Negli ultimi dieci anni l’investitore retail italiano ha cambiato postura. Non è solo una questione di prodotti, ma di mentalità: dal portafoglio “difensivo” centrato su liquidità e titoli di Stato a una composizione più articolata, dove entrano fondi, azioni ed ETF con un peso che fino a pochi anni fa era marginale. Il decennio 2015–2025 è stato attraversato da eventi che hanno accelerato questo passaggio: tassi a zero e poi tassi in rialzo, inflazione tornata protagonista, digitalizzazione dei servizi finanziari, maggiore accesso informativo e, soprattutto, nuove abitudini operative.
I dati CONSOB (rapporti sulle scelte di investimento delle famiglie) fotografano un movimento chiaro: la casa dell’investitore medio non è più la banca “come unico sportello di mondo”, ma un ecosistema più vario, spesso ibrido, in cui convivono risparmio prudente e ricerca di rendimento, strumenti tradizionali e prodotti quotati, consulenza e autonomia.
La fotografia in numeri: come si è spostato il portafoglio delle famiglie
Se mettiamo a confronto la composizione indicativa del portafoglio delle famiglie italiane nel 2015–2016 con quella del 2024–2025 (secondo i report CONSOB citati), emerge un ribilanciamento netto.
Strumento | 2015–2016 | 2024–2025 | Segnale |
Depositi e liquidità | ~42% | ~34% | in calo |
Titoli di Stato (BTP) | ~23% | ~15% | in forte calo |
Obbligazioni bancarie | ~12% | ~6% | dimezzate |
Fondi comuni | ~11% | ~18% | in crescita |
Azioni | ~6% | ~11% | quasi raddoppiate |
ETF | ~2% | ~9% | crescita strutturale |
Altri strumenti | ~4% | ~7% | in aumento |
Fonte: CONSOB, “Report on Financial Investments of Italian Households” (edizioni 2016 e 2024; confronto 2015–2016 vs 2024–2025).
Questa tabella racconta una storia: la liquidità resta dominante (e questo è tipicamente italiano), ma perde terreno; i BTP scendono e le obbligazioni bancarie si contraggono in modo marcato; fondi, azioni ed ETF crescono. La vera sorpresa, perché più “nuova” culturalmente, è la traiettoria degli ETF: da nicchia quasi invisibile a quota rilevante del portafoglio.
Perché sta succedendo: dal modello banca-centrico alla scelta consapevole
Per molto tempo l’Italia è stata un mercato dove l’investimento retail era mediato quasi integralmente dal canale bancario. Il prodotto “di casa” era quello proposto allo sportello: strumenti percepiti come familiari, spesso a reddito fisso, con un ruolo psicologico di protezione oltre che finanziario. La combinazione liquidità + BTP + bond bancari rifletteva una logica semplice: evitare scossoni e restare vicino a ciò che si conosce.
Nel decennio successivo il contesto è cambiato. I periodi prolungati di rendimenti bassi hanno reso più evidente il costo opportunità del “lasciare tutto fermo”. L’inflazione e la volatilità degli ultimi anni hanno poi imposto un salto di consapevolezza: anche la prudenza ha bisogno di strumenti, non solo di abitudini. Nel frattempo, la fruizione delle informazioni finanziarie si è spostata online: contenuti, tutorial, community e comparazione istantanea dei prodotti hanno ridotto la distanza percepita tra risparmiatore e mercato.
Il risultato è un investitore retail più disposto a considerare strumenti diversificati, che non vive più l’investimento come un atto raro e delegato, ma come un processo monitorabile, modificabile, “gestibile” nel tempo.
ETF e azioni: cosa rappresentano davvero nella nuova cultura retail
L’aumento di ETF e azioni non va letto solo come “più rischio”. In molti casi è l’opposto: è una ricerca di diversificazione e trasparenza, una risposta al bisogno di controllare meglio cosa si sta comprando, come si muove e quali scenari potrebbe attraversare.
Gli ETF, in particolare, entrano nel portafoglio perché semplificano un’operazione che prima era complessa: esporsi a mercati ampi con un solo strumento, con logiche facilmente comprensibili (indice, settore, area geografica). E in un Paese dove storicamente “il risparmio è virtù”, la virtù oggi passa anche da strumenti più moderni, se spiegati bene e usati con metodo.
L’aumento delle azioni indica un’altra trasformazione: una parte crescente del retail accetta l’idea di partecipo al mercato e mi prendo responsabilità, invece di cercare solo un surrogato di deposito remunerato. Non significa che l’Italia sia diventata improvvisamente “America”: la componente prudente resta ampia. Ma la direzione è chiara.
Dove entra la tecnologia: piattaforme regolamentate e autonomia operativa
Dentro questo cambiamento c’è un fattore abilitante che spesso viene sottovalutato: l’esperienza utente e l’accesso. Quando strumenti e mercati diventano fruibili in modo semplice, con interfacce più chiare, dati disponibili e gestione immediata, anche la domanda cambia. Non è solo un passaggio “di moda”: è un passaggio infrastrutturale.
Qui si colloca la crescita delle piattaforme online regolamentate, che accompagnano l’evoluzione del retail perché offrono un ambiente operativo più diretto, più informato e più coerente con le abitudini digitali contemporanee. In un panorama in cui molti risparmiatori vogliono capire cosa stanno facendo, simulare scenari, ragionare per obiettivi e gestire il rischio con strumenti operativi, il ruolo della piattaforma diventa parte della “nuova alfabetizzazione” finanziaria.
È in questa cornice che si inserisce, in modo naturale, il posizionamento di realtà come Plus500, piattaforma online regolamentata che si è ritagliata uno spazio nell’ecosistema del trading e dell’operatività digitale: non come sostituto della prudenza, ma come risposta a un retail che oggi pretende più autonomia, più strumenti e più controllo sul proprio processo decisionale.
2015–2025: il punto non è “rischiare di più”, ma decidere meglio
La transizione italiana si può riassumere così: meno concentrazione su pochi strumenti tradizionali e più portafoglio “ragionato”. La crescita di fondi, azioni ed ETF non è un invito alla speculazione; è un segnale di maturazione: chi investe prova a costruire un’esposizione più ampia e meno dipendente da un’unica narrativa (il BTP come pilastro) o da un unico canale (la banca come filtro).
Il dato chiave, in fondo, è culturale: l’investitore retail italiano sta imparando a distinguere tra sicurezza percepita e gestione del rischio reale. E in un decennio segnato da shock macro, questa è una trasformazione più importante di qualsiasi percentuale.














