Proseguendo la sua storia dei paesi della provincia di Imperia, lo storico sanremese Andrea Gandolfo tratta oggi le vicende storiche dell’incantevole borgo di Vallebona, nella valle del rio Borghetto, un paese che affonda le sue radici nell’età precedente alla conquista della Liguria da parte dei Romani, per giungere fino ai giorni nostri.
Il comprensorio vallebonese conserva tracce di una frequentazione umana assai antica, collocabile ad un periodo antecedente alla conquista romana, quando il primitivo villaggio si sviluppò in qualità di suburbio della vicina Albintimilium. Gli antichi Liguri Intemeli dovettero comunque frequentare la zona dell’odierna Vallebona, dove le tribù locali si impegnarono con particolare costanza e impegno a difendere il territorio dagli attacchi esterni, tramite soprattutto la costruzione di apposite strutture fortificate, i castellari, eretti in aree strategiche come i vertici montani e svolgenti funzioni difensive e protettive di piccoli abitati rurali, dove la popolazione circostante trovava rifugio in caso di pericolo. A breve distanza dall’attuale paese erano ubicati infatti tre castellari, piccoli nuclei agropastorali d’altura, sulle vette del Monte Caggio, di Bellavista e presso la torre di Sapergo. L’efficiente sistema difensivo rappresentato dai castellari eretti dagli Intemeli in questa zona di frontiera costituì inoltre un valido baluardo prima contro i tentativi di invasione da parte dei Greci Massalioti e poi dei Romani, che dovettero impegnarsi a lungo prima di avere ragione delle bellicose popolazioni dell’estremo Ponente ligure, le quali opposero una strenua resistenza alla penetrazione romana tramite una forma di arcaica guerriglia condotta sfruttando abilmente l’organizzazione strategica e controbilanciando l’evidente inferiorità tattica e tecnica con una profonda conoscenza del territorio. Nel corso dell’età romana l’area vallebonese dovette essere intensamente coltivata, forse da parte di coloni inseriti in un ampio progetto di sfruttamento rurale del circondario, dove è attestata la presenza di «ville rustiche» situate nelle valli interne del municipio di Ventimiglia romana secondo un piano generale di colonizzazione agricola del territorio assai diffuso nel periodo imperiale. In tale lasso di tempo si verificò probabilmente una concentrazione polinucleare di insediamenti, anche ma non esclusivamente con finalità rurali, nella bassa Val Nervia e nelle adiacenti valli del Verbone e di Borghetto, dalla fascia costiera sino alle zone più interne, che sarebbe perdurata fino ad oltre la caduta dell’Impero romano d’Occidente, quando tali aree, tra le più ricche e fertili dell’intero comprensorio intemelio, vennero nuovamente popolate da contadini e pastori fuggiti dalla zona costiera alla ricerca di terreni da coltivare per avviare un nuovo ciclo di vita nell’immediato entroterra.
Con il tramonto dell’Impero, anche la zona dell’odierna Vallebona subì le incursioni di orde barbariche, in particolare di Vandali, che devastarono e saccheggiarono diversi villaggi della costa e dell’entroterra. Dopo un breve periodo di dominazione ostrogota, l’estrema Liguria occidentale passò verso la metà del VI secolo sotto il dominio dei Bizantini, che ne inserirono il territorio nella Provincia Maritima Italorum e vi eressero una serie di strutture fortificate a scopo prevalentemente difensivo. Nel 643 la zona fu raggiunta dai Longobardi guidati da Rotari, che devastarono varie località costiere e interne, annettendosi il territorio ligure fino all’arrivo dei Franchi di Carlo Magno nella seconda metà dell’VIII secolo, quando il primitivo paese di Vallebona entrò a far parte del Comitato di Ventimiglia, una nuova unità amministrativa creata dai Franchi, che ricalcava però sostanzialmente la relativa circoscrizione ecclesiastica della diocesi intemelia. Nel corso dei successivi IX e X secolo il territorio fu pesantemente devastato dalle incursioni dei Saraceni, che effettuarono ripetute scorrerie sulle coste e nell’entroterra del Ponente ligure, costringendo gli abitanti della fascia costiera ad abbandonare case e coltivazioni per rifugiarsi nell’interno. La situazione tornò ad una relativa normalità soltanto dopo la decisiva scomparsa della minaccia dei Saraceni, che furono definitivamente sconfitti da una coalizione di signori feudali locali capeggiati dal conte Guglielmo di Arles, che tra il 975 e il 980 riuscirono ad avere ragione dei pirati arabi espugnando e distruggendo il loro covo di Frassineto. Intorno al Mille si verificò una generale rinascita economica e sociale che interessò anche la zona di Vallebona, dove l’agricoltura riprese vigore grazie all’intraprendenza di numerosi contadini provenienti soprattutto dalla zona costiera. L’intero comprensorio della “valle buona” risultava sempre inserito amministrativamente nel Comitato di Ventimiglia, che faceva parte, insieme a quello di Albenga, della Marca Arduinica comprendente il territorio delimitato a occidente dal Monte Agel presso La Turbie