discussioni sorti in merito al tracciato della futura linea ferroviaria, che alcuni volevano passasse per la Val Nervia, mentre altri ne propugnavano il passaggio attraverso la Valle Argentina. Grazie soprattutto alla mediazione di Giuseppe Biancheri, si giunse così alla stipulazione di un’apposita convenzione il 6 giugno 1904, con cui si fissò definitivamente il tracciato e si stabilirono le modalità della costruzione, la durata dei lavori e le condizioni del relativo esercizio. Sospesi i lavori a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, la realizzazione della linea fu ripresa nei primi anni Venti e portata a termine nel 1928, quando la tratta venne ufficialmente inaugurata con una solenne cerimonia tenutasi il 30 ottobre, alla presenza dei ministri dei Lavori Pubblici italiano e francese. Il tracciato della nuova linea, che sarebbe stata completamente elettrificata tra il 1930 e il 1935, assunse inoltre le caratteristiche di collegamento ferroviario internazionale, dal momento che percorreva la distanza da Fontan-Saorge a Breil in territorio francese, per attraversare nuovamente un brevissimo segmento di territorio italiano lungo il tronco che da Breil portava direttamente a Nizza.

Negli anni successivi alla delimitazione del 1861 erano intanto sorte alcune questioni sulla corretta interpretazione del tracciato confinario, occasionate sia da alcuni punti non perfettamente chiari e univoci contenuti nei documenti stessi della delimitazione, sia dalle esigenze emerse nel frattempo, soprattutto da parte italiana, di disegnare un tracciato più razionale e rispondente alle necessità di difesa sostenute dal nostro Stato Maggiore nello scacchiere della Roia. Al riguardo, la rivista francese «Revue Contemporaine» avanzò, nel gennaio 1869, una proposta di rettifica del confine nel settore del Nizzardo in sintonia con un voto formulato dal Consiglio generale delle Alpi Marittime. Nell’articolo veniva sottolineata in particolare l’urgenza che il governo francese avviasse delle trattative con quello italiano allo scopo di correggere il tracciato irrazionale di quella parte della frontiera, proponendo che il confine, invece di staccarsi alla Punta di Colla Lunga dalla grande linea displuviale delle Alpi, continuasse a seguire tale linea fino al Colle di Tenda, dove, raggiunte le sorgenti del Roia, avrebbe proseguito fino al mare seguendo il corso del fiume. Alla proposta francese replicò allora il tenente colonnello Agostino Ricci con uno studio pubblicato sulla «Nuova Antologia», nel quale l’ufficiale italiano faceva osservare l’inopportunità di un tale progetto, foriero di gravi problemi di natura economica e amministrativa per i comuni della Roia, proponendo a sua volta che il nuovo confine partisse dal Monte Enciastraia seguendo quindi la catena alpina fino al Monte Clapier, per scendere poi da questo punto verso il mare lungo il saliente montano che divide le acque del Roia da quelle del Vesubia e del Paglione e accompagnare uno dei molti torrentelli che dalle foci del Paglione a quelle del Roia tagliano il litorale in vari punti. Tali proposte non vennero tuttavia prese nella minima considerazione da parte del governo di Napoleone III, che non aveva nessuna intenzione di accettare modifiche territoriali in Val Roia, dove il possesso del saliente di Saorgio era considerato della massima importanza dallo Stato Maggiore francese per ragioni di ordine militare e difensivo.

Successivamente sorsero invece delle controversie di natura confinaria nella zona delle Alpi Marittime, e precisamente tra il comune di Saorgio e quelli di Pigna e Rocchetta Nervina, che, a partire dal 1884, avviarono un’intensa schermaglia originata dall’imperfetta determinazione delle rispettive suddivisioni amministrative nella regione di Colla Peigarole, Rocche Campane, Vallone Bolega e Vallone di Casa Giovanna. Tale indeterminatezza, ulteriormente aggravata dal fatto che sulle carte topografiche militari dei due Stati questo segmento di confine risultava tracciato in modo differente, indusse i governi italiano e francese a nominare una commissione internazionale con l’incarico di sanare la controversia, che tuttavia sarebbe stata lasciata impregiudicata in seguito alla decisione, assunta dalla stessa commissione nel corso di una riunione tenuta a Nizza il 15 dicembre 1894, di considerare conclusa la propria missione. Nello stesso anno era scoppiata anche una diatriba confinaria per l’attribuzione di una porzione di territorio nel comune di Valdeblore in corrispondenza del Monte Raja nel comprensorio delle Alpi Marittime. A seguito di questa ed altre contestazioni frontaliere sorte nel frattempo in vari punti del confine, il governo italiano decise di proporre a quello francese una totale revisione del confine dal Monte Dolent al mare con una nota trasmessa dall’Ambasciata d’Italia il 13 luglio 1901 al Ministero degli Esteri transalpino, il quale comunicò però la sua indisponibilità a tale revisione, che venne così accantonata dal nostro governo.

