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CRONACA | 16 gennaio 2019, 17:30

Imperia: "Mentre affogava vedevo gente fare foto", la drammatica testimonianza al processo sulla morte di Mauro Feola

E’ la drammatica testimonianza resa questa mattina in aula da Marco Trippodo, testimone oculare sentito al processo per la morte di Mauro Feola, avvenuta il 25 luglio 2015 nello specchio acqueo tra la Rabina e il Pennello, dove l’uomo, cinquantenne, si era tuffato forse a sua volta per soccorrere il figlio in difficoltà tra le onde

Imperia: "Mentre affogava vedevo gente fare foto", la drammatica testimonianza al processo sulla morte di Mauro Feola

“Mentre Feola affogava vedevo gente fare foto con il cellulare anziché chiamare i soccorsi, e poi, quando il figlio chiedeva aiuto, ho sentito il bagnino gridare: ‘Che cazzo fate! Non avete visto che non si può fare il bagno?”.

E’ la drammatica testimonianza resa questa mattina in aula da Marco Trippodo, testimone oculare sentito al processo per la morte di Mauro Feola, avvenuta il 25 luglio 2015 nello specchio acqueo tra la Rabina e il Pennello, dove l’uomo, cinquantenne, si era tuffato forse a sua volta per soccorrere il figlio in difficoltà tra le onde.

A processo ci sono i due bagnini dello stabilimento balneare Papeete Beach, Aldo Notaris e Caterina Pandolfi, difesi dall’avvocato Erminio Annoni e come responsabile civile, Rossella Gobbi, titolare dello stabilimento, assistita dall’avvocato Sabrina Tallone. Secondo l’accusa del Pm Maria Paola Marrali, sostenuta da numerose testimonianze al momento della tragedia, i due non si sarebbero tuffati per salvare Feola, limitandosi a lanciargli un salvagente dalla battigia.

Trippodo quel giorno si trovava insieme alla figlia di 6 anni. “Nonostante la mareggiata ho deciso di andare verso la Galeazza. Passando davanti al Papeete mi sono reso conto che stava succedendo qualcosa perché c'erano persone che guardavano verso il mare dove si vedeva un uomo in difficoltà”.

In quel momento Feola era vivo secondo Trippodo, che in aula ha spiegato di averlo visto muoversi in affanno. “Mi sono fermato e ho visto persone che facevano foto sulla strada anziché chiamare i soccorsi. Ho pensato che fossero degli idioti”.

Alle 18.57 Trippodo chiama il 113, ma poco dopo Feola aveva già perso i sensi. In quegli attimi in cui si è consumata la tragedia. Trippodo ha rivolto lo sguardo verso la battigia dove ha sentito una ragazza, non ha riconosciuto se fosse la bagnina o meno dire che non si sarebbe tuffata, mentre il bagnino alla richiesta del figlio di Feola urlava ‘Che cazzo avete fatto, non avete visto che non si poteva fare il bagno?”.

Trippodo ha poi riferito che da riva, viste le onde la visuale era impedita e questo ha complicato anche le operazioni di recupero del corpo.

Il giudice Laura Russo ha rinviato il processo al prossimo 23 gennaio, quando saranno sentiti gli ultimi testi dell’accusa. Il 30 gennaio toccherà alla parte civile.

Francesco Li Noce

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