e a levante dal corso del torrente Armea includendo anche tutto il bacino del Roia dal Colle di Tenda fino al mare. A partire dal XII secolo, quando è documentata per la prima volta l’esistenza del primitivo borgo di Vallebona, tutta la zona da Monaco al torrente Armea entrò stabilmente a far parte dei possedimenti della potente famiglia feudale dei Conti di Ventimiglia, che iniziarono anche ad erigere numerosi castelli in vari centri delle vallate sottoposte alla loro giurisdizione. La particolare antichità di Vallebona, documentata sotto il profilo architettonico dalla chiesa parrocchiale che mostra i resti appartenenti ad un antichissimo edificio cultuale, è attestata in particolare da un atto del 1174, dove si ritrova il toponimo attuale di «Vallebona». La buona qualità ambientale e la notevole fertilità del suo territorio induce peraltro a ritenere che la zona vallebonese sia stata il centro propulsore della leggendaria «Arm’antica», l’area del comprensorio intemelio che la tradizione vuole abitata e frequentata ininterrottamente dalla romanità. In ogni caso è indubitabile che per tutto il Medioevo il paese di Vallebona sia stata una delle ville intemelie più attive e prospere sotto l’aspetto agricolo tanto che, secondo i dati del focatico risalenti al 1340, essa risultava il borgo demograficamente più consistente dopo Camporosso. In questo periodo si era inoltre sviluppato un piccolo nucleo abitato e rurale nella parte meridionale della “valle buona”, che gli estensori del focatico del 1340 denominarono «Vallebona inferiore», ma che in realtà aveva da tempo un suo nome specifico, documentato in un atto del notaio Giovanni di Amandolesio verso la metà del XIII secolo, nel quale veniva riportata la valutazione effettuata dai pubblici estimatori, per volontà del giudice del Comune intemelio Bartolomeo Ferrario, delle proprietà di una certa Verdaina vedova di Ugonis Vitalis, localizzate nell’area di Vallebona.
L’8 giugno 1251 erano state intanto firmate le note convenzioni tra Ventimiglia e la Repubblica di Genova, tra i rappresentanti intemeli Fulco Curlo e Ardizzone De Giudici da una parte e il podestà genovese Menabò Torricella dall’altra, le quali sancirono di fatto la fine dell’autonomia del Comune di Ventimiglia proiettandolo nell’orbita della sfera di influenza genovese. Tali convenzioni rimasero quindi valide sino alla fine del XVIII secolo al di là di brevi periodi in cui Ventimiglia cadde sotto controllo non genovese. Nel 1396 le disposizioni di soggezione politica ed economica alla Serenissima furono leggermente attenuate, per compensare la città intemelia di aver resistito ad un tentativo dei Grimaldi di Monaco di soggiogarne il territorio a vantaggio dei conti di Savoia, tramite la concessione ai Ventimigliesi di particolari diritti che collimavano con un riconoscimento di «genovesità» ai cittadini intemeli. Nonostante il distretto di Ventimiglia rappresentasse giuridicamente un’unica entità amministrativa da Sanremo al torrente Garavano presso Mentone, la diversa distribuzione sociale del tessuto demografico era assai marcata in quanto l’amministrazione del Capitanato rimaneva totalmente nelle mani degli «urbani», distinti in nobili e popolani, mentre i «villani», da intendersi non come servi ma come locatari di determinate proprietà sparse per il contado, ebbero all’inizio un peso politico assai limitato. I «villani», cioè gli abitanti delle «ville» intemelie che svolgevano attività agricole al servizio di potenti proprietari terrieri come i Giudice di Vallecrosia, erano assoggettati a tali vincoli verso i «signori» (compresi i facoltosi rappresentanti del clero) da non poter reagire contro eventuali ingiustizie nei loro confronti se non attraverso violente azioni per far rispettare i loro diritti. Nel 1348 la popolazione di Vallebona venne colpita dal flagello della peste nera, che mieté molte vittime, mentre le «ville» sottoposte a Ventimiglia seguivano le alterne vicende di Genova, passando dalla sovranità dei re di Francia dal 1395 al 1410 a quella del duca di Milano Filippo Maria Visconti dal 1421 al 1427 e poi sotto la signoria del genovese Carlo Lomellino infeudato dal Visconti del distretto intemelio dal 1427 al 1435. Dopo una serie di dominazioni, cui la Repubblica affidò di volta in volta le sue sorti, attraverso la supremazia degli Sforza dal 1469 al 1499, il Genovesato passò nel 1499 sotto il dominio del re di Francia Luigi XII; soltanto a partire dal 1513 la Serenissima, tornata libera, poté riassumere il controllo dei suoi territori. Per conseguire tale obiettivo, il governo genovese si era però fortemente indebitato con il potente Banco di San Giorgio, al quale, come compenso per i debiti maturati, venne ceduta l’amministrazione del Capitanato intemelio, che tenne dal 1514 al 1562, anche se i «protettori» del Banco non si dimostrarono sempre all’altezza del loro compito di oculati amministratori di un territorio che politicamente apparteneva a Genova e alla quale sarebbe ritornato nel 1562.