Il 18 giugno 1892 era stata intanto effettuata una delimitazione ufficiale del confine marittimo tra Mentone e Ventimiglia da parte di una commissione internazionale appositamente nominata dai governi italiano e francese per appianare una serie di controversie sorte tra i pescatori di Mentone e quelli di Ventimiglia in merito all’esatta delimitazione delle rispettive zone di pesca. La commissione decise di rendere visibile la linea di separazione delle acque territoriali collocando lungo la costa due segnali, tra loro molto ravvicinati, in modo tale da permettere ai naviganti di farvi passare una visuale dalla distanza di tre miglia marine. Uno di questi segnali, costituito da una figura geometrica triangolare bianca bordata di nero, fu dipinto sulla parete rocciosa antistante la spalla di Ponte San Luigi rivolta verso la Francia (dove è tuttora visibile), mentre l’altro segnale, consistente in un triangolo di latta misurante due metri di base e tre di altezza, venne innalzato sopra un basamento in muratura sito sulla riva del mare qualche metro a levante della foce del torrente San Luigi. Attualmente la linea di divisione tra le acque territoriali di Italia e Francia tra Mentone e Ventimiglia è indicata dall’allineamento, a circa 358°, di due segnali triangolari posti a quote differenti, dei quali quello situato alla quota maggiore è dipinto di bianco con il vertice in basso, mentre l’altro presenta un disegno a fasce bianche e nere con il vertice anch’esso in basso. Il limite delle acque territoriali è stato invece fissato alla distanza di 12 miglia marine dalle rispettive fasce costiere dei due Stati.

Nel frattempo, in esecuzione delle disposizioni emanate dalla Commissione permanente per la Difesa generale dello Stato il 2 agosto 1871, era iniziata, anche nel comprensorio delle Alpi Marittime al confine con il Nizzardo, un’imponente attività volta a garantire un’adeguata difesa della frontiera italo-francese lungo l’arco alpino. In particolare, nel settore di Cima Marta e nell’attiguo campo trincerato del Tenda, fu avviata la costruzione di strade militari, caserme, ricoveri e batterie per la difesa della Val Roia da eventuali attacchi di parte francese. Furono collocate tra l’altro alcune batterie sul Saccarello, alla Bassa di Sanson, sulla Cima e il Balcone di Marta allo scopo di poter controllare meglio le vallate intorno a Briga, il Vallone di Grò, una parte del corso del Roia e i sentieri provenienti da Saorge. Tra le più importanti strade militari costruite in quegli anni si ricordano la Colle di Tenda - Colle della Boaria - Colle delle Selle Vecchie; la Colle di Sanson - Monte Collardente - Monte Tanarello - Colle delle Selle Vecchie, lunga 24 chilometri; la Molini di Triora - Carmo Langan, lunga quasi 11 chilometri; la Pigna - Carmo Langan di 13 chilometri; e la Carmo Langan - Colle Belenda - Colle Melosa - Monte Grai - Baraccamenti di Marta - Colle Sanson, lunga anch’essa 13 chilometri. Negli anni successivi furono invece realizzati numerosi baraccamenti, depositi, polveriere, casermette e installato un numero consistente di batterie destinate ad assicurare un pieno controllo di tutti i valichi di frontiera con la Francia. Queste opere, di natura prettamente difensiva, costituivano peraltro un vero e proprio campo trincerato che svolgeva la funzione di controllare tutti gli accessi più rischiosi potenzialmente utilizzabili da truppe nemiche. La loro ubicazione, in posizione elevata e nella parte centrale della Roia, poteva inoltre trasformarle nelle cosiddette «batterie ad azione lontana», abilitate cioè a colpire obiettivi in territorio francese e dotate quindi di un compito non soltanto difensivo ma anche offensivo. La situazione generale della Roia rimaneva tuttavia particolarmente critica a causa soprattutto delle numerose difficoltà pratiche legate al problema delle comunicazioni stradali e ferroviarie, all’utilizzo dei boschi e dei pascoli e allo sfruttamento delle proprietà terriere situate in territorio italiano ma possedute da cittadini residenti in Francia, oppure detenute dagli stessi comuni diventati nel frattempo francesi, ai quali, prima della nuova delimitazione confinaria, tali terreni erano appartenuti anche amministrativamente. Sotto il profilo strategico, il bacino del Varo era poi facilmente aggredibile da parte dell’Italia, dal momento che il confine abbandonava lo spartiacque a Collalunga in modo che una parte di tale bacino si trovava incluso nel territorio italiano. Al contrario, rimaneva sotto sovranità francese il medio bacino del Roia, con i paesi di Breil, Saorge e Sospel, formanti un vero e proprio saliente incuneato tra l’alta e la bassa Roia, i cui centri principali appartenevano invece all’Italia. Da tale stato di cose derivava necessariamente – tra le altre conseguenze – un notevole appesantimento della viabilità tra il Piemonte e la Liguria occidentale a causa del doppio passaggio della frontiera tra Tenda e Ventimiglia.

