Quando risponde al telefono, Nessy Guerra si scusa subito per la voce bassa. “Ho avuto una terribile influenza”, dice quasi sottovoce. Poi ride appena, come se volesse alleggerire il peso della conversazione prima ancora che inizi davvero.
Dall’altra parte del telefono non c’è soltanto il caso mediatico che negli ultimi giorni ha attraversato televisioni, social e dibattito politico. C’è una ragazza di 26 anni, una donna che continua a dirsi innocente e che oggi vive in Egitto insieme alla figlia Aisha dopo una condanna a sei mesi di carcere e lavori forzati per un presunto adulterio. E c’è soprattutto una madre che, più del carcere, teme una sola cosa: essere separata dalla sua bambina.
E questa cosa la si comprende davvero soltanto dopo una lunga conversazione senza filtri, fatta di pause improvvise, cambi di tono, momenti di lucidità assoluta e altri in cui la paura sembra prendere il sopravvento. Alla domanda se abbia rimpianti, dopo tutto quello che è successo, Nessy risponde con un “no” secco. Immediato. Senza esitazioni.
Ed è lì che si capisce che questa storia, prima ancora che giudiziaria o politica, è diventata per lei una lotta quotidiana per restare lucida mentalmente. Per proteggere la figlia Aisha. Per non crollare.
“Sto male”, ammette subito. “Da quando è arrivata questa condanna esecutiva vivo con l’angoscia costante che possano trovarmi e portarmi via mia figlia. La paura più grande non è nemmeno il carcere. È la separazione da lei”.
Aisha ha tre anni. E oggi vive insieme alla madre in una situazione di continua precarietà e paura. “Viviamo continuamente in allerta”, racconta. “Ogni volta che qualcuno mi scrive dicendomi che lui ha pubblicato qualcosa sui social o ha fatto un nuovo video, io entro nel panico”.
“Lui” è Tamer Hamouda, l’ex marito. L’uomo che l’ha denunciata per adulterio in Egitto. Lo stesso uomo che, durante un’udienza, secondo quanto raccontato da Nessy, si sarebbe presentato sostenendo di essere Gesù Cristo, affermazioni ribadite anche nel corso dell’intervista radiofonica a La Zanzara con Giuseppe Cruciani. Lo stesso uomo che continua a pubblicare video sui social alternando richieste di perdono, accuse contro Nessy e appelli al Governo italiano.
“Io ho vissuto sulla mia pelle la sua escalation”, racconta. “All’inizio c’erano manipolazione e controllo psicologico. Poi le violenze verbali. Poi quelle fisiche. Poi la paranoia. Poi le sostanze. Lui è una persona con problemi psichiatrici importanti, documentati. Ma il problema è che le persone da fuori non comprendono quanto possa diventare pericolosa una situazione del genere”.
Quando il discorso si sposta sulla violenza psicologica, il tono cambia completamente. “La violenza psicologica è la peggiore”, dice. “Perché nasce lentamente, a piccole dosi. Quando poi arriva quella fisica non sei più in grado di capire il vero pericolo”.
Poi aggiunge una riflessione che aiuta a comprendere anche il motivo per cui, spesso, molte vittime non riescano ad allontanarsi immediatamente da determinate situazioni. “Molti mi chiedono perché non sono andata via prima”, racconta. “Io il vero pericolo l’ho capito soltanto quando sono uscita da quella casa. Quando ci sei dentro non riesci a renderti conto davvero di quello che stai vivendo”.
La fuga arriva nel 2023. Da quel momento la vita cambia completamente. “Avevo paura per me e per Aisha”, racconta. E da lì inizia una quotidianità segnata dalla paura, dall’incertezza e dalla costante sensazione di non sentirsi al sicuro.
