BOLZANO - La più svelta a individuare la sposa cadavere è stata una bambina. Avrà avuto sette-otto anni e, come la sua mamma, stava guardando delle strane opere d’arte di un giovane artista tailandese dal nome impronunciabile, Korakrit Arunanondchai, esposte al Museion di Bolzano. Delle bacheche, montate su aste d’acciaio, contenevano conglomerati di terriccio, acrilico e vernice, dai quali emergevano pezzetti di legno contorto, fili e componenti elettronici, ossa umane di resina nera, pantaloni denim bruciati e una miriade di minuscole “presenze” come conchiglie, schegge di vetro e minerali.
L’insieme era abbastanza inquietante. Korakrit Arunanondchai dev’essere ossessionato dalla fine del mondo e dal nostro potere autodistruttivo. La bambina, con sguardo serio e tono da insegnante (magari il copyright della sua interpretazione appartiene alla maestra della scuola o una guida del museo) ha fornito la seguente spiegazione alla mamma. Vedi, ha detto, lì c’è il vestito bianco di una sposa e c’è anche la sua testa, perché [l’artista] ha paura di come diventerà il mondo quando noi non ci saremo più. Stupore della mamma, e anche mio. In effetti, in un conglomerato nerastro post-apocalittico era accartocciato quello che poteva essere una parte di un abito di pizzo da sposa. Poco sopra, si poteva scorgere un frammento di cranio.
Eppure non c’erano solo morte, paura e distruzione, al quarto piano del Museion. La mostra di Arunanondchai comprendeva un video proiettato su un mega schermo, tutto incentrato sul rapporto tra uomo e natura, spiritualità e condivisione delle esperienze attraverso la tecnologia, con bellissime immagini riprese da droni, spezzoni rubati dal web e da show televisivi e con un filo conduttore autobiografico (si vede l’artista che dipinge e si getta addosso barattoli di vernice).
Ecco, doveva arrivare un tailandese che non avevo mai sentito nominare, per far riflettere adulti e ragazzi su temi universali come il sacro e il profano, la conservazione del nostro pianeta, il ruolo della memoria personale e collettiva. Nell’era del digitale, dove basta un clic per cancellare tutto, o modificare tutto, l’arte permette di stratificare le nostre esperienze ed emozioni, dando loro nuovi significati.
Allora mi ritrovo a pensare che nemmeno il verdissimo ed ecologico Alto Adige sia un’isola totalmente felice. È parte di un tutto che è malato e ha bisogno di una cura contro l’utilizzo intensivo delle fonti fossili (petrolio, carbone, gas) e contro il surriscaldamento globale, provocato dai gas-serra e dalla perdita di biodiversità. Molti studiosi affermano che è necessaria un’implosione controllata del sistema energetico attuale: rottamare gli impianti tradizionali e sostituirli con l’eolico e il solare. Utopico? Realizzabile in quanti decenni? La risposta è affidata ai bambini di oggi e di domani; in fondo, credo che nei conglomerati distopici di Arunanondchai resista un minimo di speranza.

















