Addio mozzarelle con la dicitura made in Italy anche se fatte con latte straniero? Burocrati europei permettendo, il settore agroalimentare italiano potrebbe arrivare a una svolta. Il Governo ha firmato il decreto interministeriale che prevede l’indicazione obbligatoria di origine sulle confezioni del latte e dei suoi derivati. L’obiettivo è garantire la tracciabilità delle materie prime utilizzate nei prodotti lattiero-caseari, perché le nuove etichette dovranno specificare i luoghi in cui avvengono le diverse fasi produttive, dalla mungitura alla trasformazione del latte in yogurt e formaggio.
Il decreto è stato inviato in esame a Bruxelles. La sua importanza è presto spiegata: tutelare gli alimenti italiani di qualità è un compito difficile, soprattutto se in ballo ci sono le regole della concorrenza. Il primo elemento in gioco è la crisi delle stalle, che in questi mesi ha coinvolto anche la Liguria e i suoi allevamenti nelle valli genovesi. Leggi l'articolo: Le mucche di Genova A marzo 2015 è terminata l’epoca delle quote latte, imposta dall’Europa nei primi anni ’80 per contingentare le produzioni dei singoli paesi e così mantenere in equilibrio domanda e offerta. Adesso ognuno è tornato a mungere tutto il latte che vuole (con impennate in Irlanda, Belgio e Olanda) facendo crollare i prezzi di vendita alla stalla e sbattendo fuori mercato le imprese che non sono state capaci di organizzarsi e fare squadra. L’etichetta con l’indicazione obbligatoria è una delle armi per salvaguardare la filiera lattiero-casearia nazionale, attraverso informazioni più chiare e complete ai consumatori. Si spera così di aiutare le aziende che utilizzano materie prime interamente italiane.
Il tema però è molto più vasto e non riguarda solo il latte. Proteggere il settore agroalimentare da truffe e contraffazioni è una sfida che da italiana diventa europea se rivolgiamo l’attenzione al TTIP (Transatlantic trade and investment partnership), cioè il trattato commerciale di libero scambio che Europa e Stati Uniti stanno negoziando e il cui esito è tutto da scoprire, soprattutto perché dipenderà anche da chi sarà il prossimo presidente americano dopo Barack Obama. Leggi l'articolo: Quel mostro del TTIP Su tale accordo si può dire tutto e il contrario di tutto: che sarà una straordinaria opportunità o che sommergerà i nostri supermercati di schifezze assortite, tipo il pollo al cloro, il manzo gonfiato di antibiotici e l’Asiago prodotto nel Wisconsin.
Tra le due sponde dell’Atlantico ci sono abissi difficili da riempire. Un paio di esempi: negli Stati Uniti vige il principio di evidenza scientifica (per vietare la vendita di un prodotto devo dimostrare che fa male) mentre in Europa vale il principio di precauzione (per dire no basta che il prodotto sia ritenuto potenzialmente nocivo per la salute). Gli Stati Uniti proteggono solo il marchio di fabbrica, mentre l’Europa riconosce la qualità e il valore delle denominazioni di origine, che sono strettamente legati a determinate aree geografiche. L’abolizione di dazi e barriere non tariffarie è benvenuta, a patto però che l’Europa - e qui l’Italia avrebbe molto da insegnare agli altri Stati membri - non cada nel tranello di sminuire le sue eccellenze agroalimentari.

















