Alle 15.43 le serrande dei negozi hanno cominciato ad abbassarsi. Non del tutto, ma a mezz’asta, come si fa con una bandiera nei giorni del lutto. Sette minuti più tardi, a bordo di un’auto beige, è arrivata Beatrice. Sulla piccola bara era stata posata una sua fotografia. Attorno, i parenti che l’attendevano davanti alla chiesa dell’Immacolata Concezione di Terrasanta: i baci, le lacrime, la carezza della zia paterna. Poi dieci minuti senza parole, nel silenzio che Bordighera aveva iniziato a comporre già dalle 14, quando le prime persone erano arrivate per trovare posto o, semplicemente, per esserci.
Dopo sei mesi di indagini, accertamenti medico-legali e attesa, la città ha potuto salutare Beatrice, la bambina di due anni trovata senza vita il 9 febbraio scorso. Lo ha fatto senza rumore, lasciando che fossero pochi gesti a raccontare il pomeriggio: una fotografia, alcune rose bianche, le saracinesche abbassate, una mano appoggiata sulla bara e il vento che, alla fine, ha mosso la bandiera tricolore listata a lutto. Dentro la chiesa c’erano i cugini, la zia, i familiari delle famiglie Rao e Aiello, gli amici e i conoscenti. Moltissime persone sono rimaste invece all’esterno, ferme sul sagrato e lungo le vie vicine. La capienza dell’edificio non è stata sufficiente ad accogliere tutti ma anche dalla strada la comunità ha partecipato al commiato con lo stesso raccoglimento.
L’arrivo del padre e l’ingresso sulle note dell’Ave Maria. Il padre di Beatrice, Maurizio, è arrivato poco prima dell’inizio della funzione, accompagnato dalla polizia penitenziaria. È entrato da un accesso laterale nella zona di via Cadorna, evitando il passaggio tra la folla raccolta davanti all’edificio sacro, e ha raggiunto i familiari all’interno. La madre della bambina, Emanuela Aiello, detenuta nell’ambito dell’inchiesta sulla morte della figlia, non era invece presente dopo la revoca dell’autorizzazione inizialmente concessa. Alle 16 il vescovo della diocesi di Ventimiglia-Sanremo, monsignor Antonio Suetta, ha recitato il Padre Nostro davanti alla bara. "L’anima di Beatrice possa riposare in pace", sono state le parole pronunciate al suo arrivo. Subito dopo, il feretro è entrato nella chiesa sulle note dell’“Ave Maria” di Schubert. Le porte si sono chiuse alle 16.17. Fuori sono rimaste le persone che non avevano trovato posto, insieme a un dispositivo di sicurezza imponente ma discreto, predisposto dalla Prefettura per garantire il regolare svolgimento delle esequie. Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia locale hanno presidiato gli accessi e le strade circostanti, mentre personale sanitario e volontari sono rimasti pronti a intervenire in caso di necessità. La città aveva proclamato il lutto cittadino. Le strade attorno alla chiesa erano state chiuse, il traffico deviato e i negozi avevano aderito al momento di raccoglimento. La presenza delle divise raccontava la complessità organizzativa della giornata; quella dei cittadini, invece, la volontà di accompagnare una bambina conosciuta da molti soltanto attraverso la sua storia.
Una città davanti alla frase: "Meritavi più ascolto". Tra i banchi erano presenti il sindaco Marzia Baldassarre, la Giunta e numerosi consiglieri comunali. Hanno partecipato anche i consiglieri regionali Veronica Russo e Walter Sorriento, il prefetto Antonio Giaccari e i viceprefetti, tra i quali Rosa Abussi, già commissario prefettizio di Bordighera. Ma il senso era nella presenza silenziosa di una comunità e nella frase scelta dalla famiglia paterna per i manifesti funebri: "La tua storia meritava più ascolto". Quasi una richiesta arrivata troppo tardi, alla quale Bordighera ha provato a rispondere fermandosi. Perché per mesi il nome di Beatrice è stato accompagnato da perizie, atti giudiziari, interrogatori e domande ancora aperte. Durante il funerale, invece, è tornato a essere soltanto il nome di una bambina. Anche il vescovo ha iniziato la propria omelia dall’ascolto, rivolgendosi direttamente a lei: "Cara Beatrice, oggi la Chiesa, il tuo papà Maurizio, i tuoi fratelli e sorelle, il tuo nonno, la tua zia, i tuoi familiari, questa città, le autorità e tanti che ti hanno conosciuto anche soltanto per questa triste vicenda ti accompagnano con una tenerezza che le parole fanno fatica a esprimere". Una tenerezza che non ha cercato di attenuare ciò che è accaduto né di offrire spiegazioni semplici. "Vorremmo parlarti, ma in realtà siamo noi che abbiamo bisogno di ascoltare la tua voce", ha detto Suetta. "Perché davanti alla morte di un bambino tutte le spiegazioni si infrangono. Rimangono soltanto il silenzio, il pianto e la preghiera".
