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In Breve

| 12 giugno 2016, 06:00

La vera storia di Oscar Rafone: La moto nuova distrutta a colpi di mazza da baseball (cap.16)

Pubblichiamo ogni domenica il libro di Enzo Iorio, suddiviso per capitoli, per offrire a tutti un momento culturale nella 'giornata on line'

La vera storia di Oscar Rafone: La moto nuova distrutta a colpi di mazza da baseball (cap.16)

Mi svegliai dopo qualche ora. Mi scappava e dovevo assolutamente farla. Ero solo. Non sapevo se la zingara fosse tornata. Forse era in un'altra stanza della casa, magari al piano di sopra. Se rammentavo bene, l'edificio aveva diversi locali disposti su due piani. Cercai di ricordarmi se c'era un gabinetto. Sì era al piano di sopra. Ma ce n'era anche uno fuori dalla casa. Pensai che non ce l'avrei fatta a salire le scale. È vero che mi sentivo un po' meglio, mi era sparito il mal di testa e tastandomi lo zigomo sentii solo un po' di indolenzimento ma soprattutto sembrava essersi sgonfiato, però non avevo la forza di salire la rampa di scale che portava al primo piano. La ferita sulla coscia mi batteva e non mi avrebbe consentito di muovermi troppo. Provai a chiamare:

— Zingara.

Prima sotto voce, poi un po' più forte.

Mi sentii un po' scemo a chiamarla così ma, non conoscendo il suo nome, come avrei dovuto chiamarla, ragazza? Comunque non mi rispose nessuno.

Ero proprio solo. Mi sollevai a fatica. Un paio di volte mi ritrovai a serrare i denti per il dolore. Con grande sforzo, appoggiandomi alle pareti, raggiunsi l'uscita. Fuori c'era il sole e faceva caldo. Doveva essere passato mezzogiorno già da un pezzo. L'erba e gli alberi del giardino erano asciutti, come se non fosse mai scesa tutta l'acqua che mi aveva infradiciato appena poche ore prima.

Il vecchio gabinetto che da bambini usavamo come rifugio estremo per i nostri giochi a nascondino era sbarrato da una rete metallica. Mi scappava proprio tanto, probabilmente era l'effetto delle medicine che avevo preso e la feci lì sul muro. Un interminabile tremito mi percorse la schiena da cima a fondo e per qualche secondo mi misi a sussultare come un motore sgangherato. Non ero ancora in forma. Rientrai nella casa con uno sforzo maggiore di prima e mi stesi nel mio angolino.

Frugai nel sacchetto di plastica che la zingara aveva lasciato lì per terra e bevvi ancora un po' d'acqua. Trovai anche una focaccia avvolta in una carta. Ne staccai un pezzo e aprii la bocca per addentarlo. Ma nel farlo sentii una forte fitta allo zigomo. Rinunciai. Tanto non mi sembrava di avere fame, avrei voluto ingoiare qualcosa più che altro per acquistare un po' di forza, però potevo benissimo resistere ancora senza mangiare. Presi un altro antidolorifico e mi allungai sul telo blu.

C'era una pace, un silenzio. Ogni tanto si sentivano gli uccelli e le cicale, ma non mi davano fastidio. Mi resi conto di essere fortunato ad aver trovato riparo in quella casa. Anche se sapevo di non essere ancora in buone condizioni di salute, pensai a quanto mi avrebbe fatto bene vivere da solo in un posto come quello. Per poter pensare ai fatti miei, alla mia vita, al mio carattere. Pensai ai miei compagni di scuola. Erano solo poche decine di ore che non li vedevo eppure mi sembravano già così lontani. E piccoli.

Mi tornò in mente che il giorno prima mi ero presentato a scuola con la mazza da baseball che mi aveva regalato mio zio. Mi venne da ridere. Non avrei mai spaccato la testa a Martini, né a lui né agli altri, volevo solo fargli un po' paura. Per farmi rispettare. In fondo eravamo amici, avevamo combinato parecchie cavolate insieme e lui mi aveva fatto fare un lungo giro sulla sua moto.

La moto... Già. I suoi gliel'avevano regalata sia per il compleanno che per la promozione. Gli avevano detto ok, un solo regalo: decidi tu o adesso o alla fine della scuola, dopo gli esami. E lui aveva deciso per il compleanno. Giusto. Io avrei fatto lo stesso. Primo, perché non puoi mai sapere come andranno gli esami... Metti che ti bocciano: i tuoi si rimangiano la parola oppure ti fanno penare chissà quanto per accontentarti. Secondo, perché puoi sfruttarla già subito, prima che comincino le vacanze; e andare a scuola con la moto nuova non ha prezzo: tutti ti chiedono di fare un giro e tu ti senti come un dio. E che bella moto aveva scelto! Proprio quella che desideravo anch'io. Bellissima. Fiammante. Aveva solo una settimana. E io gliel'avevo distrutta.

 

Enzo Iorio

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