All’inizio del XVI secolo i capifamiglia di Vallebona ammontavano a 120 unità, mentre, secondo i dati catastali del 1545, i capifamiglia passarono a 169 per un totale di circa 760 persone. Dalle denunce presentate emerge in particolare una discreta agiatezza della «villa», anche se le differenze tra le fasce sociali risultano molto più marcate. In dettaglio, per i beni compresi tra una e dieci lire presentarono denuncia 23 capifamiglia; per beni compresi tra undici e trenta lire le denunce furono 36; i capifamiglia che denunciarono beni compresi fra 31 e 50 lire furono 28; quelli che possedevano beni compresi tra 51 e 100 lire furono 50; tra 101 e 200 lire le denunce furono 28; tra 201 e 300 presentarono denuncia nove capifamiglia; tra 301 e 500 lire le denunce furono undici, mentre cinque capifamiglia denunciarono un patrimonio superiore a 501 lire. I valori della casa di abitazione oscillavano invece da un minimo di una ad un massimo di 95 lire, con l’indicazione di proprietà di altre case non di abitazione quali casali, fondi e casoni, mentre molti proprietari, per la precisione 45, non sembra avessero la casa di abitazione a Vallebona, ma avendo essi in paese i beni immobili, le loro denunce risultavano a catasto. Anche i mulini, di cui venivano denunciate regolarmente le quote di proprietà, erano diversi, mentre era più ridotto il numero dei frantoi, di cui è attestata soltanto l’esistenza di mezzo frantoio appartenente ad un certo Giovanni Pallanca del valore di trenta lire, la cui altra metà fu acquistata dopo il 1554 da Marco Leone. Tra le principali caratteristiche dei proprietari di Vallebona va sicuramente messo in risalto il fatto che molti di loro possedevano vasti appezzamenti anche in territorio bordigotto, in una zona che doveva essere costituita da una successione di fasce e campi. Molti Vallebonesi detenevano anche proprietà nel territorio dell’odierna Sasso di valore variabile tra una e settanta lire, mentre gli alberi di ulivo denunciati in paese avevano un valore assai inferiore a quelli presenti nel territorio bordigotto. Secondo i dati del censimento effettuato nel 1561 la popolazione di Vallebona era formata da 143 capifamiglia, di cui 139 uomini e 4 donne per un totale approssimativo di circa 644 persone, anche se in realtà la popolazione totale ascendeva a 682 persone. I figli a carico variavano tra uno e quarant’anni di età, i fratelli avevano un’età compresa tra 2 e 30 anni; tra i capifamiglia erano registrati inoltre alcuni giovanissimi: due bambini di cinque anni, uno di otto, due di dieci, sei di quindici e uno di sedici, tutti presumibilmente orfani di padre o in ogni caso emancipati, mentre delle femmine, anche capifamiglia, risulta soltanto il numero complessivo: tra le persone a carico dei denuncianti erano censite 113 mogli, 23 madri, 179 figlie, 14 sorelle e 4 nuore. Nel 1579-80 il paese venne colpito da una grave epidemia di peste, che causò sicuramente almeno una vittima, oltre ad un lungo periodo di quarantena; poi la peste sarebbe ricomparsa nel 1657 con diversi casi di contagio. Pochi anni prima Vallebona aveva corso un grave pericolo quando, l’11 giugno 1565, il nuovo ammiraglio della flotta turca, il rinnegato calabrese Ulugh-Alì, detto Occhialì, tentò di aggredire le ville di Borghetto e Vallebona. Sette «galeotte» turche sbarcarono quel giorno ai «Piani» di Vallecrosia mezzo migliaio di pirati barbareschi con l’obiettivo di assaltare le due ville intemelie, ma un servo del capitano Giulio Doria, ad Antibes, era riuscito a venire a conoscenza del programma di Occhialì da uno schiavo originario di Dolceacqua a servizio su una galeotta dell’ammiraglio turco ed aveva informato la popolazione dei borghi interessati. La popolazione di Vallebona si rifugiò allora a Sasso e i Turchi furono presumibilmente accolti da un manipolo di determinati capifamiglia, ben armati e asserragliati nella parrocchiale di San Lorenzo. Dopo le prime perdite gli invasori si ritirarono indirizzando i loro assalti ad alcuni casolari sparsi e su gruppi di Vallebonesi non organizzati che non si erano rifugiati a Sasso. Alla fine dell’incursione, i Barbareschi catturarono diciannove prigionieri destinati a finire come schiavi, di cui due soli uomini e per il resto donne e bambini, tra i quali sicuramente tre erano originari di Vallebona.