Nessy il carcere egiziano lo ha già visto. Due giorni. Due notti che oggi racconta come uno dei traumi più forti della sua vita. “La cella era una stanza completamente di cemento”, racconta lentamente. “Non c’era nulla. Solo un gabinetto alla turca aperto in mezzo alla stanza e un rubinetto che allagava tutto il pavimento. Le donne dormivano per terra, nello sporco, nell’umidità”. Poi si interrompe. “C’era una mamma con un neonato di quattro mesi”. Fa una pausa lunga. “Il pensiero di tornarci per sei mesi mi terrorizza”.
Nessy parla anche dei lavori forzati previsti dalla condanna, anche se ancora oggi non sa esattamente in cosa possano consistere. “È tutto molto confuso”, spiega. “Ma sinceramente già il carcere basta a farmi stare male”.
Nel frattempo i suoi avvocati stanno lavorando al ricorso in Cassazione. Una strada lunga, complessa e piena di incognite. “Abbiamo sessanta giorni”, spiega. “Stiamo studiando tutto il fascicolo. Ci sono tante cose che non tornano”.
Poi torna sul processo. “Io continuo a dire che sono stata condannata sulla base di testimonianze false”, afferma. “Uno dei testimoni avrebbe addirittura ritrattato dicendo di essere stato minacciato per testimoniare contro di me”.
Nessy parla anche della sensazione di essere stata lasciata sola troppo a lungo dalle istituzioni italiane. “All’inizio nessuno capiva davvero quanto fosse grave questa situazione”, dice. “Adesso finalmente se ne parla, ma per mesi abbiamo avuto la sensazione di essere completamente abbandonati”.
Eppure, nonostante tutto, non c’è rabbia nelle sue parole. Semmai stanchezza. “Se oggi siamo ancora qui è grazie ai miei genitori”, racconta. “Sono loro che mi hanno salvata. Mio padre e mia madre hanno lasciato tutto per aiutarmi”, dice. “Senza di loro non so cosa sarebbe successo”.
Poi il discorso torna inevitabilmente su Aisha. Ed è lì che Nessy cambia ancora una volta tono. “La mia bambina è la mia forza”, racconta. “È intelligentissima. Facciamo homeschooling, parla inglese benissimo, è molto creativa”. Per la prima volta durante l’intervista sorride davvero. “Quello che sogno è che possa vivere serena”, dice. “Senza la paura che qualcuno possa portarla via o farle del male”.
Nel frattempo la battaglia legale continua su più fronti. Entro il 28 giugno dovrà essere presentato il ricorso in Cassazione contro la condanna per adulterio, mentre il prossimo 3 giugno è prevista anche un’udienza legata all’affidamento della piccola Aisha.
“La cosa che mi spaventa di più è che tutto questo possa ricadere su mia figlia”, racconta Nessy. “Noi continuiamo a chiedere soltanto di poter vivere in sicurezza”. Nel frattempo il caso è diventato nazionale. Talk show, manifestazioni, prese di posizione politiche, appelli al Governo. Ma lei continua a guardare tutto da molto lontano. “Quando mi vedono in televisione o sui social mi vedono composta, lucida”, racconta. “Però non vedono quello che succede dietro. Le giornate passate con l’ansia. Le giornate a piangere. Il peso psicologico che ci portiamo addosso”.
E proprio qui emerge uno degli aspetti più forti dell’intera conversazione: la distanza tra l’immagine pubblica della “battaglia mediatica” e la realtà privata vissuta ogni giorno. Quando il discorso si sposta sull’ex marito, colpisce soprattutto l’assenza di rancore nelle parole di Nessy. “Io penso sinceramente che lui sia una persona che dovrebbe essere curata”, dice. “Per il suo bene e per quello delle persone che incontra”. Poi aggiunge: “L’unico vero rimpianto che ho è non essere andata via prima”.
E allora la domanda finale diventa inevitabile: hai ancora speranza? Dall’altra parte del telefono cade un lungo silenzio. Poi Nessy risponde con decisione. “Per forza. Per mia figlia devo averne”.