"Quelle braccia ti sono mancate". L’omelia non ha evitato la parte più difficile della storia di Beatrice. Suetta ha parlato della paura, della fragilità e delle braccia nelle quali ogni bambino dovrebbe potersi rifugiare. "Spesso i bambini incontrano nelle favole e nel loro immaginario l’orco cattivo e, provando tanta paura, cercano di rifugiarsi tra le braccia sicure delle persone care. Tu lo hai incontrato davvero. E quelle braccia ti sono mancate per rifugiarti e per consolarti". Parole nette, seguite dal richiamo al Libro del profeta Isaia: "Può forse una donna dimenticarsi del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai". Il vescovo ha affidato a quel passo la risposta della fede a una domanda che nessuna ricostruzione giudiziaria potrà esaurire. "Quando ogni amore fallisce, l’amore di Dio rimane fedele. Quando l’uomo tradisce, Dio non tradisce. Quando la terra sembra perdere ogni luce, il cielo continua a brillare". Poi la promessa rivolta alla bambina: "Oggi non possiamo cambiare ciò che è accaduto. Non possiamo cancellare il dolore della tua breve vita. Ma possiamo dirti una cosa: il tuo nome non sarà cancellato".
La verità, la giustizia e la responsabilità degli adulti. Nel pieno rispetto del lavoro della magistratura e delle responsabilità che dovranno essere accertate, Suetta ha parlato anche del male, della giustizia e del dovere collettivo di proteggere i più fragili. "Una vicenda come questa non interpella soltanto una famiglia. Interroga un’intera società", ha affermato. "Quando una bambina viene privata della vita con una tale brutale e accecata violenza, tutti siamo chiamati a domandarci che cosa stia accadendo nel cuore dell’uomo". Il vescovo ha quindi ricordato che "la barbarie non può essere banalizzata, né giustificata, né dimenticata" e che "il male deve essere chiamato con il suo nome". Il richiamo alla misericordia non è stato separato da quello alla verità: "Una giusta pena non è vendetta, ma un’esigenza del bene comune, della tutela degli innocenti e del rispetto tanto della vittima quanto della responsabilità personale". L’omelia ha così riportato lo sguardo sugli adulti, senza trasformare Beatrice soltanto nel simbolo di una tragedia. "Ogni bambino è un dono sacro, mai una proprietà, mai un peso, mai un oggetto sul quale qualcuno possa esercitare dominio".
"Sta passando febbraio". Prima della conclusione della celebrazione, il vescovo ha affidato Beatrice a Maria, alla vigilia della festa dell’Assunzione: "A lei, Mamma Celeste, ti affidiamo perché ti stringa forte nel suo abbraccio e ti copra di baci". Poi le porte si sono riaperte. La famiglia aveva chiesto alle persone presenti di non seguire il feretro e di rimanere davanti al sagrato. Alcuni cittadini tenevano tra le mani rose bianche. Quando la piccola bara è uscita dalla chiesa, è partita “Sta passando novembre” di Eros Ramazzotti, riscritta e adattata alla storia di Bea. "Sta passando febbraio e tu hai due anni per sempre". La canzone è stata cantata due volte. Non per riempire il silenzio, ma per accompagnarlo. Alle 17.30, dopo l’applauso dei presenti, il feretro ha lasciato Terrasanta. Nessuna corsa per seguirlo, nessuna parola gridata: le persone sono rimaste davanti alla chiesa, come era stato chiesto loro. In quel momento il vento ha cominciato ad agitare il tricolore con il nastro nero. Una carezza lieve, l’ultima prima della sepoltura.
Sei mesi dopo, Bea può riposare. L’indagine ora proseguirà verso i prossimi passaggi, fino alla definizione delle contestazioni e all’eventuale processo che dovrà accertare le responsabilità. La giustizia avrà i propri tempi, le proprie regole e il compito di ricostruire ciò che è avvenuto. Il funerale ha avuto un compito diverso: restituire finalmente Beatrice alla sua famiglia e al riposo, dopo sei mesi durante i quali il suo corpo è rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria. Bordighera lo ha fatto abbassando le serrande, interrompendo il traffico e riempiendo una chiesa fino a non avere più spazio. Ma soprattutto lo ha fatto restando in silenzio. Quel silenzio non cancella le domande e non anticipa le risposte. Custodisce soltanto il nome di Bea, la fotografia posata sulla bara e i suoi due anni rimasti per sempre tali.
Alle 17.30 l’auto si è allontanata. Le persone sono rimaste sul sagrato, le rose bianche ancora tra le mani. Il vento continuava a muovere il tricolore. Dopo sei mesi, la piccola Beatrice poteva finalmente riposare.












































