Nel secolo XVI il territorio intemelio già versava alla Camera della Repubblica di Genova ben 5000 lire genovesi, ma nel 1587 fu obbligato, per decreto del Magistrato delle Galere a contribuire all’armamento della flotta. Il 13 luglio 1609 il sindaco Gio Francesco Porro indirizzava al Senato una petizione contro l’assegnazione del Magistrato dell’Arsenale e con l’ingiunzione del Capitano intemelio di nuovi oneri per il mantenimento di rematori sulle galere della Serenissima. Dietro riconoscimento dei sindacatori il Senato genovese riconobbe la giustezza di quella petizione e come fosse risultato impoverito sotto il profilo demografico ed economico il territorio intemelio. Ancora nel 1622 i sindaci di Ventimiglia protestarono presso il Senato della Repubblica per il regime militaresco in cui erano costretti a vivere, denotando così uno stato di insofferenza generale che riguardava però, più che Ventimiglia, gli abitanti delle «ville» e in particolare quelli di Vallebona. Nel 1625 furono peraltro i militi delle ville quelli che si opposero all’invasore Carlo Emanuele I di Savoia, mentre i Magnifici di Ventimiglia si dichiaravano passivamente pronti alla resa nei giorni tra il 19 e il 20 maggio; ci pensò poi il vescovo Gandolfo a pacificare gli animi, a ricomporre l’ira dei «villani» e a favorire l’armistizio tra Genova, che con l’aiuto delle truppe spagnole aveva ripreso Ventimiglia il 14 settembre, e il Piemonte, tanto che la pace fu alla fine ratificata nel 1634. Nonostante l’antico decreto senatoriale, risalente al 14 novembre 1452, che imponeva ai sindaci intemeli di tutelare i «villani», questi ultimi erano sempre più angariati da un’opprimente serie di gabelle sul pesce, sul grano, sulle nocciole, sui legumi e sul vino, tanto che, aumentando sensibilmente il disagio e l’insofferenza tra la popolazione delle ville, questa si decise a chiedere formalmente al Senato genovese l’autorizzazione a staccarsi dal capoluogo sotto l’aspetto economico a causa della gravosa e ormai insostenibile pressione fiscale esercitata sulle ville dipendenti dalle autorità intemelie. L’11 febbraio 1683 il Senato della Repubblica emanò quindi un primo decreto con cui accordava alle otto ville il permesso di separarsi da Ventimiglia per quanto concerneva la tassazione, a cui seguì una richiesta formale di separazione vera e propria avanzata dai rappresentanti della Comunità di Bordighera il 4 marzo successivo, mentre i delegati degli otto paesi e non più «ville» dipendenti, stabilivano di associarsi in una confederazione che assunse il nome di «Magnifica Comunità degli Otto Luoghi». Il 21 aprile 1686 i deputati eletti dagli otto paesi convennero nell’Oratorio di San Bartolomeo a Bordighera, dove sottoscrissero solennemente, alla presenza del commissario della Repubblica Gerolamo Invrea, l’atto di Convegno degli Otto Luoghi, con cui veniva proclamata l’istituzione della nuova Comunità e veniva nello stesso tempo ratificato uno statuto che avrebbe dovuto regolarne il funzionamento amministrativo, ossia i Capitoli per il buon governo della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi. Una serie di successivi provvedimenti approvati dalle due parti sancì poi i confini tra il territorio della Comunità e quello di Ventimiglia, poi fissati definitivamente dal giudice arbitro Bartolomeo De Rustici con sentenza del 14 aprile 1695. La nuova Comunità si era intanto dotata di autonome istituzioni, costituite da quattro sindaci e da un Parlamento, composto da venti delegati, ai quali era affidato il mandato di amministrare il territorio della Comunità suddiviso nelle circoscrizioni di Camporosso, di Vallecrosia, comprendente i paesi di San Biagio, Vallecrosia e Soldano, di Vallebona, che includeva i paesi di Vallebona, Borghetto San Nicolò e Sasso, e di Bordighera. Dopo la ratifica di appositi «Capitoli amministrativi e criminali» le ville iniziarono quindi in relativo accordo la vita in comune e Vallebona, con il suo fertile territorio, trasse particolari vantaggi dalla nuova situazione politica e amministrativa. Si verificarono peraltro alcuni gravi