Proprio con l’intenzione di contribuire a risolvere concretamente i gravosi problemi che affliggevano in quegli anni la Val Roia, i governi italiano e francese stipularono una serie di accordi di natura economica e doganale, tra i quali i più significativi furono le dichiarazioni del 27 febbraio 1894 sul traffico di frontiera dei prodotti pastorizi e del 15 luglio 1897 sulla franchigia doganale per i prodotti del suolo e della pastorizia nei comuni di Briga e Tenda; la convenzione del 19 marzo 1913 per regolare lo scambio di informazioni sulle epizoozie, l’alpeggio, la circolazione e il transito degli animali attraverso la frontiera, e quella del 7 marzo 1914 relativa all’utilizzazione delle acque del fiume Roia e dei suoi affluenti, nonché l’accordo concluso il 26 giugno 1915 allo scopo di disciplinare il pascolo del bestiame nei territori adiacenti alla frontiera italo-francese durante il periodo bellico. Sempre in Val Roia erano state poi costruite una serie di centrali idroelettriche, di cui la prima tra il 1910 e il 1914 a San Dalmazzo di Tenda, seguita da quella di Paganin, eretta in prossimità del confine tra il 1916 e il 1917, e da una terza, detta delle «Mesce», realizzata anch’essa tra il 1916 e il 1917. A queste tre centrali si aggiunsero nello stesso lasso di tempo quelle dalla produzione più ridotta di Airole e di Bevera, mentre sul versante francese ne era stata attivata una nel 1914 a Fontan, a cui si sarebbe affiancata quella di Breil nel 1927. Il complesso delle centrali, gestito dalla CIELI (Compagnia Imprese Elettriche Liguri), con sede a Genova, era alimentato dalle acque provenienti dal Monte Bego e incanalate da dieci laghi di sbarramento, dei quali quello delle Mesce, capace di oltre un milione e mezzo di metri cubi d’acqua, era contenuto da una diga in cemento armato alta quasi sessanta metri, dalla quale partiva la condotta forzata che raggiungeva la centrale di San Dalmazzo di Tenda dopo un salto di 713 metri. La quantità di energia prodotta da tali centrali nei decenni immediatamente successivi alla loro costruzione, ammontava a circa 140 milioni di kilowattora, che rappresentavano lo 0,7% della produzione globale italiana e di cui una parte alimentava la trazione delle linee ferroviarie Ventimiglia-Genova-Spezia, Genova-Alessandria-Torino, Cuneo-Ventimiglia via Tenda e varie altre tratte minori. L’energia a scopo industriale era invece destinata a contribuire al funzionamento a pieno regime dei grandi impianti siderurgici dell’Ansaldo di Genova, delle acciaierie Ilva di Savona, dei cantieri navali della Spezia e delle fabbriche di prodotti chimici Montecatini, mentre la rete elettrica forniva una considerevole quantità di energia a numerose industrie del Piemonte e della Lombardia. Dopo la cessione alla Francia dell’alta Roia nel 1947, le centrali idroelettriche della zona furono rilevate dall’EDF (Électricité de France), l’ente pubblico transalpino delegato a gestire la produzione elettrica nazionale, il quale avrebbe effettuato il rinnovo di tutti i vecchi impianti della regione nel corso degli anni Sessanta.

