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Politica | 15 aprile 2012, 17:10

Caos Politico ad Imperia: Indulgenza (PRC) “Facciamo chiarezza in profondità”

Caos Politico ad Imperia: Indulgenza (PRC) “Facciamo chiarezza in profondità”

Se si parla di "sistema di potere", come in questi giorni giustamente e motivatamente fanno attori politici di diversa estrazione, non si può intenderlo come una questione unicamente morale e non fare riferimento alla struttura economica e sociale del territorio. Esso, infatti, si è affermato nel corso di decenni, assicurandosi un enorme e stabile consenso grazie alla stratificazione di interessi materiali e rendite di posizione”. Cosi Pasquale Indulgenza, capo gruppo P.R.C. al Comune di Imperia, che prosegue nel suo lungo intervento: 

<<Sostanzialmente, i ceti possidenti e l'alta borghesia locale hanno costruito una alleanza storica con il ceto medio e le varie fasce della piccola borghesia giocando principalmente le leve della rendita immobiliare, degli impieghi improduttivi delle risorse, dell'assicurazione di sbocchi lavorativi 'sicuri' nei diversi àmbiti della pubblica amministrazione.
E' così che sotto il profilo occupazionale (e della collocazione sociale) le cose sono andate, in termini essenziali: ai 'figli di papà' la successione in carriera nelle professioni e i posti di prestigio, alle fasce intermedie un pò di commercio e la promessa del posto fisso, a tutti gli altri - esaurita la filiera del lavoro in fabbrica - la precarietà delle attività stagionali. Con la conseguenza di una emorragia sempre più pesante e sofferente di giovani imperiesi costretti ad allontanarsi dal loro terra. Si tratta di una logica le cui caratteristiche di base vengono in superficie, nitidamente, proprio per effetto delle inchieste e nelle tumultuose vicende correnti: da un lato il giro dei grandi affari attesi per la realizzazione del porto turistico; da un altro, l'emersione dei potentati imprenditoriali e affaristici che da sempre fanno 'il bello e il cattivo tempo' nel mondo dell'edilizia e del mattone.
Il consenso a questo sistema politico/economico è stato assicurato fino a Tangentopoli dalla centralità pervasiva e collosa della Democrazia Cristiana; quindi, dalla metà degli anni Novanta ad oggi, dal berlusconismo organizzato, che ne prende le consegne miscelandole con un bel pò di craxismo, e dal rampantismo 'in giacca e cravatta' che ne ha rilanciato il successo tra i più giovani. Un consenso costruito sapientemente con l'imposizione nel senso comune di un argomento in realtà del tutto ideologico: la 'certezza' che Imperia fosse da sempre e per sempre una realtà 'bianca' e 'moderata'. 


Bisogna finalmente riconoscere che tale operazione si è avvantaggiata non poco di una subalternità, culturale e politica, della Sinistra storica e delle forze rappresentative del mondo del lavoro dipendente, che non sono state capaci di proporre, agire e perseguire, autonomamente, un modello di sviluppo realmente diverso e, quindi, una reale prospettiva di cambiamento. La debolezza nel contrastare la spinta alla terziarizzazione ampiamente speculativa che ha costituito l'esito della deindustrializzazione del nostro territorio e nell'animare e favorire la conflittualità e la reattività che avrebbero potuto e dovuto alimentare altra dialettica sociale e altro fecondo dinamismo - parzialmente riscattata dall'impegno nella vigilanza democratica e nell'azione di  denuncia civile profuso in questi ultimi sette anni nell'Aula del Consiglio Comunale e nella città - ha favorito l'imposizione di una 'pace' soporifera che, come una dolce droga, ha finito per andare bene un pò a tutti, in modo ampiamente trasversale, fino all'affermazione di una "vocazione turistica" tanto retoricamente sbandierata dai diversi angoli quanto distrattamente assunta nei suoi reali contenuti. 
E non ci si accorgeva, nel frattempo, che Imperia - sempre più cementificata e depredata delle sue migliori risorse, diventava una 'bella addormentata nel bosco' destinata a  risvegliarsi fatalmente nella visione riflessa e scioccante della propria, orrida consunzione. Esattamente quello che sta succedendo ora.

