/ Economia

Economia | 18 febbraio 2026, 07:00

Quando l'algoritmo sale sul palco: musica e intelligenza artificiale tra democratizzazione e nuove responsabilità

C'è un esperimento che ha fatto discutere durante l'edizione 2025 del Festival di Sanremo.

Quando l'algoritmo sale sul palco: musica e intelligenza artificiale tra democratizzazione e nuove responsabilità

Non sul palco dell'Ariston, ma in parallelo: il Saremo AI Music Festival, una competizione canora dove ogni artista, ogni canzone, ogni strategia comunicativa era generata interamente dall'intelligenza artificiale. Ventisette cantanti virtuali in gara, ognuno con una biografia inventata, uno stile definito e persino un manager algoritmico che adattava in tempo reale la presenza social in base all'andamento della competizione.

Non è stato un caso isolato di provocazione tecnologica. Durante lo stesso festival, Digital Content Protection ha dovuto rimuovere oltre cento video contenenti deepfake musicali: brani falsi creati con le voci degli artisti in gara, generati a partire dai testi ufficiali trapelati online. La domanda non è più se l'intelligenza artificiale cambierà la musica, ma come stia già ridefinendo i confini tra creatività umana e produzione algoritmica.

L'industria discografica di fronte a una trasformazione strutturale

Il Global Music Report 2025 pubblicato dall'IFPI fotografa un settore in crescita per il decimo anno consecutivo, con ricavi globali che hanno raggiunto i 29,6 miliardi di dollari. Ma dietro questi numeri si nasconde una trasformazione più profonda. Le case discografiche stanno esplorando l'AI come strumento per potenziare la creatività degli artisti e offrire nuove esperienze ai fan, ma il rapporto evidenzia anche una preoccupazione concreta: l'uso non autorizzato di musica protetta da copyright per addestrare i modelli generativi.

Un dato rende l'idea della portata del fenomeno: secondo uno studio di Deezer, circa il 28% della musica caricata ogni giorno sulle piattaforme di streaming è realizzata con l'ausilio dell'intelligenza artificiale. Parliamo di circa 30.000 brani al giorno. La CISAC, la confederazione internazionale delle società di autori, stima che entro il 2028 i creatori musicali potrebbero perdere fino al 24% dei propri guadagni, con una perdita globale di 10 miliardi di dollari.

Non sorprende quindi che le major abbiano reagito. Nel 2024, la RIAA ha intentato cause federali contro Suno e Udio, le due piattaforme più diffuse per la generazione musicale, accusandole di aver addestrato i propri modelli su cataloghi protetti senza autorizzazione. La richiesta di risarcimento arriva fino a 150.000 dollari per ogni opera violata. È un segnale chiaro: la tecnologia corre, ma il quadro normativo deve ancora definirsi.

Il paradosso della democratizzazione: quando tutti possono creare, chi è l'artista?

Piattaforme come Suno permettono a chiunque di generare un brano completo, con voce, arrangiamento e struttura professionale, digitando poche parole. Il motto della startup è emblematico: "Music for everyone, by anyone". È la promessa di abbattere le barriere tecniche ed economiche che per decenni hanno reso la produzione musicale appannaggio di pochi.

Eppure questa apparente democratizzazione nasconde un paradosso. Se tutti possono creare musica con un click, che valore ha l'atto creativo? L'accessibilità totale rischia di generare una saturazione del mercato dove l'originalità e l'autorialità si dissolvono in un mare di contenuti generati automaticamente. Un produttore famoso come Timbaland ha dovuto scusarsi pubblicamente dopo aver utilizzato un beat generato con Suno senza dichiararlo: il rischio reputazionale si aggiunge a quello legale.

C'è poi una questione più sottile, che riguarda la natura stessa della musica. I brani generati dall'AI vengono spesso descritti come tecnicamente perfetti ma emotivamente sterili. La critica più diffusa, che emerge nei forum specializzati e nelle riviste di settore, è che manchi quell'elemento di vissuto, di vulnerabilità, di imperfezione che rende un pezzo musicale capace di toccare le corde giuste. La macchina può imitare la grammatica delle emozioni, ma non ha un corpo che le provi.

L'intelligenza artificiale entra in classe: opportunità e cautele

Se nella discografia commerciale l'AI solleva interrogativi complessi, in ambito educativo può diventare uno strumento prezioso. Le esperienze più interessanti non puntano a sostituire l'insegnante o a far creare musica ai ragazzi senza sforzo, ma a stimolare la consapevolezza critica e la creatività attiva.

In alcune scuole secondarie italiane, i docenti stanno sperimentando percorsi didattici che utilizzano l'AI come punto di partenza per riflettere sul processo compositivo. Gli studenti imparano cos'è un prompt, come le istruzioni che diamo alla macchina influenzano il risultato, quali limiti ha un sistema che genera musica senza comprenderne il significato. È un'occasione per capire non tanto cosa sa l'AI, ma come funziona il nostro modo di pensare la musica.

Come sottolinea Walter Tripi, formatore e consulente AI che ha lavorato con decine di insegnanti sull'uso consapevole dell'intelligenza artificiale, la vera sfida non è "insegnare con l'AI" ma "insegnare l'AI": far comprendere agli studenti come funziona, cosa comporta, come può affiancare e non sostituire l'intelligenza umana. La formazione degli insegnanti diventa quindi cruciale: servono docenti che sappiano usare questi strumenti in modo etico, didattico e creativo.

In classe questo si traduce in pratiche concrete: esercizi che confrontano risposte umane e generate, attività di fact-checking applicato alla musica, lezioni su come riconoscere i bias nei dataset di addestramento. L'intelligenza artificiale smette di essere una scatola nera e diventa uno specchio che riflette le nostre scelte linguistiche, culturali e cognitive.

Tra entusiasmo e responsabilità: cosa ci insegna questa transizione

La musica generata dall'AI non è buona o cattiva in sé. È il contesto d'uso che ne determina il valore e l'impatto. Può democratizzare l'accesso alla creatività, offrire strumenti a chi non ha risorse per uno studio di registrazione, accelerare i flussi di lavoro dei professionisti. Ma può anche saturare il mercato di contenuti privi di profondità, alimentare controversie sul copyright, svalutare il lavoro degli artisti umani.

La vera domanda non è se l'AI sostituirà i musicisti, ma quale ruolo decideremo di assegnarle. Se la produzione discografica rischia di essere dominata dagli algoritmi, il concerto dal vivo potrebbe diventare il territorio di resistenza dell'autentico: l'unico luogo dove l'esperienza musicale rimane irripetibile, vulnerabile, profondamente umana.

E forse è proprio questa la lezione più importante: in un'epoca di abbondanza tecnologica, il valore si sposta verso ciò che la macchina non può replicare. Non la perfezione tecnica, ma l'imperfezione espressiva. Non la velocità di produzione, ma la profondità dell'esperienza. Non il cosa, ma il perché.






Informazioni fornite in modo indipendente da un nostro partner nell’ambito di un accordo commerciale tra le parti. Contenuti riservati a un pubblico maggiorenne.

TI RICORDI COSA È SUCCESSO L’ANNO SCORSO A FEBBRAIO?
Ascolta il podcast con le notizie da non dimenticare

Ascolta "Un anno di notizie da non dimenticare 2025" su Spreaker.
Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium