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Attualità | 09 dicembre 2019, 12:49

Centro Risorse Biologiche: le Biobanche della Liguria eccellenza nazionale

Ne fanno parte le Biobanche dell'Ospedale San Martino e dell'Istituto Gaslini. Della task force dell'Ocse che ne studia gli standard fa parte la Dottoressa Barbara Parodi del San Martino, che abbiamo intervistato

Barbara Parodi

Barbara Parodi

Fortunatamente di ricerca scientifica si parla sempre di più, cercando di coinvolgere la popolazione sia informandola sia rendendola parte attiva, per esempio con la donazione di sangue, di midollo, degli organi o semplicemente di denaro. È una questione culturale e di civiltà, perché si tratta di gesti utili al prossimo, ma anche a noi. Eppure in pochi, anzi pochissimi, sanno che c’è un modo per sostenerla donando non soldi, ma la nostra stessa malattia. Come? Se siamo affetti da particolari patologie – da quelle oncologiche a quelle genetiche – possiamo lasciarne alle Biobanche un campione (di sangue, tessuti, cellule e altro), che sarà conservato e usato, appunto, dai ricercatori. Ed è proprio grazie alle Biobanche della Liguria, coordinate dal Centro Risorse Biologiche dell’Ospedale San Martino di Genova, che scienziati di tutto il mondo fanno studi e scoperte per curarci.

Queste strutture, che si trovano tutte nel capoluogo, sono davvero poco conosciute, eppure si tratta di un’eccellenza a livello nazionale. Infatti la Regione Liguria è stata la prima in Italia a riconoscere ufficialmente le Biobanche, con una delibera del 2010, ed è capofila in quest’ambito, grazie al supporto di Alisa, rispetto alle regioni che stanno riconoscendo le proprie. Il Centro Risorse Biologiche della Liguria, nato nel 2008, è presieduto dal Prof. Antonio Uccelli, mentre ne è responsabile esecutivo la Dottoressa Barbara Parodi, che è stata anche scelta dall’Ocse per la task force da cui sono nate le linee guida dei Centri di Risorse Biologiche, che dipendono dal Ministero della Salute. Barbara Parodi è anche Project Manager della BBMRI (Biobanking and BioMolecular resources Research Infrastructure Italy).

Quante Biobanche ci sono al San Martino?

Attualmente il Centro Risorse Biologiche del San Martino comprende la Biobanca oncologica, neurologica, di tessuti d’archivio e cellulare.

E quante Biobanche ci sono in Liguria?

Oltre a quelle del San Martino ce ne sono tre all’Istituto Gaslini, di cui due genetiche, che fanno parte del Telethon Network, cioè della rete delle Biobanche genetiche per le malattie rare, e una di tipo molecolare.

Come funziona una Biobanca?

La Biobanca si occupa della raccolta, della processazione, della conservazione e della distribuzione di campioni biologici umani e di dati ad essi associati, per fare ricerca e diagnosi. Per poter essere riconosciuta dalle autorità competenti, nazionali e regionali, applica un sistema di qualità, operando secondo procedure precise e garantendo tutti i diritti ai soggetti coinvolti, cioè ai pazienti e alle aziende, che a loro volta sono interessate ai campioni biologici in quanto utili a validare i nuovi farmaci e i marcatori biologici. Prima dell’accesso dei campioni alla Biobanca, sono fondamentali gli esami, la diagnosi e il consenso da parte del paziente, che riceve un’informativa molto precisa e dettagliata. Successivamente, nel caso in cui sia effettuato un intervento chirurgico, vengono raccolti il sangue e il pezzo operatorio, che, oltre ad essere analizzato dall’anatomopatologo per la diagnosi, viene messo da parte, catalogato, etichettato e conservato nelle sale criogeniche.

Come sono conservati i campioni e i dati del paziente?

I campioni si trovano nelle sale criogeniche del Centro di Biotecnologie avanzate e all’Ist (Istituto Scientifico Tumori) del San Martino. E poi c’è la banca dati: è importante che i campioni non siano anonimi, perché non sono utili, in quanto non saranno più d’aiuto né alla persona che ha donato, né alla comunità scientifica, perché non portano dati clinici. I dati, quindi, devono essere protetti, ma non anonimi.