La cosa più pesante, in questa storia ponentina, è stata una logica nella selezione della classe dirigente dominante che, dai consigli di circoscrizione fino agli scranni parlamentari, ha preteso nella formazione delle 'carriere', la piena omologazione ad un solo 'segno del comando', finendo quindi per esaltare fatalmente - tra obbedienze e convenienze - le qualità della mediocrità, del servilismo e dell'avventurismo. Questo è il vero 'cuore' del 'sistema', ed esso - dobbiamo essere chiari - consegna una continuità che non fa salvo nessuno che abbia partecipato con ruoli e funzioni di rilievo, negli ultimi quindici anni, della politica della Destra e del perseguimento del consenso necessario per il potere. Perché tutti hanno contribuito a sostenere ideologicamente un certo ordine costituito, un quadro cristallizzato della situazione locale che ha toccato l'idolatria e ha cominciato a mostrare crepe non più occultabili solo due anni fa, quando la 'narrazione' del porto "più bello del Mediterraneo" ha preso a rivelarsi per quello che era: un cinico racconto, sulla bocca di alcuni; una favola per sciocchi, nella testa di altri.
Ecco perché - lo ribadiamo - riteniamo che la Destra locale tuttora al governo non abbia più titolo alcuno per mantenere i ruoli che ha ricevuto: la sua responsabilità è sia morale che politica. E' legittimo ed apprezzabile che, da parte di alcuni, si ritenga di distinguere, in forza delle proprie ragioni e dei propri convincimenti, una Destra 'buona' da una Destra 'cattiva', ma la storia di quasi un ventennio è incancellabile. Come i suoi esiti.
Certo, è evidente che in tutti questi anni abbiamo assistito ad una trasformazione accentuatamente degenerativa del 'sistema', sempre più connotato da un mix micidiale di familismo, nepotismo, servilismo e autoritarismo. Aspetti di cui oggi qualcuno prende coscienza e distanze, ma rispetto ai quali fino a pochissimo tempo fa tutti stavano ben zitti, in pubblico. Non si erano accorti nemmeno di questo, forse? Meglio tardi che mai, diciamo. Ma questi elementi involutivi ed esiziali non si sarebbero affermati senza un viatico che ancora una volta é stato ideologico ed ha contraddistinto le culture e le pratiche di tutte le compagini, le fazioni e le appartenenze della Destra in ascesa: l'ultradecisionismo, il presidenzialismo e il plebiscitarismo, uniti al credo liberista, cui il grande potere berlusconiano ha dato la spinta determinante per riuscire ad imporsi a tutti i livelli, 'sdoganando' e proiettando in alto. 
Si è giunti così anche alla disastrosa e vergognosa situazione locale, nella quale il prevalere delle logiche privatistiche sull'interesse pubblico non si vede solamente nella vicenda del porto turistico, ma nel complessivo indirizzo rivendicato e perseguito dalle Destre in tredici anni di ininterrotto governo locale: nell'incessante consumo di suolo e nell'edificazione incontrollata, che ha riempito Imperia delle 'seconde case' che oggi tornano a pesare nel discorso dell'aliquota Imu e ha provocato ingenti danni ambientali, nella piena accondiscenza ai 'desiderata' delle lobbies locali, nel minimalismo dei servizi pubblici e collettivi, dal trasporto alla sicurezza sociale, che fanno da retroterra alle politiche di esternalizzazione che - ben prima che dalla crisi intervenuta - sono state invocate dai mantra, diecimila volte sentiti nell'Aula del Consiglio, delle ricette liberiste e mercatiste in auge in questo ultimo, disgraziato periodo della storia Italiana. 
La vicenda della refezione scolastica, in questo senso, è emblematica: in ballo c'è una esternalizzazione orientata e preparata da tempo, coltivata fino all'ultimo da questa Amministrazione, sulla base di precisi indirizzi politici e programmi elettorali. 
Una generale superficialità, figlia anche dell'appiantimento su un solo verbo filosofico-politico, ha favorito, se non soggettivamente, oggettivamente, la situazione presente. E' significativo che ancora oggi, in questi giorni di tremenda 'bufera' che violentemente scoperchia il tetto dell'edificio che i suoi artefici e sponsors volevano già costruito e pronto all'uso, il protagonista maggiormente esposto nella vicenda sia stato definito, da più di una parte, "un grande imprenditore", lasciandoci onestamente il dubbio che tuttora,quando si parla di importanti attività e iniziative economiche, si tenda a non cogliere la differenza che già nella Lingua Italiana passa tra un "grande" messo prima del sostantivo e un "grande" messo dopo, soluzione che sicuramente meglio si presterebbe a qualificare i requisiti reali del personaggio (la cui lunga storia non poteva peraltro non essere conosciuta e apprezzata in modo più attento): cioè di una potenza essenzialmente riconosciuta nel mondo degli affari e in certi ambienti politici e di potere.

