Dalle radici del rock italiano alle sfide dell’intelligenza artificiale, passando per la collaborazione tra artiste e il valore sociale della musica. La conferenza stampa della seconda serata del Premio Tenco 2026 ha attraversato temi e generazioni differenti, anticipando l’appuntamento di venerdì 23 ottobre al Teatro Ariston di Sanremo.
Sul palco, dalle 21, Manuel Agnelli e gli Afterhours, Anastasio, Francamente, Sara Gioielli, Santamarea, Satantango, Andrea Scanzi e Paola Turci, con la conduzione di Chiara Buratti.
Tra i protagonisti più attesi, Manuel Agnelli ha ripercorso il percorso musicale degli Afterhours e il rapporto tra rock e canzone italiana. “All’interno di certe strutture non propriamente italiane abbiamo messo l’italiano. Abbiamo sperimentato, ma non so se abbiamo inventato il rock d’autore”, ha spiegato.
Un percorso che affonda le radici anche nell’infanzia: “Ho avuto un papà appassionato di musica, forse è per questo che sono diventato musicista. Lui cantava le canzoni di Tenco, Modugno, Mina. Anche se i figli si devono ribellare ai genitori, io nel DNA queste melodie le ho”.
Quanto all’esibizione, Agnelli ha anticipato una selezione capace di rappresentare le diverse anime della band: “Abbiamo cercato di fare un condensato di canzoni adatte al contesto, mettendoci cose più tranquille e altre più aggressive”.
Di tutt’altro genere la riflessione di Anastasio, che porterà all’Ariston una suite cyborg. Al centro del suo disco Le macchine non possono pregare c’è il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale, capace di generare parole ma non di vivere le esperienze dalle quali quelle parole dovrebbero nascere.
“La macchina somiglia all’uomo o viceversa?”, si è domandato il cantautore, descrivendo un lavoro nel quale emerge persino una forma di empatia verso robot che non soffrono, non vivono e non pregano. Fino al rovesciamento della prospettiva: “Il robot sei tu”.
Spazio anche a Francamente, nome d’arte di Francesca Siani, originaria di Nichelino, nel Torinese, con genitori salernitani. Dopo aver iniziato a suonare a quindici anni, ha completato gli studi magistrali a Berlino, avvicinandosi alla musica elettronica.
La cantautrice ha raccontato il progetto collettivo Canta fino a dieci, nato insieme ad altre artiste, tra cui Irene Buselli, Anna Castiglia, Clara Akré e De Pace. Un’esperienza che vuole contrastare la competitività nel settore musicale.
“Ci siamo ritrovate come amiche e ci siamo rese conto di quanto ancora stupisca vedere tante donne sullo stesso palco”, ha spiegato. Poi, citando Michela Murgia: “Insieme siamo tempesta”, un messaggio contrapposto alla logica dell’“uno su mille ce la fa”.
Anche il nome Francamente nasce da una riflessione maturata durante gli studi di filosofia: un termine dai molteplici significati, scelto da un’artista che rivendica il valore delle contraddizioni e rifiuta l’immobilità.
Particolarmente intenso il racconto di Paola Turci, che ha ricordato l’incontro avvenuto giovedì all’ospedale di Sanremo, insieme alla psicologa Lorena Viale, con il coinvolgimento di Stefano Senardi. “Ieri era una giornata off e ho fatto una cosa bellissima. Sono stata all’ospedale di Sanremo, per la prima volta in quarant’anni di carriera”, ha raccontato.
La cantautrice ha trascorso del tempo con alcuni pazienti dializzati, cantando per loro. Durante Il cielo in una stanza, uno dei presenti si è commosso. “Mi ha colpito il signor Ugo, che piangeva mentre cantavo. Mi sono avvicinata e gli ho chiesto: ‘Ma vuoi cantare con noi?’. Mi ha detto: ‘Non posso cantare, la settimana scorsa è morta mia figlia’”.
Un episodio doloroso, all’interno di un incontro che ha però regalato anche momenti di serenità. “Poi è stata una festa. Ho chiesto l’anno di nascita a due ragazzi giovani: uno mi ha detto 1992, l’altro 1998. Che cosa vogliamo dire di più?”.
“È stata un’esperienza forte, fortissima. Li ho visti sorridere. Quando io canto e una persona che non sta bene sorride, io mi sento bene. La musica è questa, è poter dare anche una leggera carezza a chi sta male. Cantare è un privilegio”.
A chiudere il quadro della conferenza stampa, Andrea Scanzi, che ha raccontato l’emozione per il riconoscimento ricevuto dal Club Tenco, ricordando anche le polemiche che lo hanno accompagnato. “Per me il Tenco è sempre stato un luogo sacro e volevo esserne degno”, ha spiegato, ripercorrendo vent’anni di spettacoli dedicati, tra gli altri, a Ivan Graziani e Giorgio Gaber.
“Quando mi hanno detto che avrei vinto questo premio sono stato felice come non lo sono mai stato lavorativamente. Ho pensato: e ora, da qui in poi, cosa faccio? Dovrò trovare altri stimoli, ma se non li trovo sono felice così, perché ho vinto il Premio Tenco”.
Tra i progetti futuri, Scanzi ha anticipato un libro dedicato a Rino Gaetano e il desiderio di realizzare un lavoro su un amico scomparso alcuni mesi fa. Rock, nuove generazioni, tecnologia, solidarietà e memoria: temi differenti che trovano nella canzone d’autore un punto d’incontro. La seconda serata del Premio Tenco si prepara così a portare all’Ariston non soltanto la musica, ma anche le storie e le riflessioni di chi continua a considerarla uno strumento per raccontare il presente.