Per quanto tempo vengono conservati?

Il tempo di conservazione in genere è molto lungo, anche fino a trent’anni, salvo che i campioni perdano di utilità per la ricerca. Naturalmente dovrebbero essere molto usati: conservarli e basta non serve, per cui uno dei compiti del Centro di Risorse Biologiche è quello di fare sapere che li abbiamo: facciamo parte di una directory europea di Biobanche, per cui i ricercatori di altri Paesi possano usare i nostri campioni, in quanto per tutti gli IRCCS lo scopo è fare ricerca interna e collaborare con altri IRCCS.

Attualmente di quanti campioni disponete?

La Biobanca neurologica, che è la più recente, ha poche centinaia di campioni, per esempio di sclerosi multipla e liquor; quella oncologica, invece, ne ha più di 10 mila, conservati dal 2008 a oggi, e sono di tessuto tumorale, siero, plasma e blocchetti FFPE; abbiamo anche un centinaio di pezzi d’aorta, mentre la Biobanca Biobanca storica, quella cellulare, che abbiamo dal 1994, e che riguarda le linee cellulari stabilizzate, che, a differenza dei campioni, hanno la caratteristica di espandersi e continuare a crescere, per cui noi, che ne abbiamo migliaia, le distribuiamo in tutto il mondo.

I donatori sono prevalentemente uomini o donne?

Secondo i dati nazionali c’è una lieve prevalenza femminile.

Come funziona la rete di Biobanche in Italia?

In Italia sono più di 90, e in alcune istituzioni ce n’è più di una, cosa che cerchiamo di scoraggiare, per evitare la frammentazione e, invece, coagulare le forze, istituendo i Centri di Risorse Biologiche. Sono questi ad aver creato la rete di Biobanche italiane e il comitato di valutazione di cui noi siamo il nodo centrale, per far sì che completino il percorso di qualità e possano entrare nella rete europea. Il Centro di Risorse Biologiche serve a fornire servizi alla comunità, supportato sia dal Ministero della Salute che della Ricerca.

Quanto le Biobanche sono utili per fare diagnosi e ricerca?

Sono uno strumento molto importante per la ricerca; basti pensare, in campo oncologico, ai marcatori tumorali, che ci permettono di fare diagnosi o monitorare il tumore: possono essere usati in clinica se sono validati e per validarli occorre usare grandi quantità di campioni biologici ben conservati. Ed è molto importante, per la validazione, la collaborazione con le aziende.

Un esempio concreto?

Il progetto Adopt, in cui oltre 200 Biobanche europee hanno contribuito raccogliendo dati su 10 mila campioni di casi di tumore del colon. Questo è stato fatto perché un problema dei progetti che coinvolgono molti Paesi è la standardizzazione e Adopt serve a capire i livelli raggiunti dalle diverse Biobanche: se usiamo sistemi standard e le norme ISO, è tutto più semplice, sia per il cancro che, ancora di più, per le malattie rare, di cui i campioni sono pochi e sparsi. Questo progetto è stato ideato dall’infrastruttura europea della Biobanche, la BBMRI (Biobanking and BioMolecular resources Research Infrastructure Italy), che è nata nel 2013 come consorzio di Stati; l’Italia ne rappresenta il fulcro, la cui coordinatrice è la Prof. Vitrano, mentre io sono la Project Manager. In occasione dell’European Biotech Week, invece, a settembre abbiamo organizzato con Alisa “Porte Aperte nelle Biobanche”, insieme al Centro Risorse Biologiche dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e alle Biobanche dell’IRCCS Istituto Giannina Gaslini: si tratta di un evento aperto al pubblico e alle scuole di ogni grado, per approfondire insieme cosa sono e come funzionano le Biobanche con video, opuscoli e giochi di carte; anche questo un modello ripreso da altre regioni italiane.

Medea Garrone

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