Frattanto, nel settembre 1914, il prefetto di Porto Maurizio Pesce, sollecitato in tal senso dal governo in vista di possibili compensi territoriali a vantaggio dell’Italia in caso di intervento a fianco dell’Intesa nella guerra mondiale, aveva incaricato il sottoprefetto di Sanremo Bodo di predisporre un accurato studio in merito ad eventuali rettifiche del confine con la Francia nel settore delle Alpi Marittime. Il 22 settembre il sottoprefetto matuziano inviò quindi al prefetto Pesce una dettagliata relazione sull’argomento richiesto, nella quale il funzionario governativo sanremese – premesso che gli interessi da salvaguardare erano essenzialmente di natura politica, economica e militare – proponeva tre soluzioni possibili, di cui la minima contemplava l’annessione della Val Roia, la mediana quella dell’intero bacino del Roia e la massima l’aggregazione all’Italia di tutti i territori francesi che oltrepassavano i confini geografici tra le due nazioni. In particolare, con la prima soluzione, si sarebbe eliminato il cuneo francese di Fontan, Breil e Saorge nella media Roia, vasto complessivamente 17.700 metri quadrati e che era causa di gravi inconvenienti per tutti quelli che dal Piemonte scendevano in Riviera per via del doppio espletamento obbligatorio delle formalità doganali; la soluzione mediana, oltre ai comuni suddetti, avrebbe comportato l’incorporazione dell’intero bacino idrico del Roia con il riacquisto della parte superiore della valle del Bevera, in cui erano inclusi pure centri importanti come Sospel, Moulinet e Castillon, per una superficie complessiva di 22.500 metri quadrati; mentre la terza e ultima soluzione avrebbe portato all’acquisizione di un’ampia porzione di territorio verso il mare, spostando il confine allo spartiacque tra Italia e Francia e nel quale sarebbero state comprese anche le località di Mentone, Roquebrune, Sainte Agnès, Castellar, Gorbio e Cap d’Ail per una superficie totale di 28.330 metri quadrati. Era proprio quest’ultima soluzione ad essere caldeggiata in modo particolare da Bodo, in quanto essa, oltre a consentire all’Italia di riacquistare il protettorato sul Principato di Monaco e ritornare ai suoi confini naturali, avrebbe assicurato al nostro Paese una linea difensiva veramente efficace e funzionale. In cambio di queste cessioni territoriali a favore dell’Italia, il sottoprefetto matuziano proponeva il passaggio alla Francia della zona montuosa allora sotto la giurisdizione della provincia di Cuneo e situata al di là del crinale delle Alpi Marittime, in modo tale da eliminare le frequenti contestazioni di natura fiscale da parte dei cittadini francesi che detenevano proprietà in territorio italiano. Bodo si dichiarava infine favorevole a cedere in quella zona le valli di Chastillon, Mollières, Boreon, della Finestra e della Gordolasca. Anche queste proposte di rettifica sarebbero tuttavia rimaste lettera morta di fronte all’impossibilità di intavolare trattative concrete tra il governo italiano e quello francese, anche per via dello stato di guerra che coinvolgeva ormai quasi tutta l’Europa.

Pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino risollevò il problema del confine in Val Roia – anche nella prospettiva di un’eventuale dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania – nel corso di un incontro informale da lui avuto il 6 dicembre 1915 con l’ambasciatore francese a Roma Barrère e che avrebbe successivamente riproposto al ministro degli Esteri transalpino Aristide Briand in una serie di colloqui tenutisi l’11 febbraio 1916. Nella prima conversazione, l’ambasciatore Barrère, prendendo spunto da una recente pubblicazione della Camera di Commercio di Cuneo (che aveva segnalato al governo italiano l’opportunità di modificare il confine in Val Roia allo scopo di limitarne il più possibile gli effetti negativi sul sistema produttivo locale), espresse a Sonnino il suo stupore per il fatto che il governo italiano non si fosse nettamente rifiutato di prendere nella minima considerazione il progetto ventilato dalla Camera di Commercio cuneese, in quanto – a parere di Barrère – la proposta in questione avrebbe comportato una vera e propria annessione territoriale da parte dell’Italia, che il governo di Parigi non avrebbe assolutamente tollerato. Il nostro ministro degli Esteri rispose allora all’ambasciatore francese difendendo le aspirazioni di una piccola comunità come quella di Cuneo, ad una lieve rettifica confinaria in grado di avvantaggiarne il comparto economico. Nel colloquio con Briand, Sonnino propose invece di giungere a un compromesso che potesse facilitare la soluzione pacifica del problema frontaliero nel settore della Roia, ma si sentì rispondere che sarebbe stato più opportuno rinviare l’appianamento della vertenza a dopo la fine della guerra per evitare inutili strumentalizzazioni da parte dell’opinione pubblica.

Di lì a pochi anni, tuttavia, i rapporti franco-italiani si incrinarono nuovamente a causa di una serie di incidenti accaduti tra il 1924 e il 1926 nei pressi del villaggio di Castellar, nell’entroterra di Mentone, e che furono denunciati da un giornalista del quotidiano «La France» di Nizza, il quale li desunse a sua volta dal racconto del sindaco del paese François Graziello. Gli incidenti in questione, costituiti peraltro da una sequela di episodi assolutamente insignificanti occorsi ad alcune persone sorprese nel territorio dello Stato confinante senza autorizzazione o a militari italiani espatriati per futili motivi, furono però occasione di un’ulteriore vertenza italo-francese, nel corso della quale fu deciso di effettuare un controllo e un raffittimento dei termini nel tratto tra Rio delle Pasque, lungo la mulattiera Breil-Libri, e Castel del Lupo, allo scopo di dirimere le controversie sorte in relazione all’andamento del confine nella zona oggetto della contesa. Dopo le ultime modifiche al tracciato confinario, di questo raffittimento è rimasto oggi in vigore solo il tratto compreso tra Monte Mergo e Castel del Lupo per complessivi 24 termini.

A partire dal 1924 era stata intanto avviata la costruzione delle prime opere di fortificazione nel settore delle Alpi Marittime, e in particolare in Val Roia, a San Dalmazzo di Tenda e in Valle Stura, dove furono realizzati numerosi appostamenti in caverna destinati a costituire il primo nucleo di quell’imponente sistema fortificatorio meglio noto come “Vallo Alpino”. Il 6 gennaio 1931 lo Stato Maggiore dell’Esercito emanò una circolare contenente disposizioni in merito a una nuova struttura difensiva, denominata «Organizzazione difensiva permanente in montagna», che segnò la nascita ufficiale del Vallo Alpino vero e proprio anche lungo il confine italo-francese. Dopo un primo studio preparatorio sulle aree più idonee ad ospitare le opere difensive, i vari comandi d’armata e gli uffici addetti all’apprestamento delle fortificazioni effettuarono una serie di sopralluoghi per definire meglio ubicazioni, compiti e caratteristiche delle opere. Quest’ultime furono disposte, oltre che per raggiungere gli obiettivi ad esse assegnati, in modo tale da proteggersi reciprocamente con il cosiddetto fuoco di fiancheggiamento. Venne così portata a termine una linea che, facendo da tramite tra le varie opere difensive dislocate sul territorio, formava la cosiddetta Posizione di Resistenza, nei pressi della quale si sarebbe dovuto arrestare l’assalto nemico e dove si sarebbe dovuto concentrare il fuoco delle mitragliatrici dei centri di resistenza e dei Nuclei Armi Supplementari, dei pezzi delle batterie in caverna e di quelle situate all’aperto. Sul fianco posteriore delle posizioni di resistenza erano poi ubicati vari ricoveri in caverna, che accoglievano le truppe di contrattacco e che servivano per controllare i numerosi spazi rimasti scoperti tra le opere.

