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Attualità | 22 settembre 2019, 08:00

Echi a Sanremo della questione di Fiume nell'analisi di Pierluigi Casalino

A Sanremo, si comprese comunque, quanto centrale, se pur insufficiente, fosse stato il 1919 e il "mondo di Versailles". Si trattava di una situazione veramente aperta a molti esiti.

Echi a Sanremo della questione di Fiume nell'analisi di Pierluigi Casalino

Ho ricordato su Sanremonews, in una precedente occasione, che nell'avventura fiumana, culminata nella Reggenza del Carnaro, furono presenti anche alcuni volontari provenienti dall'allora provincia di Porto Maurizio (tra i quali sanremesi e originari di Taggia), che, con altri liguri, seguirono Gabriele D'Annunzio, unendosi alla corrente dell'irredentismo dalmata ed istriano in una pagina controversa della storia nazionale, all'indomani della prima guerra mondiale). Un evento, dunque, quello dell'avventura fiumana, che resta tuttora oggetto di studio, oltre che di valutazione storica politica,  soprattutto in questi giorni.

Sono infatti trascorsi cent'anni da quel settembre 1919, quando i legionari dannunziani si mossero all'occupazione di Fiume, nel nome della sua proclamata nazionalità italiana. La circostanza, che ben si sposò con la propaganda della cosiddetta Vittoria mutilata, ebbe vasta eco a livello internazionale, finendo per interessare, se pur indirettamente, la stessa Conferenza di pace che si tenne a Sanremo nella primavera successiva. Le invettive feroci di D'Annunzio contro quelli che egli definì "i biscazzieri di Sanremo", sono cosa nota. Si è detto, tuttavia, della prudenza del governo italiano a riguardo degli sviluppi in corso nella penisola istriana, in particolare nei rapporti con la Jugoslavia e soprattutto nella polemica con gli Alleati circa quella che veniva da questi ultimi chiamata un'eccessiva pretesa nazionalistica italiana. A distanza di un secolo la riflessione degli storici non può che andare oltre le passioni di quel momento.

Il Patto di Londra, in realtà, non aveva menzionato Fiume tra i territori promessi all'Italia e la Jugoslavia ne pretese subito l'annessione, nonostante che la città avesse, dal 3 ottobre 1918, manifestato la sua volontà di far parte dell'Italia. La Jugoslavia trovò validi sostenitori negli Stati Uniti e nella Francia, contraria l'estendersi dell'influenza italiani nel Mar Adriatico. Come già detto, i nazionalisti italiani furono profondamente colpiti dalla questione di Fiume e, tra l'11 e il 12 settembre 1919, Gabriele D'Annunzio, appunto, a capo di un gruppo di volontari, con la cosiddetta marcia di Ronchi , entrò in Fiume e proclamò un governo provvisorio. La questione fiumama venne poi regolata da ultimo, dopo alterne vicende, il 27 gennaio 1924, da Benito Mussolini con il Trattato di Roma: Fiume venne annessa all'Italia, mentre la Dalmazia, a parte Zara, restò alla Jugoslavia. In precedenza lo stesso Giolitti aveva deciso di cedere la Dalmazia alla Jugoslavia, salvo Zara, in cambio di Fiume.

I legionari non accettarono tale decisione e così il governo italiano bloccò la città, occupandosi militarmente nella notte di Natale del 1920. In quel clima acceso D'Annunzio aveva contestato fortemente i delegati alla Conferenza di pace di Sanremo, ancora prima che essi si riunissero nell'aprile del 1920 nella Città dei Fiori. Durante il vertice le autorità italiane cercarono di allontanare nel miglior modo quelle contestazioni, grazie ad una straordinaria organizzazione macchina della sicurezza. Il Sottoprefetto di Sanremo egregiamente riuscì nell'impresa, con unanime riconoscimento nazionale ed internazionale.

A Sanremo, si comprese comunque, quanto centrale, se pur insufficiente, fosse stato il 1919 e il "mondo di Versailles". Si trattava di una situazione veramente aperta a molti esiti. Certo, quel Trattato provoco' molte delusioni e frustrazioni, non solo tra i vinti, ma anche tra i vincitori. Su questa base a Sanremo ci si rese conto di quanto anomala si rivelasse la pace di Versailles. Oggi molti critici severi sostengono, forse troppo severamente, che essa portò a nuovi conflitti e divisioni. Va però detto, sempre ad onor del vero, che le intenzioni dei negoziatori parigini e poi sanremesi non furono del tutto fuori luogo, a rivisitarle oggi.

In ogni caso se a Sanremo la questione fiumana venne esorcizzata nel nome di una realpolitik più che comprensibile, gli avvenimenti istriani si andarono ad intrecciare con le rivendicazioni 

dei popoli coloniali, rimasti delusi in misura rilevante anche dalle determinazioni che si stavano per ratificare a Sanremo. La lontana ed enigmatica nuova Russia sovietica era vista da molti e anche da Fiume, come catalizzatore delle speranze di giustizia e di libertà delle genti oppresse. Anche l'Italia, seduta al tavolo della pace, ebbe modo di sperimentare l'atteggiamento sleale degli altri vincitori, che, in gran segreto e alle sue spalle, si divisero le risorse energetiche del Medio Oriente.

L'intelligence italiano, resa edotta da un ottima rete informativa, aveva peraltro avvertito Roma del misfatto consumato all'ombra dei fiori  della Riviera, ma l'inettitudine della classe politica era solo capace di fare la voce grossa sui giornali, priva di quella autorevolezza credibile che sola avrebbe potuto evitare l'avvento del fascismo e l'umiliazione cocente del Paese nel concerto delle nazioni. Ben consapevole  di questo clima incerto, lo storico matuziano Andrea Ganfolfo ha saputo magistralmente ricostruire, in proposito, i sentimenti e le sensazioni della società sanremese tra il 1919 e il 1920 come immagine autentica della crisi morale e politica della Nazione. 

Redazione

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