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Cronaca | 24 gennaio 2023, 13:21

Ventimiglia, omicidio Fedele: la Corte d'Assise d'Appello esclude l'aggravante mafiosa. Pellegrino condannato a 13 anni e 10 mesi di carcere

Il corpo del 60enne italo-francese venne ritrovato in località Calvo. I giudici di secondo grado ribaltano la decisione del gup distrettuale. Accolte le richieste dell'avvocato Luca Ritzu

Ventimiglia, omicidio Fedele: la Corte d'Assise d'Appello esclude l'aggravante mafiosa. Pellegrino condannato a 13 anni e 10 mesi di carcere

Clamorosa decisione della Corte di Assise di Appello di Genova che, all'esito del processo di secondo grado a carico di Domenico Pellegrino, 25enne di Bordighera, ha escluso nei suoi confronti l'aggravante mafiosa in riferimento all'omicidio di Joseph Fedele, il 60enne francese, ma di origini italiane ucciso con colpi d’arma da fuoco. Il suo corpo venne ritrovato in un fosso, in località Calvo a Ventimiglia, il 21 ottobre del 2020. 

L'imputato, difeso dal legale Luca Ritzu, è stato quindi condannato a 13 anni e 10 mesi di carcere. Notevole riduzione di pena per il giovane bordigotto che all'esito del primo grado era stato condannato a 20 anni di carcere dal gup distrettuale Perroni. Oggi la Corte d'Assise d'Appello ha quindi accolto le richieste della difesa. La Procura generale aveva invece, richiesto la conferma della sentenza precedentemente emessa. 

Per il gup, in merito all'aggravante mafiosa, non c'erano dubbi. “Il luogo di campagna isolato dove è stato condotto il Fedele e dove si è consumato l'omicidio, sottolineava il giudice in sentenza, i punti in cui è stato colpito dai colpi d'arma da fuoco, vertice del capo e dietro la nuca, rendono verosimile che il Fedele sia stato fatto inginocchiare”. Anche le modalità di occultamento del cadavere nascosto “all'interno di un grosso tubo al di sotto del manto stradale” per il gup sono “modalità complessivamente rievocative di una sorta di esecuzione”.

Fedele infatti, secondo la ricostruzione dei Carabinieri e della Procura antimafia del capoluogo ligure, venne ucciso nel luogo in cui fu ritrovato il corpo, con due colpi di pistola di diverso calibro; il colpo alla nuca poi, venne esploso dopo che la vittima venne fatta inginocchiare: una modalità per gli inquirenti tipicamente riconducibile alle consorterie mafiose. L’imputato, reo confesso dell’omicidio, si è consegnato ai Carabinieri nel dicembre del 2020, a circa tre mesi dai fatti e agli inquirenti riferì che il delitto sarebbe avvenuto in seguito ad un lite per un mancato accordo sulla vendita di un’auto.

L'omicidio per la Dda e per il gup era invece da ricondurre al contesto relativo alla droga. “Il movente dell'omicidio fornito dal Pellegrino, chiosava il giudice, non ha trovato alcun conforto probatorio (..) gli elementi riconducono l'omicidio ad un contesto certamente illecito, tanto da non poter essere rivelato, con altissima probabilità legato alla criminalità organizzata ed in particolare all'ambiente delinquenziale dedito al traffico di stupefacenti”. Certezze queste che sono crollate in toto in Appello. 

A gravare sulla decisione del giudice vi era stato anche lo scenario in cui è maturato l’omicidio, l’excursus familiare che avrebbe influito, non poco, sulla posizione di Pellegrino, e il suo comportamento successivo. Il giudice infatti, ripercorreva in sentenza alcuni passaggi in cui si evidenziava che i più stretti familiari dell’imputato “sono stati condannati per appartenenza alla 'ndrangheta, cosa di cui peraltro il Pellegrino avrebbe sin da subito messo a conoscenza il Fedele dicendogli che il padre era stato arrestato nel processo ‘La Svolta’”. Pellegrino poi, si sarebbe presentato alla vittima quale “soggetto ben inserito in un contesto mafioso altamente pericoloso, sia con lo stesso contesto in cui operava la vittima, coinvolta in indagini sul narcotraffico in Francia e in Calabria”. 

Nell’indagine venne coinvolto anche un altro uomo, Girolamo Condoluci, 44 anni anch’egli di Bordighera, finito all'epoca dei fatti ai domiciliari con l’accusa di favoreggiamento in quanto accusato di aver aiutato Pellegrino a riportare a Mentone l’auto della vittima, ritrovata poi dagli inquirenti a metà dicembre. La sua posizione, però è stata stralciata e mandata per competenza a Imperia in quanto non gli è stata contestata l'aggravante mafiosa, su cui invece avrebbe dovuto esercitare l'azione penale la Dda del capoluogo. 

Per gli inquirenti Fedele – appena ucciso-  sarebbe stato caricato su un mezzo: “’sto furgone puzza di cadavere”, ha detto proprio Condoluci non sapendo di essere intercettato. L'accusa durante il processo aveva infatti evidenziato nella ricostruzione come il delitto sia avvenuto all'aperto mentre il difensore Ritzu – ha contestato questa versione. Durante il processo di primo grado il difensore ha deposisato alcune osservazioni redatte dal consulente di parte in merito alla perizia balistica-chimica effettuata durante le indagini dal consulente del pm, il professore Perroni di Pavia, che aveva evidenziato la presenza di tracce di sangue e di polvere da sparo all'interno del furgone in uso a Condoluci. Perizia questa, che contraddiceva quella predisposta in precedenza dall'Antimafia secondo la quale all'interno del mezzo non vi erano tracce e residui. I giudici d'Appello hanno quindi dato ragione alla difesa e tra 90 giorni si comprenderà quindi meglio il contesto e il movente che hanno portato Pellegrino ad uccidere il 60enne italo-francese. 

Diego David

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