Nel comprensorio delle Alpi Marittime, e in particolare nel settore di Cima Marta, le opere del Vallo furono erette soprattutto all’interno delle creste montane, dalle quali si potevano efficacemente controllare i sentieri e le alture circostanti ed usufruire di un’eccellente visuale su un vasto tratto di fronte; queste strutture erano inoltre inaccessibili e protette dall’andamento del terreno con entrate defilate in leggera contropendenza. La zona della Roia era compresa in particolare nel I Settore di copertura, ripartito inizialmente nel I Settore Bassa Roia (dal mare a Cima Marta) e nel II Settore Alta Roia - Gessi (da Cima Marta, esclusa, fino al Monte Malinvern), mentre, a partire dal 27 gennaio 1940, dal I Settore sarebbe stato staccato il V Settore Media Roia, con giurisdizione da Testa d’Alpe a Cima Marta e che venne affidato alla divisione di fanteria Cosseria, poi sostituita nel 1940 dalla divisione di fanteria Modena. Tali settori erano poi suddivisi in vari sottosettori, dei quali quello dell’Alta Roia aveva l’incarico di impedire l’attraversamento della vallata in direzione sud-nord sbarrando la Strada Statale 20; quello di Muratone aveva invece il compito di controllare i due sentieri provenienti da Saorge e la mulattiera che raggiungeva la zona da Breil attraverso un territorio in gran parte boscoso, il cui transito non presentava particolari difficoltà; e infine il sottosettore di Marta, al quale era affidata la delicata mansione di controllare la strada che, valicando la collina nei pressi della Bassa di Giacque, proseguiva sotto le pendici del Balcone e lungo il Vallone di Marta per giungere nei pressi delle caserme ubicate alle falde di Cima Marta.

Per presidiare l’intero sistema difensivo che formava il Vallo Alpino venne ufficialmente costituito, con regio decreto del 28 aprile 1937, il corpo della Guardia alla Frontiera, peraltro già operante dal 1934, al quale fu affidato l’incarico di sorvegliare le opere difensive e attivarne i relativi dispositivi di copertura, lasciando che si occupassero di altre mansioni le divisioni di fanteria e alpine acquartierate in località talvolta distanti dai crinali alpini e quindi non necessariamente vincolate a un determinato territorio. I militari della Guardia alla Frontiera svolgevano peraltro le loro funzioni insieme a vari reparti dei carabinieri e della Guardia di finanza. A questi ultimi erano affidati in particolare, e in esclusiva, la vigilanza presso i valichi di frontiera, la repressione del contrabbando e dell’immigrazione clandestina e l’accesso alle zone limitrofe alle opere difensive per contrastare eventuali attività di spionaggio e la fuga di notizie sulle strutture di carattere militare. Per queste mansioni i reparti della Guardia di finanza, affiancati a volte anche da unità della Milizia Confinaria (un reparto speciale della MVSN creato ad hoc per la vigilanza alle frontiere), usufruivano di posti fissi, situati lungo i tragitti verso le località di confine e dove era consentito il passaggio soltanto alle persone munite di appositi permessi e lasciapassare. In particolare, nel settore di competenza della zona intemelia, compresa tra Ponte San Luigi e Cima Marta, – in base ai dati contenuti in un documento risalente al 1932 –, risultavano operanti 1 comando di tenenza, 12 comandi di stazione e 2 distaccamenti dislocati a Margheria dei Boschi e ai Baracconi di Marta, dell’Arma dei Carabinieri; 3 comandi di tenenza, 22 comandi di brigata e 2 squadriglie navali della Compagnia Guardia di Finanza di Ventimiglia, costituita da 4 ufficiali e 298 militari di truppa e alla quale era affidata soprattutto la vigilanza della strada litoranea da Bordighera al confine di Stato; e una coorte speciale di frontiera delle Camicie Nere di Ventimiglia, con giurisdizione sul territorio da Ventimiglia a Cima Marta inclusa, ad eccezione della zona litoranea da Ventimiglia a Ponte San Luigi, dotata di un organico di 14 ufficiali e 280 uomini di truppa, suddivisi in 3 centurie, 8 manipoli e 18 distaccamenti.

