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Economia | 22 ottobre 2025, 10:13

La perimplantite: una minaccia emergente nell’odontoiatria moderna

Negli ultimi decenni la chirurgia implantare ha rivoluzionato la riabilitazione orale, offrendo a molti pazienti la possibilità di recuperare estetica e funzione anche in situazioni di edentulia parziale o totale.

La perimplantite: una minaccia emergente nell’odontoiatria moderna

Tuttavia, l’ampliarsi dell’utilizzo degli impianti ha messo a nudo anche alcune criticità emergenti: tra queste, la perimplantite occupa un ruolo centrale come patologia potenzialmente distruttiva dei tessuti di sostegno dell’impianto. In questo articolo affronteremo la perimplantite da un punto di vista specialistico, rispondendo alle domande più comuni, analizzando dati epidemiologici e proponendo uno sguardo al contesto italiano, compresi gli ostacoli economici che inducono molti a rinunciare alle cure.

Cos’è la perimplantite: definizione, eziologia, meccanismi

La perimplantite è una malattia infiammatoria cronica a carico dei tessuti peri-implantari che porta, se non controllata, alla perdita ossea attorno all’impianto osteointegrato. Secondo la definizione corrente, si tratta di un processo multifattoriale in cui si combinano fattori infettivi — detti microbici — con fattori locali (come traumi occlusali, ridotta rigenerazione ossea, design protesico non favorevole) e predisposizioni del paziente (fumo, diabete, scarsa igiene). In termini patogenetici, l’insulto microbico innesca una reazione infiammatoria della mucosa peri-implantare (che inizialmente si manifesta come mucosite), che se non trattata può evolvere nella fase più grave: la perimplantite vera e propria. In questa fase si osserva la perdita di osso alveolare attorno all’impianto, con progressione non necessariamente lineare nel tempo.

È importante distinguere la mucosite (infiammazione della mucosa senza perdita ossea significativa) dalla perimplantite (infiammazione con perdita ossea). Le recensioni meta-analitiche stimano che la mucosite peri-implantare sia presente in circa il 43 % dei casi e la perimplantite nella media al 22 %.

Fattori di rischio ben consolidati includono:

•            Scarsa igiene orale e accumulo di placca batterica

•            Fumo di sigaretta

•            Diabete non ben controllato

•            Posizionamento implantare non ideale (angolazioni, microgap, micro movimento)

•            Carico occlusale eccessivo o microtraumi

•            Mantenimento insufficiente o mancanza di follow-up

•            Precedenti malattie parodontali

L’interazione di questi elementi spesso rende la malattia perimplantare difficile da prevedere e da gestire, soprattutto nei casi in cui il danno osseo è già avanzato.

Epidemiologia: quali sono le percentuali reali di perimplantite?

Prevalenza globale e range diagnostici

La letteratura riporta una vasta gamma di stime, a seconda dei criteri diagnostici e dei campioni studiati. Alcune revisioni sistematiche stimano la prevalenza della perimplantite tra l’1 % e il 47 % degli impianti, con una media ponderata intorno al 22 %.

In termini di pazienti portatori di impianti, la prevalenza stimata varia tra il 7 % e il 47 %, a seconda del follow-up e delle definizioni usate. Una stima frequentemente citata pone la prevalenza intorno al 18 % nei pazienti, e circa il 12-13 % sugli impianti.

In un campione italiano cross-sectional, è stato osservato che circa il 20 % dei soggetti con impianti presentava perimplantite, con la mucosite in circa il 43 %.

Un dato di prevalenza europea citato su una rivista italiana afferma che la perimplantite può arrivare al 19,53 %, valore che rispecchia la fascia bassa delle stime globali.

Trend e mercato globale del trattamento

Il mercato globale per i trattamenti di perimplantite è stimato in 2,33 miliardi di dollari nel 2024, con previsioni di crescita fino a oltre 6,26 miliardi al 2037, con un tasso di crescita annuo composto (CAGR) del 7,9 %.

Tali cifre riflettono non solo l’impatto clinico ma anche il peso economico crescente associato alla gestione di questa patologia, che richiede spesso interventi complessi, terapie rigenerative, antibiotici, revisione chirurgica, e follow-up prolungati.

Il contesto italiano e la dimensione del problema

In Italia, una delle sfide è la relativa scarsità di studi epidemiologici recenti e sistematici, ma alcuni dati sono disponibili. In uno studio italiano, la prevalenza stimata era del 20 % nei pazienti portatori di impianti, con ampi margini di variabilità.

