La chiesa violata da un utilizzo improprio, il significato dei luoghi sacri e la necessità di riscoprire il senso della presenza di Dio nella vita quotidiana. Sono stati questi i temi al centro dell'omelia pronunciata dal vescovo della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo, Antonio Suetta, durante la celebrazione di riparazione seguita al caso della chiesa utilizzata come ambientazione per uno spot pubblicitario. Un momento di preghiera che, nelle intenzioni del presule, non doveva trasformarsi in una ricerca di responsabilità o in una polemica, ma diventare l'occasione per riflettere sul significato profondo di un luogo consacrato. Rivolgendosi al parroco don Diego, agli altri sacerdoti presenti e alla comunità, il vescovo ha ringraziato tutti per aver accolto l'invito a condividere questo momento.
Suetta ha spiegato che la celebrazione rappresentava un'opportunità per interrogarsi sulla capacità dell'uomo contemporaneo di riconoscere e rispettare la presenza di Dio. Da qui il richiamo a una domanda contenuta nel catechismo di San Pio X: "Perché Dio ci ha creato?". Una domanda apparentemente semplice, ma che secondo il vescovo tocca il cuore stesso dell'esistenza. "Immaginiamo di trovare per strada una persona che corre tutta affannata e di domandarle: 'Dove stai andando?'. Se quella persona rispondesse 'Non lo so', penseremmo immediatamente che sia confusa o smarrita", ha osservato. Una situazione che, secondo Suetta, descrive in qualche modo anche l'uomo di oggi, spesso impegnato a correre e ad affannarsi senza avere una risposta chiara sul significato e sulla direzione della propria vita.

Il vescovo ha quindi ricordato la risposta proposta dal catechismo: "Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo nell'altra". È proprio in questa prospettiva che Suetta ha introdotto il tema dell'adorazione, intesa come atteggiamento dell'uomo che riconosce Dio presente nella propria vita. Una presenza che, ha spiegato, non può essere considerata marginale. "Adorare Dio, cioè lasciarlo entrare nella nostra vita come si lascia entrare l'aria e come si lascia entrare il cibo, è indispensabile per non perire", ha detto il vescovo. Riconoscere la grandezza di Dio, il suo primato e la necessità della sua presenza significa dunque anche assumere un atteggiamento concreto di rispetto verso i luoghi e i simboli attraverso i quali la fede viene vissuta.
Da qui la riflessione sul rispetto per la chiesa, che non può essere ridotto a una questione di semplice educazione o di buone maniere. Suetta ha richiamato il significato stesso della parola, spiegando come il rispetto abbia a che fare con l'idea del riflettere e del riconoscere, attraverso un segno, qualcosa di ulteriore. "Io guardo un segno, che può essere la mia vita, le circostanze della mia esistenza, il mio cuore, il volto di un fratello o una situazione che mi è data da vivere", ha spiegato. La Chiesa, attraverso i suoi segni, accompagna invece l'uomo verso un orizzonte preciso, evitando che viva "come vagabondo senza meta". Per questo, ha sottolineato, le chiese esistono e devono essere trattate con rispetto.
Particolarmente significativa la riflessione sul momento in cui una persona attraversa la soglia di una chiesa. Su alcuni portali, ha ricordato il vescovo, si trova la scritta "Questa è la porta del cielo". Un'immagine che sintetizza il passaggio dalla quotidianità, con le sue responsabilità, le gioie, le fatiche e le sofferenze, a uno spazio nel quale, attraverso la Parola di Dio e i sacramenti, si può pregustare la dimensione del paradiso. All'interno della chiesa ogni elemento assume quindi un significato preciso: l'altare è simbolo di Cristo, richiama il sacrificio della Croce e il pane e il vino che vengono consacrati; nel tabernacolo viene custodita l'Eucaristia, mentre il confessionale rappresenta il luogo nel quale l'uomo può riconoscere le proprie fragilità e ricevere il perdono.
Suetta ha poi ricordato la dimensione profondamente umana che si concentra nelle chiese. Sono luoghi nei quali generazioni di persone hanno vissuto alcuni dei momenti più importanti della propria esistenza: matrimoni, battesimi, preghiere, confessioni, funerali, ma anche momenti personali nei quali affidare a Dio una preoccupazione, un figlio malato o un genitore anziano. "Quante persone entrano in chiesa per lasciare qui i momenti più preziosi della loro esistenza!", ha sottolineato il vescovo. Ed è proprio questa stratificazione di fede, memoria e vita a rendere una chiesa qualcosa di diverso da un qualsiasi altro ambiente. "Questo non è un luogo qualunque; questo è un luogo Santo", ha ribadito, spiegando che il termine indica qualcosa di "separato dal resto", destinato esclusivamente a Dio.
Il riferimento al recente episodio è arrivato quindi senza soffermarsi sui protagonisti o sulle modalità concrete del gesto. Suetta ha scelto infatti di spostare l'attenzione dal fatto in sé al suo significato. "Questa chiesa è stata violata da un'insulsaggine banale", ha detto, aggiungendo subito dopo: "A noi non interessa parlare di quel gesto o di chi l'ha compiuto; a noi interessa fissare nuovamente lo sguardo su ciò che la chiesa significa per noi: un vero respiro vitale". Un passaggio che restituisce alla celebrazione il suo carattere di riparazione, non come risposta polemica all'accaduto, ma come occasione per riaffermare il valore del luogo sacro e della sua funzione per la comunità.

Nell'omelia il vescovo ha poi collegato la vicenda alle letture della celebrazione, richiamando in particolare San Paolo e il ruolo del ministro di Dio. "A me poco importa essere giudicato da un tribunale umano", ha ricordato citando l'apostolo, spiegando che commenti, giudizi e valutazioni sulla gravità dell'accaduto non rappresentano il punto centrale. "Ciò che conta è che il nostro giudice è il Signore", ha affermato Suetta. Il compito del sacerdote e del vescovo, ha aggiunto, resta quello di testimoniare e annunciare il Vangelo, anche attraverso i limiti e le insufficienze personali. Una missione che, nel contesto attuale, diventa ancora più complessa e necessaria.
A questo proposito il presule ha sviluppato anche il tema del vino nuovo negli otri nuovi, richiamato dal Vangelo. La fede, ha spiegato, è come un vino nuovo, vivo e potente, che non può essere contenuto in "otri vecchi", incapaci di resistere alla sua forza. È questa, secondo Suetta, una delle difficoltà che i cristiani incontrano nel mondo contemporaneo: "Se annunciamo la parola della fede, che è vino nuovo e robusto, e il mondo pretende di chiuderlo dentro i suoi schemi e le sue convinzioni logore, non può funzionare". Da qui anche la possibilità di essere derisi o perseguitati, ma soprattutto l'invito ad aprire il cuore alla grazia di Dio.
In conclusione, il vescovo ha indicato nel gesto dell'inginocchiarsi uno dei segni più significativi della fede. Un gesto che, ha osservato, l'uomo moderno compie sempre meno volentieri, ma che esprime in maniera immediata il riconoscimento della presenza di Dio. "Chi entra in chiesa e riconosce di essere nella casa di Dio non dovrebbe sentire altra necessità se non quella di inginocchiarsi e stare cuore a cuore con il suo Signore", ha affermato. E proprio per questo, ha concluso, anche una piccola chiesa di una piccola frazione merita di essere restituita al suo splendore e alla sua ragion d'essere, indipendentemente dalla ricchezza materiale di ciò che custodisce. Un messaggio che, dopo l'episodio dello spot pubblicitario, guarda dunque oltre il singolo caso e invita la comunità a riscoprire il valore dei propri luoghi di culto.

