All’epoca della stesura del documento esistevano in tutto il comprensorio intemelio quindici valichi di frontiera, di cui cinque aperti al transito delle persone munite di passaporto o altro documento internazionale equipollente e dieci valicabili invece solo da cittadini forniti di apposita tessera frontaliera. Proprio per presidiare più adeguatamente il più importante di questi valichi, quello di Ponte San Luigi, nel 1938 venne avviata la costruzione dell’edificio destinato ad accogliere gli uffici doganali e delle forze dell’ordine preposte al controllo della frontiera, in sostituzione della vecchia dogana, già ospitata in uno stabile (tuttora esistente) situato a fianco dell’Albergo Miramare di Grimaldi a cinquecento metri dal confine. Dopo un’interruzione dei lavori in seguito all’apertura delle ostilità con la Francia, la nuova struttura sarebbe stata infine inaugurata nei primi anni del dopoguerra. Nel 1939 erano inoltre attivi una dogana di prima classe del secondo ordine a Piena Bassa o Ravai, per l’entrata e l’uscita delle merci dalle due strade della Roia, carrabile e ferroviaria, e un «posto doganale» a Olivetta per le importazioni ed esportazioni in franchigia attraverso il Passo del Vescovo, dove era consentito anche il passaggio di piccole quantità di merci importate da viaggiatori per uso particolare. Accanto alla dogana di Piena Bassa furono costruiti anche vari edifici destinati ad accogliere il personale incaricato dell’espletamento dei servizi di frontiera lungo la strada e la ferrovia del fondovalle roiasco, dove si formò quindi un piccolo villaggio costituito da numerosi agenti della finanza, delle ferrovie e della Pubblica sicurezza con le loro rispettive famiglie. Dopo il passaggio della zona alla Francia nel 1947, la località fu scelta dalle autorità transalpine per installarvi l’edificio della dogana francese, che sarebbe stata poi definitivamente abolita nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso in seguito all’entrata in vigore dell’accordo di Schengen e alla conseguente eliminazione dei controlli alle frontiere interne dei Paesi incorporati nel relativo «spazio».

Le frontiere della zona intemelia cominciarono intanto a diventare luoghi di transito e di passaggio per migliaia di ebrei europei in fuga dalle loro nazioni alla ricerca di luoghi sicuri in grado di metterli al riparo dalle grandi persecuzioni antisemite annunciate dal governo nazista. Statistiche ufficiali hanno calcolato in circa 2500 gli ebrei tedeschi, polacchi, romeni, ungheresi, russi, austriaci, cecoslovacchi e di altri paesi europei, che tra il 1938 e il 1940 transitarono per la Riviera di Ponente diretti in Francia. Le numerose traversate clandestine del confine, soprattutto via mare, con partenze da Grimaldi, Mortola, Latte, Ventimiglia, Bordighera, Sanremo e Alassio, insospettirono però ben presto le autorità francesi, che ne informarono allarmate il governo italiano, invitandolo a por fine al moltiplicarsi degli sbarchi clandestini di ebrei sulle spiagge di varie località della Costa Azzurra, da Mentone ad Antibes. Il 12 agosto 1939 il Ministero degli Esteri intimò così alla Prefettura di Imperia e ai Comandi di frontiera del settore di Ventimiglia di inasprire i controlli ai valichi di frontiera al fine di arginare il sempre più massiccio fenomeno delle infiltrazioni clandestine di ebrei in territorio francese. L’ingiunzione ministeriale venne tuttavia rispettata solo parzialmente dagli organi preposti alla sorveglianza dei valichi, in quanto gli agenti in servizio presso i posti di blocco continuarono a limitarsi al controllo dei documenti, giustificando la mancata adozione di provvedimenti più drastici con il numero insufficiente di personale militare addetto al controllo dei valichi. Furono invece rafforzati i posti di controllo ai valichi di Penna e Olivetta, mentre venne sistemato un posto fisso con sette militi al Passo del Grammondo, da dove i nostri organi di polizia erano convinti avvenisse il maggior numero di espatri lamentati dalle autorità francesi. La situazione degli ebrei che riuscivano a raggiungere la Francia non sarebbe stata tuttavia sempre felice e serena in quanto le autorità locali passarono in poco tempo da un atteggiamento accogliente ad uno più intollerante, destinato a trasformarsi infine in una tendenza apertamente persecutoria, come attestato tra l’altro dalle oltre cento sentenze emanate in quegli anni dal Tribunale correzionale di Nizza nei confronti di altrettanti ebrei accusati di vari crimini, mentre anche la stampa nizzarda non risparmiava attacchi anche violenti alla comunità ebraica locale. Ma ormai si avvicinava il tempo della guerra aperta tra Italia e Francia e anche il destino di migliaia di ebrei rifugiatisi in terra francese stava per essere irrimediabilmente segnato.

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