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Attualità | 31 dicembre 2025, 15:22

Campane, silenzi e diritti: la lettera delle Donne Democratiche al Vescovo di Ventimiglia-Sanremo

La lettera allarga poi lo sguardo a Ventimiglia, territorio che conosce bene il significato della parola “ultimi”

Campane, silenzi e diritti: la lettera delle Donne Democratiche al Vescovo di Ventimiglia-Sanremo

Una campana che suona alle otto di sera come richiamo alle coscienze. Un gesto simbolico, potente, capace di attirare attenzione e suscitare dibattito. Ma cosa resta quando l’eco si spegne? È da questa domanda che prende forma la lettera aperta indirizzata al Vescovo di Ventimiglia-Sanremo dalla Conferenza Donne Democratiche della provincia di Imperia, un testo che trasforma un simbolo religioso in una riflessione civile e politica sulla tutela concreta della vita. Le firmatarie riconoscono la forza evocativa dell’iniziativa proposta dalla Diocesi, ma ne mettono in discussione il limite principale: il rischio che il rumore preceda – e sostituisca – l’ascolto. Perché, si chiedono, chi ascolta davvero le voci che restano quotidianamente inascoltate?

Il riferimento è diretto e circostanziato. Al centro c’è la condizione delle future madri del territorio imperiese, raccontata anche attraverso una testimonianza recente e pubblica: una gravidanza vissuta tra visite rimandate, reparti chiusi, chilometri da percorrere per un controllo, risposte vaghe e un crescente senso di abbandono. Una donna che “difendeva la vita” nel modo più concreto possibile, nel proprio corpo e nella propria quotidianità, senza che nessuna campana suonasse per lei. Da qui la provocazione: forse la campana dovrebbe suonare ogni volta che una donna incinta non riesce a trovare un ginecologo. O quando una futura madre deve scegliere se curarsi o sostenere i costi di un viaggio verso un ospedale lontano. O ancora quando la “tutela della vita” resta uno slogan e non si traduce in servizi reali, accessibili, continui.

La lettera allarga poi lo sguardo a Ventimiglia, territorio che conosce bene il significato della parola “ultimi”. Qui, ricordano le Donne Democratiche, gli ultimi non sono un’astrazione: hanno nomi e volti, soffrono il freddo d’inverno e il caldo d’estate. Sono madri sole, famiglie fragili, migranti bloccati al confine, anziani invisibili. Per loro, sostengono, non servono solo simboli, ma prese di posizione chiare, scomode, concrete. Il cuore del messaggio è una richiesta di responsabilità pubblica. La vera provocazione, scrivono, sarebbe chiedere conto di una sanità che non riesce a proteggere chi genera la vita. La vera campana dovrebbe suonare quando i diritti fondamentali diventano opzionali. Perché il silenzio più assordante non è quello delle piazze, ma quello sulle responsabilità.

Con rispetto, ma “senza silenzio”, le firmatarie si rivolgono alla Chiesa riconoscendone la capacità storica di distinguere tra rumore e ascolto. E avanzano una proposta simbolica quanto concreta: tornare a far suonare le campane come un tempo, non solo per richiamare le coscienze, ma per segnalare un pericolo, un’emergenza, un disservizio. Ogni volta che manca un servizio sanitario essenziale, ogni volta che una tutela viene meno. Un appello che non rifiuta il simbolo, ma lo rovescia: dalla denuncia astratta alla chiamata all’azione. Perché, conclude implicitamente la lettera, la difesa della vita non può fermarsi al suono di una campana. Deve continuare, ostinata, nel rumore scomodo delle richieste di giustizia e nel dovere dell’ascolto.

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