"La costruzione nella baia di Latte di tre dighe soffolte che hanno l’obiettivo di proteggere altrettante proprietà private dal moto ondoso, risulterà in una barriera di circa 440 metri di lunghezza, da realizzarsi su fondale sabbioso mediante l’impiego di migliaia di metri cubi di materiale proveniente da cava e di numerose tonnellate di massi, depositati a poca distanza da preziose praterie di Posidonia Oceanica che sono il principale oggetto di tutela in quell’area marina. Proprio perché ricade all’interno dell’Area di Tutela Marina di Capo Mortola, che è parte integrante dell’Area Protetta Regionale 'Giardini Botanici Hanbury', la baia di Latte è soggetta alle norme di tutela previste dalla legge quadro 394/1991 sulle aree protette" - dice il consiglio direttivo di Italia Nostra Ponente Ligure.
"Tale legge è in procinto di essere riformata per allineare l’Italia ai nuovi obiettivi europei su biodiversità e ripristino della natura, secondo i quali entro il 2030 il 30% del territorio terrestre e marino dovrà risultare tutelato. Ma le vicende della baia di Latte ci hanno reso chiaro che un altrettanto importante obiettivo della riforma debba essere rafforzare l’efficacia di implementazione delle norme e la responsabilità degli Enti autorizzatori. A tal fine abbiamo condiviso le vicende con la sede nazionale di Italia Nostra, attiva nell’elaborazione di proposte per la riforma della legge" - sottolinea - "Il processo autorizzativo regionale ha approvato nella baia di Latte opere di grande impatto e irreversibili, a fronte di dichiarata incertezza sulle conseguenze a cui espongono i beni tutelati. Già un anno fa la nostra sezione aveva inviato Osservazioni alla Regione Liguria evidenziando la mancanza di indagini e modelli che permettessero di prevedere l’impatto delle strutture sommerse su correnti, sedimenti, e habitat delle piante e organismi marini tutelati. La cosa sorprendente è che l’Ente Gestore dell’area protetta, pur ammettendo che 'qualche approfondimento scientifico in più sarebbe stato gradito', abbia dato parere favorevole all’esecuzione degli interventi e abbia affidato alla 'sensibilità delle committenze' monitoraggi della componente biologica dopo la realizzazione delle opere ed eventuali interventi di miglioria ambientale. Ma semplicemente chiedere monitoraggio post-opera non è gestione del rischio. E non solleva gli enti autorizzatori dalle responsabilità verso la comunità".
"Dove sono i piani per monitorare e gestire eventuali conseguenze sugli ecosistemi tutelati? Chi si assumerà la responsabilità di valutare i dati del monitoraggio e a quali intervalli? Quali obblighi avranno i committenti in caso di conseguenze ambientali da arrestare? E quali potranno essere gli interventi curativi? A fronte dei rischi ambientali posti dalle dighe soffolte, è stata seriamente considerata dai privati e dalla Regione l’alternativa di intervenire con il consolidamento delle opere già esistenti, case e muri di contenimento?" - chiede Italia Nostra Ponente Ligure - "La nostra posizione è che l’ambiente è un bene di pubblico interesse e l’attuale momento storico conferisce alla tutela dell’ambiente una priorità tale da rendere i rischi inaccettabili. In risposta a problemi contingenti, occorre privilegiare soluzioni con minimo impatto ambientale. Auspichiamo che le proposte di riforma della legge 394/1991 diano agli Enti autorizzatori strumenti e responsabilità più chiari, affinché la legge possa realmente 'garantire e promuovere, in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del Paese'”.














