E’ tempo di bilanci per Don Antonio Robu, parroco della Valle Argentina, ormai pronto al ‘trasloco’ dalla parrocchia di Badalucco a quella Vallecrosia. 14 anni sono tanti per chiunque figuriamoci per una persona così a stretto contatto con la comunità. In un’intervista a Don Robu, ripercorriamo la sua storia in Valle Argentina, a 24 ore dalla sua partenza.
Don Robu, si ricorda il primo giorno a Badalucco? “In realtà è stato un giorno normale, ero in confessionale. Non avevo un discorso da dire. Era una missione ristretta. Poi quando ho iniziato ad essere vice parroco dal maggio 2003, quindi una veste ufficiale, le cose sono un po’ cambiate”.
Lei è diventato parroco di Badalucco il 16 luglio del 2004, arrivando in un paesino che a malincuore salutava Don Antonio Arnaldi. Poi le sono state affidate anche Molini di Triora, Triora e le numerose frazioni collegate ai due comuni. La Fede in questi piccoli borghi è un valore molto sentito da tutti ed il prete è ben più di una figura che si vede soltanto in Chiesa, più di un confessore, molto di più. “Sono arrivato in punta di piedi a Badalucco ed all’inizio guardato anche con una certa diffidenza. Questo mi è un po’ pesato, soprattutto i primi anni. Ho trovato sempre la mia gioia andando al Santuario della Madonna della Neve che per me è stato l’appiglio per avvicinarmi ed avvicinare tanta gente al cammino di una fede calata nel quotidiano. La gente di Badalucco è discreta, sei tu che devi accorgerti se hanno bisogno”.
Che cosa le rimarrà della Valle Argentina? “L’attaccamento a delle basi solide della Fede, intesa come radice cristiana trasmessa dagli antenati. Ho notato questo attaccamento a quello che gli altri hanno lasciato e trasmesso".
Quali ricordi si porterà dietro? “Quando sono arrivato avevo 32 anni adesso mi ritrovo che ne ho 46. Le cose sono un po’ cambiate. Ho avuto motivi di gioia e dispiaceri. Penso a quando è mancata Luciana Bonora, nell’anno quando sono arrivato. Poi è mancato Francesco Boeri e ancora di più nel 2011 con Jacopo Zorzan. Lui aveva fatto con me il primo campo estivo, poi la cresima. L’avevo visto crescere. Sentivo quella paternità spirituale che mi ha fatto soffrire come un padre”.
Il momento più significativo? “E’ stato per i 100 anni del Santuario della Madonna della Neve nel 2005. Abbiamo dato qualcosa di grande alla comunità. Ci sono stati incontri significativi. Hanno partecipato tutti i sacerdoti, diversi vescovi in numerose celebrazioni. E’ venuto anche il Primate della Romania e l’arcivescovo di Bucarest. Una gioia mia e per la comunità che si è sentita valorizzata. L’altra gioia è pensare a Don Pietro, oggi parroco alle Levà. E’ stato ordinato qui a Badalucco, nel 2006, l’8 dicembre. L’ho portato qui in Italia e ora vedo il Suo cammino".
Don Robu ha passato tantissimi anni qui in Italia ma è originario della Romania e mentre si trovava a Badalucco nel 2012 ha ricevuto la cittadinanza italiana. Da quando è arrivato in Italia ad oggi è cambiato il suo messaggio di Fede? “A volte sono stato visto come un prete conservatore e tradizionalista, ma non è affatto vero. Mi reputo una persona aperta. Utilizzo i moderni mezzi di comunicazione. E’ un legame per i giovani della parrocchia che anche se non vengono in Chiesa, quando hanno bisogno di qualcosa gli basta un click per mettersi in contatto con Facebook o WhatsApp. Sono figlio di una cultura dove ho vissuto un’esperienza di un regime totalitarista e dove non si scherza con la fede, o credi o non credi. Il mio padre spirituale, un santo sacerdote è stato per più di 20 anni nei gulag comunisti per la sua Fede. Quando sono partito dalla Romania che avevo 19 anni, mi diceva ‘Non ti illudere che andando in Italia, la culla del Cristianesimo, tu là rafforzerai la tua Fede, affatto. Potresti rischiare anche di perderla. Perché là c’è una sottile apostasia silenziosa della Fede’. Poi un altro sacerdote che è stato altrettanto guida e confessore, aveva 25 anni, quando quelli del regime gli hanno dato una martellata sulla spina dorsale e l’hanno ridotto su una carrozzella per tutta la vita, fino ad 83 anni. Lui, da quella carrozzella era per noi giovani un punto di riferimento per la nostra fede. Per questo forse anche qui in Italia non ho dimenticato anche quello che mi ha detto mia madre, ‘Figlio mio il giorno che dimenticherai da dove sei partito, non tornare più a casa’. Parlo dei valori cristiani”.