Un dato chiave è il legame con le malattie parodontali: la popolazione italiana mostra un’alta diffusione di patologie gengivali e parodontali. L’associazione italiana SIdP stima che oltre il 40 % della popolazione manifesti segni clinici di malattia parodontale e circa il 10–14 % abbia forme gravi.

Un ulteriore ostacolo è quello dell’accesso alle cure: secondo dati Eurispes, il 59,6 % degli italiani afferma di non potersi permettere le cure odontoiatriche; il 28,2 % dichiara di aver rinunciato a cure dentistiche nell’ultimo anno per ragioni economiche — e una fetta consistente di queste situazioni riguarda interventi implantari o di mantenimento periimplantare.

In termini di spesa, gli italiani destinano circa 8 miliardi di euro annui per le cure odontoiatriche (carie, impianti, ortodonzia, ecc.).

La rinuncia alle cure odontoiatriche è diffusa: il 23 % degli italiani dichiara di rinunciare alle cure per motivi economici. 
Un’indagine Altroconsumo segnala che 1 persona su 5 ha posticipato o cancellato visite odontoiatriche negli ultimi due anni per motivi di costo.

Questo contesto peggiora specialmente al Sud: in regioni come Calabria, Sicilia o Campania, oltre il 60 % delle famiglie dichiara di non rivolgersi al dentista.

Tali dinamiche contribuiscono a uno scenario in cui molti pazienti con impianti non aderiscono al mantenimento regolare, aumentando il rischio di perimplantite non diagnosticata finché il danno osseo diventa irreversibile.

 Quali sono i sintomi precoci della perimplantite?

La diagnosi precoce è fondamentale per migliorare le probabilità di successo terapeutico. I primi segni possono includere: arrossamento e sanguinamento gengivale attorno all’impianto, aumento della profondità di sondaggio, presenza di essudato purulento, discrepanze radiografiche ossee rispetto all’impianto sano. Spesso i pazienti non percepiscono dolore fino a fasi avanzate, il che rende essenziale uno screening regolare.

Quando compare la recessione ossea o l’asimmetria nel livello osseo attorno agli impianti, il danno può diventare spesso irreversibile. Il sanguinamento al sondaggio in presenza di placca non è sempre sufficiente per classificare perimplantite, ma è un segnale d’allarme da approfondire con immagini radiografiche.

Come si effettua la diagnosi strumentale di perimplantite?

La diagnosi si basa su tre elementi chiave: esame clinico, misurazione della profondità di sondaggio (spesso > 5 mm), rilevazione di sanguinamento e/o essudato e confronto radiografico (con perdita ossea verticale attorno all’impianto). Talvolta si integrano test microbiologici o valutazioni CBCT per valutare estensione ossea. Un criterio frequentemente adottato nella letteratura definisce perimplantite se vi è perdita ossea interprossimale ≥ 2 mm rispetto allo stato post-inserimento e segni clinici di infiammazione.

Quali strategie terapeutiche sono disponibili per la perimplantite?

Il trattamento può essere suddiviso in fasi: terapia non chirurgica, terapia chirurgica, rigenerazione ossea guidata (se indicata), e mantenimento.

•            Terapia non chirurgica: prevede decontaminazione meccanica della superficie implantare (curettage, ultrasuoni, strumenti in materiali compatibili) e supporto con disinfettanti locali, antibatterici locali o sistemici (in casi selezionati). In uno studio italiano, la prevalenza media stimata di perimplantite con approcci non chirurgici è del 18,5 % nei pazienti, 12,8 % sugli impianti, a conferma della complessità del trattamento non invasivo.

•            Terapia chirurgica: sollevamento del lembo, debridement, decontaminazione diretta della superficie implantare, uso di laser o disinfettanti ad alte prestazioni, e, laddove possibile, rigenerazione ossea guidata con biomateriali.

•            Rigenerazione: in casi selezionati si possono impiegare membrane, innesti ossei e materiali osteoinduttivi per ricostruire il difetto osseo residuo, sempre che le condizioni locali lo consentano.

•            Mantenimento e follow-up: fondamentale la programmazione di richiami predeterminati (ogni 3–6 mesi), controlli radiografici periodici, igiene professionale e controlli occlusali.

