"In relazione alla lettera aperta di Legambiente Liguria sul consumo di suolo e alla campagna STOP AL CEMENTO!, cui la Federazione della Sinistra ha aderito, intendo proporre, in qualità di candidato alle elezioni provinciali, alcune considerazioni".
Lo scrive Alberto Gabrielli, Candidato alla carica di consigliere provinciale nel collegio di Pieve di Teco e Responsabile Territorio ed Ambiente del Partito della Rifondazione Comunista.
"Il problema del consumo di suolo - prosegue - è di non facile contrasto per alcuni fondamentali motivi:
• Il primo è assolutamente noto e sta tutto nella constatazione che i poteri che lo determinano sono fortissimi ed in grado di condizionare molte amministrazioni sia per via (para)mafiosa sia, nei casi meno schifosi, approfittando dello stato economicamente difficile in cui versano molte amministrazioni comunali; ricattabili, pertanto, nella illusione di poter in qualche modo sopperire ai mancati investimenti da parte dello stato con la svendita e/o la messa a rendita dei loro gioielli.
• Il secondo è strettamente connesso alle caratteristiche morfologiche e fondiarie della nostra Regione che centuplicano il valore di mercato di una sottilissima striscia dell' arcobaleno ligure. Sottilissima striscia che, per quanto oggetto di attività finanziarie tendenti ad acquisire il monopolio proprietario di ampi territori, resta in misura consistente legata ad una piccola/media proprietà che intravede nella speculazione edilizia una opportunità economica del tutto insperabile per i padri ed i nonni. In tal modo il coinvolgimento dei cittadini, e la loro corresponsabilità è assicurata: agli amministratori politici di quei poteri forti non resta che diffondere fra la gente grandi aspettative economiche per ogni "libertà di cemento" promessa.
• Un terzo elemento consiste nel fatto che buona parte degli organi di controllo, specie provinciali e comunali (penso alle Commissioni Edilizie ed ai Comitati Tecnici), sono costituiti da soggetti legittimamente coinvolti, per motivi professionali, in tutto l' affare, e che pertanto, nel migliore dei casi, cercano di ridurre gli impatti più evidenti, sempre restando, tuttavia, all' interno di un paradigma sviluppista cui, per lo più, culturalmente, oltre che professionalmente, appartengono.
Alla prima considerazione si potrebbe ovviare, oltre che con la magistratura - se del caso -, soprattutto con una politica complessiva che restituisca ai Comuni la possibilità di sopravvivenza economica senza essere costretti ad andare al banco dei Pegni o ad acquistare gratta e vinci; (si badi bene: una delle tendenze è anche quella di premiare gli enti locali che si assoggettino ad ospitare impianti e strutture nocive e pericolose). I comuni hanno bisogno di maggiori rimesse ordinarie, da parte dello Stato tramite la fiscalità generale, (e magari anche restituendo ai Comuni la fiscalità che deve derivare da beni impropriamente ricadenti nelle norme del Concordato con la Chiesa Cattolica e che - peraltro - spesso nella nostra Regione praticano una concorrenza sleale nel settore dell' accoglienza) che consentano loro di rinnovare una gestione diretta del loro territorio, e dei servizi connessi, senza ricorrere ad appalti (spesso sub-appaltati) per ogni esigenza, con le ovvie inefficienze del caso e gli enormi sprechi complessivi (avere un dipendente locale in più, che acquisisca conoscenza del territorio e dei suoi problemi avvicina l' Ente ai Cittadini e ne migliora l' efficacia).
Alla seconda con la messa in discussione del dogma della vendibilità della proprietà privata di territorio tramite mercanteggiamento diretto, quanto meno introducendo - obbligatoriamente - nella pianificazione urbanistica e territoriale meccanismi di perequazione degli indici di fabbricazione, di non facile realizzazione ma assolutamente ineludibili. E contemporaneamente con il (ri)lancio di una cultura di socialità e comunità che rimuova il culto dell' individuo come soggetto privato in diritto di fare, per soldi, qualunque cosa.
Alla terza con un complessivo riordino di quegli organi che devono essere affidati a soggetti effettivamente "terzi", non tanto sul piano professionale, quanto, soprattutto, sul piano della cultura complessiva dei "limiti dello sviluppo", cultura, vi posso garantire, del tutto assente in quei luoghi.
Come si vede due o tre questioncine da niente: ma in assenza di questa visione complessiva e di interventi in queste direzioni non resta che cercare di limitare i danni e considerare che, senza la buona volontà di pochissimi, il cemento sulla nostra Regione (e non solo) sarebbe stato colato in quantità ancora enormemente superiori. Per quanto riguarda gli aspetti idrogeologici, anche in questo caso non si tratta tanto di inventarsi nuovi e costosi interventi (anche se a volte necessari specie per la messa in sicurezza di zone urbane dopo dissennati interventi precedenti), quanto di un approccio alla montagna ed al territorio sfrondato di una certa visione tipicamente “urbana”, che immagine boschi “curati” e mucche felici al pascolo, (facendo inferocire i montanari come il sottoscritto), ma che sappia anche riconoscere gli errori che si fanno all’ inseguimento di piccole economie. In sintesi, voglio dire che ad azioni concrete, tecniche, di freno e controllo del consumo di suolo, è indispensabile affiancare una diversa cultura, fatta anche e soprattutto di etica, oltre che di specifiche conoscenze delle problematiche".