Il punto, quindi, è fare oggi i conti per davvero, in profondità, con questa realtà stratificata, nella quale sono impastati elementi strutturali di ordine socio-economico con elementi squisitamente ideologici. 
Occorre allora capire che se si vuole abolire il "sistema di potere" di cui finalmente si parla in modo aperto, fuori dall' evasività anche un pò omertosa finora prevalente, occorre prepararsi a smantellarlo pezzo per pezzo contrapponendogli un edificio del tutto diverso, le cui fondamenta abbiano l'impronta di una nuova progettualità: nuove alleanze sociali che privilegino le generazioni più giovani e i loro bisogni di crescita e affermazione, il fermo primato del pubblico nei servizi e nelle opere di interesse collettivo, il rispetto dell'ambiente e del territorio come beni comuni, il riconoscimento della priorità dei valori d'uso (dell'utilità sociale) rispetto ai valori di scambio e alle speculazioni mercantili. 
Occorre fare di questi elementi non soltanto dei valori ideali, delle mere propensioni indicative, ma precisi interessi materiali, percorsi di vita e di lavoro che devono incarnarsi in soggetti concreti. Nei soggetti del cambiamento avvenire.

E' chiaro che questa sfida si annuncia come una vera 'traversata nel deserto' e pretende tempi lunghi, affinché, con una rinascita del protagonismo sociale e civile, nuove soggettività prendano ad agirla pubblicamente. Perciò, occorre partire subito. Nella situazione data, pensare di poter fare compromessi politici per ottenere 'alternanze' virtuose, potrebbe illudere nel brevissimo periodo che qualcosa si migliori, tale e tanto è lo scempio che si è consumato finora, ma presto riporterebbe le cose al loro posto e restituirebbe i ceti più elevati alla loro ambizione di innervare e caratterizzare la rappresentanza politica e sociale.   
Senza un polo di Sinistra che metta mano alla costruzione di una alternativa politica reale e cambi la rappresentanza, la questione morale sarà sempre sganciata da quella sociale, come nobile petizione di principio senza un ancoraggio che non sia quello nella mera fiducia da prestare individualisticamente all'ennesimo homo novus. Ma noi abbiamo necessità di una trasformazione che parta dal basso e dal basso rivendichi di poter esprimere nelle scelte della e per la comunità una democrazia ben altrimenti partecipata dai cittadini. L'etica pubblica da riaffermare non può viaggiare separata da scelte radicali ed esigibili a favore del benessere collettivo e dei bisogni popolari, contro l'avidità della rendita e il prevalere degli interessi dei ceti proprietari. Il disegno del nuovo modello di sviluppo del territorio deve essere coerente con queste priorità e con nuove relazioni sociali. Tertium non datur. 
Che ci pensi bene, in questo momento drammatico e storico per Imperia, ma difficilissimo per tutta l'Italia, chi confida nelle possibilità del centrosinistra locale”>>.

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