L’efficacia del trattamento dipende da tempestività e grado di avanzamento della malattia. Le percentuali di recidiva possono arrivare fino al 44–50 % nelle situazioni trattate chirurgicamente, secondo alcune fonti.

 È possibile prevenire la perimplantite?

Sì: la prevenzione è l’arma più efficace. Le misure preventive includono:

•            valutazione e trattamento di eventuali patologie parodontali pregresse prima dell’inserimento implantare

•            istruzione all’igiene orale domiciliare adeguata (spazzolino, filo, scovolini, idropulsore)

•            recall professionale regolare (detartrasi, decontaminazione, verifica occlusale)

•            progettazione implantare accurata (angolazione, connessione, carico immediato vs differito)

•            controllo dei fattori di rischio sistemici (astensione dal fumo, controllo glicemico)

•            uso di strumenti e protocolli di decontaminazione compatibili con la superficie implantare

La letteratura segnala che i soggetti che aderivano a protocolli di mantenimento implantare avevano una prevalenza di perimplantite molto inferiore (circa 18 %) rispetto a chi invece non aveva adesione (circa 43,9 %).

Qual è il costo e l’impatto socioeconomico della perimplantite?

Il costo clinico può essere elevato: si sommano visite aggiuntive, imaging, procedure chirurgiche, biomateriali, farmaci, e soprattutto il rischio di insuccesso implantare che può richiedere la rimozione dell’impianto e nuova riabilitazione.

A livello di mercato globale, come già anticipato, il mercato per il trattamento della perimplantite era di 2,33 miliardi di dollari nel 2024, con proiezione verso 6,26 miliardi entro il 2037.

Nel panorama italiano, considerando che molti pazienti rinunciano alle cure per ragioni economiche, il mancato intervento tempestivo può tradursi in perdite ossee estese, costi più elevati di recupero e, nei casi peggiori, fallimento implantare completo.

Gli italiani spendono circa 8 miliardi all’anno per cure dentistiche (che includono impianti). 
La rinuncia alle cure è reale: 5 milioni di cittadini non possono permettersi cure odontoiatriche, e il SSN copre solo lo 0,05 % di queste spese.

Inoltre, il fenomeno della “razionamento” sanitario emerge: secondo un recente studio, individui con redditi più alti spendono in media 300 € in più l’anno per spese sanitarie private, anche a parità di necessità cliniche. Ciò indica una diseguaglianza strutturale nell’accesso.

Le disparità territoriali sono evidenti: nel Sud il tasso di rinuncia alle cure dentistiche raggiunge il 38,6 %, mentre al Nord-Ovest si attesta al 27 %.

Questa situazione comporta un rischio concreto: i pazienti che non accedono a cure implantari o al mantenimento implantare regolare possono arrivare a dover sostenere interventi ben più invasivi — con costi clinici resi più gravosi da un danno osseo avanzato.

Approfondimenti

Oltre alla perimplantite, è utile approfondire patologie odontoiatriche emergenti correlate: la mucosite peri-implantare, le variazioni microbiche dei biofilm implantari, la rigenerazione ossea nei pazienti con patologie sistemiche, il ruolo del microbioma orale, l’uso di tecnologie laser e fattori rigenerativi, e la telemonitorizzazione implantare.

Nella letteratura specialistica emergono anche temi “di frontiera” come l’impiego di probiotici locali o test diagnostici molecolari (es. analisi del microbioma peri-implantare) per la previsione del rischio.

In Italia, società scientifiche attive come la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP) promuovono linee guida e protocolli di mantenimento implantare che integrano evidenze scientifiche con pratiche cliniche. È possibile consultare documenti istituzionali di riferimento (ad esempio su riviste odontoiatriche accreditate o sul sito della SIdP).

Infine, per contenuti tecnici e protocolli clinici italiani si può visitare www.cioesse.it, che fornisce rubriche e aggiornamenti professionali su odontoiatria, implantologia e patologie emergenti.

La perimplantite oggi si configura come una patologia complessa che richiede competenza, diagnosi precoce e un approccio multidisciplinare. Nel contesto italiano, le barriere economiche e le disuguaglianze territoriali amplificano il rischio che molti pazienti non ricevano un follow-up adeguato, aggravando il danno osseo e complicando i possibili trattamenti. Un’azione sinergica tra clinici, enti sanitari, società scientifiche e politica può favorire l’accesso equo alle cure implantari e promuovere protocolli preventivi strutturati per contenere l’impatto di questa patologia.











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