"A Badalucco ho ereditato figure significative. Monsignor Domenico Orengo, che è stato per più di 50 anni parroco di questo paesino. Don Caprile, parroco della diga e con le sue esperienze. Don Antonio Arnaldi, una persona che sa tutto e sa fare tutto. Una persona pratica, pragmatica e molto carismatica che aveva lasciato un segno non indifferente. Sono arrivato come il pretino da una terra lontana. Adesso vedo l’amarezza della gente per la mia partenza. Vuol dire che mi hanno voluto bene”.
Come sarà il passaggio dalla Valle Argentina a Vallecrosia? “Sarà una realtà totalmente diversa. E’ una parrocchia relativamente nuova. Il prossimo anno saranno cinquant’anni che è stata istituita ed io sarò il terzo parroco. La conosco perché come seminarista ho fatto là il servizio pastorale, dal 1997 al 2000. Vado in punta di piedi ma con il piede fermo. Mi impegnerò a trasmettere ai ragazzi che la fede non è un optional o una realtà fai-da-te. Mi interessa, rispettare il passato della parrocchia ma anche apportare il mio stile con la mia semplicità, il carisma e la fermezza. Questa esperienza, credo sia un gesto di fiducia del vescovo Suetta. Quindi lo ringrazio perché credo che sia un segno di considerazione per la missione che ho svolto in questa vallata”.
Oggi, sabato 22 luglio ci sarà il suo saluto alla comunità di Badalucco che cosa dirà alle persone? “Non preparerò prediche. Sarà un’omelia breve ma saranno parole che guidano e hanno guidato la mia vita. ‘Non abbiate paura di quello che è nuovo. Non accettate la novità solo in quello che vi piace o vi dà un tornaconto’. Accettare la novità significa anche il cambiamento di un parroco. Lascerò il messaggio di amare sempre la Madonna, le chiese, le tradizioni, le confraternite e ciò che è Badalucco come identità. La Chiesa è ancora un riferimento e non deve svestirsi di quello che le appartiene, come dice Papa Francesco, per far comodo a ‘questa mondanità’. La Chiesa deve avere sempre un messaggio chiaro di convinzione che non trasmette il prete come suo personale. Questa comunità è stata gioia e corona, non sono mancate le spine e le incomprensioni umane dovute al mio carattere ma ci siamo sempre incontrati alla sera per fare pace”.
Tornerà di nuovo in valle Argentina? “All’inizio per mia scelta non tornerò tanto per permettere al nuovo parroco di inserirsi. Più avanti verrò in visita in tutta la valle perché ho stretto delle amicizie belle, sincere e disinteressate”.
L’8 settembre, nel giorno della nascita della Beata Vergine Maria, alle 20.30, Don Antonio Robu farà il suo ingresso ufficiale come parroco a Vallecrosia. Invece a Badalucco arriverà un altro prete. Non è ancora nota la data della cerimonia ufficiale ma intanto si sa già di chi si tratta: Don Antonio Garibaldi, da tutti conosciuto come Nuccio, diventato prete a 61 anni. Su di lui Don Robu ha detto: “Conosce la realtà di Badalucco. E’ una persona arguta e capace di saper fare le sue ragioni. Credo che anche lui sia una persona che sicuramente si farà ben volere. La gente non deve dipendere da chi viene. L’importante è che venga un sacerdote e sia nel nome del Signore”.
























