Per mesi abbiamo sentito parlare di “miracolo svedese” guardando, anche con una certa invidia, al paese nordico che affrontava il Coronavirus affidandosi al senso civico dei cittadini, senza imporre chiusure forzate.
Ora, invece, con la seconda ondata pandemica, che registra un alto tasso di contagi anche tra gli svedesi, ci si chiede se questo metodo abbia funzionato meglio o peggio di quello italiano.
“È vero, non c'è stato alcun lockdown. All'inizio pensavano sarebbe stato solo un problema dell'Italia o di alcuni altri paesi europei” - racconta Alessia Brusco, che da diversi anni ha lasciato Alassio e la riviera ligure per vivere in Svezia, dove è diventata un’apprezzata pittrice. – “Le indicazioni, quando la situazione si è fatta più seria, erano quelle di lavarsi le mani, mantenere la distanza e stare a casa dal lavoro in caso di sintomi influenzali. A lungo è passato il messaggio che a trasmettere il virus potessero essere solo i sintomatici (nonostante le continue notizie dall'estero!). Le mascherine sono state addirittura sconsigliate perché difficili da indossare correttamente da persone estranee al sistema sanitario e considerate anti produttive se toccate ecc.”
Il governo si è affidato alla responsabilità dei cittadini, è stata una mossa vincente?
“Non credo abbia funzionato per la diligenza dalla gente o i buoni consigli dello stato (perché fra i paesi nordici, la Svezia è quella che ha avuto più morti e contagiati) e nelle case di riposo, soprattutto a Stoccolma e nelle grandi città, c'è stata una ecatombe. Non parlerei di miracolo, si può dire abbia "funzionato" perché qui abbiamo la fortuna di essere pochi e vivere distanziati. Stoccolma è la capitale e la densità abitativa è alta, ma non è mai paragonabile alle nostre grandi città o periferie. La qualità della vita è senza dubbio migliore per quanto riguarda aree verdi, aria e natura. Ho la testimonianza diretta di un amico di famiglia che vive e lavora nella capitale con gli anziani in un ricovero. All'inizio non avevano i dpi, ossigeno e strumenti per poterli seguire e curare adeguatamente”.
Qual è il clima generale che si respira tra la gente, c’è paura?
“Nei primi mesi, qui nel sud della Svezia, la gente non teneva le distanze. Pochissimi avevano davvero paura e quasi tutti si comportavano come se nulla fosse. Quest’estate è stato, almeno per me, il momento di vera e maggiore paura. Durante l'inverno e la primavera temevo di più per voi in Italia e di non poter eventualmente tornare a casa in caso la mia famiglia fosse stata contagiata. Andavo a fare la spesa molto tardi la sera per evitare gente. Però in estate si è riempito di turisti (qui è come se fosse la riviera ligure): da nord della Svezia, Danimarca e Germania. All'ingresso del supermercato sono stati affissi cartelli che indicano di entrare uno per famiglia... Risultato? Famiglie con bambini che scorrazzano per il negozio, gente che si ferma a parlare e che tocca i carrelli senza disinfettare le mani. Noi ci siamo organizzati, prenotando la spesa, una volta alla settimana su internet e per tre mesi siamo andati a ritirarla a 25 km di distanza (nell'unico supermercato che offre questo servizio nella nostra zona).”
In Italia continuiamo ad avere gravi carenze a livello di sanità (terapie intensive con pochi posti letto, difficoltà nel realizzare percorsi differenziati negli ospedali, etc), da questo punto di vista, cosa sta accadendo in Svezia? Come funziona il sistema sanitario?
“Già prima dell'emergenza Coronavirus nutrivo alcuni dubbi sulle carenze della sanità svedese, in seguito ad esperienze personali. So che per molti può sembrare impossibile, perché siamo abituati a pensare ai paesi nordici, e in particolare la Svezia, come modelli di perfezione sociale. Il sistema è pubblico, ma quasi tutti i servizi sono a pagamento (anche una visita dal dottore di base). Se si vuole fare una visita per un qualsiasi problema non urgente, si deve telefonare e prenotare un appuntamento (e i tempi sono molto lunghi rispetto a quelli italiani). Spesso il medico non lo si incontra nemmeno, si parla con un’infermiera e quando si ha bisogno di medicine, la ricetta è trasmessa telematicamente in farmacia. La medicina che "prescrivono" più di frequente è alvedon ovvero paracetamolo che si può comprare alla cassa del supermercato. Avranno ospedali belli, nuovi e puliti, ma secondo me questo non basta. Hanno protocolli rigidi e non vengono incontro ai pazienti. Detto ciò anche qui ci sono stati molti problemi per i posti, ma si è sentito meno che in Italia. Per alcune settimane hanno avuto carenza di anestetico per i pazienti in terapia intensiva, camici, mascherine e dispositivi adatti.”
Con il DPCM dello scorso 3 novembre l'Italia ha adottato una divisione delle regioni in “zone colore” a seconda della gravità dell’indice di contagi. Da voi sono state messe in atto disposizioni simili?
“Solo alcune regioni sono state considerate a rischio nelle prime settimane dell'autunno: quella di Stoccolma, Göteborg e anche la mia, Skåne. Pian piano ora le restrizioni si stanno allargando a tutta la nazione. Da qualche giorno è entrata in vigore la regola di non vendere alcool dopo le 22. Consigliano di non viaggiare fra regioni diverse, di non andare in contri commerciali, mantenere le distanze, evitare i trasporti pubblici e se possibile e muoversi solo per lavoro o motivi di salute. Credo che non tutti rispettino queste indicazioni anche se ci sono dati che dicono di diminuzione di consumi ecc. Molti locali hanno distanziato i tavoli, alcuni sono stati multati per non averlo fatto la scorsa estate. So di molti che hanno perso il lavoro, anche qui e molti scelgono di ricorrere allo smart working da casa quando possibile. La società svedese è molto telematica, quindi per molti non è cambiato tanto. La burocrazia svedese è quasi tutta informatizzata (anche se molte volte è un incubo non poter parlare fisicamente con una persona)”.
In questi giorni, visto il numero dei contagi, il modello svedese è stato “bocciato”. Come viene vista, però, l’Italia?
“Norvegia e Danimarca hanno chiuso i confini agli svedesi per molti mesi per paura dei contagi. Nessun miracolo! Ora se ne stanno accorgendo. Ogni giorno sento di gente che si ammala eppure a volte devo chiedere di non venirmi vicino al lavoro o quando faccio la spesa. Non sono tutti diligenti come pensavo. Ma quelli che hanno paura ci sono e stanno aumentando. All'inizio pensavano che l'Italia avesse tante morti per incapacità del sistema sanitario, ma molti svedesi residenti in Italia ammettono di essersi trovati meglio che in Svezia. Infine, molti, non tutti devo dire, (anche perché in generale AMANO l'Italia) hanno maturato l’idea stereotipata che c’erano tanti contagi perché gli italiani “si baciamo e si abbracciamo sempre”.

