dissidi tra la comunità vallebonese e quella confinante di Seborga per questioni confinarie, diritti su pascoli e terreni, che si erano ulteriormente acuite dopo la fine della locale signoria dei monaci benedettini e il passaggio del paese sotto la sovranità sabauda. Le aree confinarie tra le due località divennero allora sede di aspri contrasti per diritti ora avanzati dagli abitanti di Seborga ora da quelli di Vallebona. La grave controversia, degenerata per vertenze alimentate dall’assenza di limiti ben precisi tra le aree dei due paesi, sfociò nel 1704 nell’assassinio di un certo Gio Batta Gazzano di Seborga da parte degli abitanti di Vallebona, mentre non accennavano a diminuire di intensità risse, incendi, furti, petizioni e scontri legali per l’attribuzione delle terre site ai confini tra le due comunità, che erano oltretutto particolarmente fertili e produttive come la terra detta «La Crose» che non si seppe mai se assegnare a Seborga o a Vallebona. La particolare rilevanza economica di quelle fasce di confine, coltivate a viti, ulivi, castagni o semplicemente «ortive», sarebbe stata all’origine di ulteriori controversie, sopite soltanto in seguito all’annessione della Liguria al Regno di Sardegna nel 1815.
Il 9 gennaio 1709 Vallebona fu colpita da un terribile gelo che colpì a morte le colture e fu causa di una grave carestia, mentre l’anno successivo il paese venne investito da un’orda di lupi cervieri che causò gravi danni al bestiame. Tra il 1720 e il 1722 il borgo fu raggiunto da una nuova epidemia di peste, tanto che la comunità fu costretta a fornire cinque guardie, due uomini in servizio giorno e notte e un soldato pagato per prevenire l’estendersi del contagio. Dopo l’invasione dell’estremo Ponente ligure da parte delle truppe rivoluzionarie francesi guidate dal generale Massena nell’aprile del 1794, iniziò il periodo di occupazione francese anche per i paesi soggetti al dominio genovese come Vallebona, dove i soldati francesi si resero responsabili di violenze e soprusi insieme ai famigerati barbetti, feroci briganti controrivoluzionari che si macchiarono di numerosi assassinii ai danni degli abitanti del comprensorio, oltre ad una serie di atti indimidatori nei confronti di molti nobili della zona. Durante il periodo di occupazione francese si concluse anche l’esperienza della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi, ufficialmente abolita dal governo della Repubblica Ligure nel 1797. Dopo la suddivisone del territorio ligure in ventotto distretti, Vallebona fu inserita in quello del Roia, con capoluogo Ventimiglia, rimanendovi però soltanto per pochi mesi in quanto nel 1798 la Repubblica fu nuovamente divisa in venti distretti, quello del Roia fu abolito e i paesi che ne facevano parte furono inclusi nel nuovo Distretto delle Palme, con capoluogo Sanremo. Due anni dopo, tuttavia, dopo la provvisoria rioccupazione del territorio ligure da parte delle truppe austro-sarde, i nobili ventimigliesi indussero il generale austriaco Elnitz a ripristinare con un proclama l’antico regime e la dipendenza degli Otto Luoghi da Ventimiglia, ma tale sistemazione durò pochi mesi in quanto, dopo la definitiva sconfitta degli Austriaci a Marengo nel giugno del 1800, la Repubblica Ligure subì un terzo riordinamento amministrativo nel corso del 1802 con l’istituzione di sei distretti e l’inclusione del territorio di Vallebona in quello degli Ulivi. Dopo la creazione dell’Impero napoleonico, tutta la Liguria venne annessa alla Francia e divisa in quattro dipartimenti con Vallebona inclusa in quello delle Alpi Marittime con capoluogo Nizza. Durante l’età napoleonica si segnala in particolare l’avvio della costruzione della strada della Cornice, la nuova arteria stradale litoranea che avrebbe offerto un buon itinerario costiero agli abitanti di Vallebona e sarebbe diventata un punto fermo imprescindibile per le loro scelte economiche non solo per eventuali viaggi ma soprattutto per poter più agevolmente commerciare sulle «piazze» costiere i loro prodotti agricoli. Caduto il regime napoleonico, Vallebona passò quindi nel 1815, insieme al resto della Liguria, sotto il Regno di Sardegna, entrando a far parte della Divisione di Nizza.
Nel 1835 il paese venne flagellato da un’epidemia di colera, che si sarebbe ripetuto nel 1884, mentre cominciavano a svilupparsi la floricoltura e la viticoltura, che produceva un ottimo vino Moscatello, ma che venne gravemente danneggiata dall’apparire verso la metà dell’Ottocento di micidiali malattie delle piante come la filossera e la peronospera, le quali causarono un notevole arresto della produzione, poi superato dalla produzione del Rossese, ottenuto da vitigni più robusti e resistenti. Ceduto il Nizzardo alla Francia nel marzo 1860, Vallebona entrò a far della provincia di Porto Maurizio. Il grave terremoto del 23 febbraio 1887 non provocò vittime o feriti ma soltanto lievi danni ad alcuni edifici pubblici e privati, per cui le autorità governative concessero un mutuo di 6.700 lire destinato a quattro privati, oltre a 1.400 lire concessa al Comune di Vallebona per la riparazione di edifici comunali, chiese, oratori e case canoniche leggermente danneggiati dal sisma. Nel corso della Grande Guerra diversi militari vallebonesi caddero al fronte italo-austriaco. Nei primi decenni del Novecento venne finalmente risolto il plurisecolare e gravoso problema dell’approvvigionamento idrico del comprensorio tramite la realizzazione di un grosso impianto di rifornimento sul Nervia, destinato non soltanto agli abitanti di Vallebona ma anche a quelli dei centri limitrofi, da parte della Società Anonima Distribuzione Acque. Durante il successivo periodo del secondo conflitto mondiale, il paese divenne sede di un primo presidio tedesco a partire dal novembre del 1943 protraendosi per circa quindici giorni, nel corso dei quali i Tedeschi requisirono muli e case, rastrellarono uomini da adibire ad opere di fortificazione; altre brevi occupazioni sporadiche sarebbero seguite per prelevare fieno poi trasportato dai nazisti a Vallecrosia e Bordighera. Nel febbraio 1945 insediarono in paese un loro Comando e vi dislocarono un reparto che sarebbe rimasto sul posto fino alla Liberazione. Negli ultimi mesi della guerra i nazisti prelevarono inoltre numerosi civili tra i 18 e i 65 anni che furono tenuti come ostaggi. Da segnalare inoltre che gli abitanti di Vallebona non fecero mancare il loro contributo alla causa della guerra di liberazione, come attestato dai numerosi muli forniti dai Vallebonesi alle formazioni partigiane della II Divisione «Felice Cascione» e della VI Divisione «Silvio Bonfante» per tutto il periodo della lotta contro i nazifascisti. Nei decenni successivi alla fine della guerra si è registrato un consistente incremento delle tradizionali attività legate alla produzione olivicola e alla floricoltura, che si basa soprattutto sulla coltivazione di mimose e ginestre, mentre appare in crescita la produzione di Rossese, vino tipico della zona vallebonese, dove è ancor oggi molto curata la coltivazione degli agrumeti e degli aranci amari da fiori, da cui i distillatori ricavano la pregiata essenza. Discretamente sviluppato è pure il settore turistico, che può avvalersi di una buona ricezione e di un ricco programma di sagre e feste popolari organizzate soprattutto durante la stagione estiva.
















