L’estate sta finendo e, con lei, anche la stagione delle conversazioni nei bar, delle candidature fatte circolare per misurarne l’effetto e delle alleanze costruite per una sera e smentite la mattina successiva. Dopo una fine di primavera e un avvio d’estate sorprendentemente vivaci, segnati dalla nascita di movimenti, associazioni e nuovi spazi di discussione, la politica di Taggia ha rallentato. Non significa che si sia fermata. Al contrario, è proprio adesso che comincia la fase più importante e meno visibile della corsa verso le elezioni comunali del 2027.
Non ci sono ancora i grandi annunci, ma si stanno definendo i perimetri. Non esistono candidature ufficiali, ma quasi tutti i possibili protagonisti hanno già iniziato a valutare il proprio spazio. Nessuno vuole esporsi troppo presto e, soprattutto, nessuno vuole essere il primo a scoprire le carte. La metafora della partita a poker, utilizzata più volte negli ultimi mesi, continua quindi a funzionare: il tavolo è affollato, le fiches sono già state distribuite, ma i giocatori più pesanti attendono ancora. La sensazione è che i veri colpi arriveranno tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. L’autunno, tuttavia, potrebbe offrire qualche anticipazione. Non necessariamente una candidatura, ma un’uscita pubblica, un avvicinamento inatteso o una presa di distanza capace di rendere più leggibile una partita che oggi continua a muoversi soprattutto attraverso colloqui privati.
Nel frattempo, la politica guarda al presente. Anche perché a Taggia, durante l’estate, gli argomenti non sono mancati: dalla gestione delle spiagge alle criticità del litorale, passando per i problemi ambientali che hanno occupato il dibattito pubblico. Temi apparentemente separati dalla campagna elettorale, ma destinati a costruire il giudizio con il quale l’amministrazione e le opposizioni arriveranno al voto. A Taggia, insomma, la campagna non è ancora cominciata formalmente. Politicamente, però, è già in corso.
Liste civiche, identità politiche. Per comprendere uno scenario diventato sempre più articolato, conviene partire da una semplificazione. Le elezioni di Taggia saranno ancora una volta dominate dalle liste civiche, ma dietro i nomi e i simboli locali continueranno a esistere due grandi aree politiche. La contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra non scomparirà soltanto perché non comparirà in maniera esplicita sulle schede. Lo dimostrano le appartenenze dei principali protagonisti: il sindaco Mario Conio e Chiara Cerri sono tesserati in Forza Italia; Gabriele Cascino appartiene al Partito Democratico; all’interno della nuova Alleanza Progressista è significativa la presenza di esponenti vicini ad Alleanza Verdi Sinistra. Le appartenenze non saranno sufficienti a determinare il voto, ma contribuiranno a delimitare i campi. A Taggia si voterà soprattutto sulle persone, sulle relazioni costruite nel territorio e sulla capacità di comporre una squadra riconoscibile. Tuttavia, nel momento in cui le varie esperienze dovranno scegliere con chi allearsi, l’identità politica tornerà a pesare. La vera domanda, allora, non è se esisteranno una destra e una sinistra. È se ciascuna delle due aree riuscirà a trasformare la propria frammentazione in una coalizione.
Il centrodestra e il nodo che blocca la partita. Il campo dell’amministrazione uscente resta favorito, ma è anche quello maggiormente condizionato da una decisione ancora sospesa: chi guiderà il progetto nel 2027? Il tormentone Cerri-Conio resiste e, con ogni probabilità, accompagnerà Taggia ancora per diversi mesi. La ricandidatura dell’attuale sindaco garantirebbe continuità, riconoscibilità e una capacità elettorale già dimostrata. L’ipotesi Chiara Cerri rappresenterebbe invece un passaggio generazionale e politico interno allo stesso perimetro, ma richiederebbe un lavoro più delicato di ricomposizione della squadra e dei suoi equilibri. Non è soltanto una scelta tra due nomi. Dalla decisione dipenderà la struttura della lista, il rapporto con gli amministratori uscenti e la possibilità di attrarre quei mondi civici che oggi non vogliono essere considerati automaticamente parte della maggioranza. Anche per questo il cantiere appare ancora aperto. L’attuale amministrazione ha attraversato un’estate complicata, nella quale emergenze e dossier di stretta attualità hanno rimandato ferie e ragionamenti elettorali. Le questioni irrisolte torneranno inevitabilmente sul tavolo a settembre e contribuiranno a determinare il clima con il quale la maggioranza entrerà nell’ultimo tratto del mandato.
All’interno della futura lista potrebbe inoltre verificarsi un ricambio più profondo di quanto oggi appaia. Il vicesindaco Espedito Longobardi, uno dei volti più rappresentativi della Giunta, ha già manifestato la volontà di proseguire. Barbara Dumarte, invece, ha annunciato che non si ricandiderà. Potrebbe non essere l’unica uscita. La prossima lista collegata a Conio, oppure a Cerri, difficilmente potrà essere la semplice riproduzione di quella precedente. Una parte degli amministratori potrebbe concludere la propria esperienza, altri potrebbero cambiare collocazione e nuovi ingressi saranno necessari per dare al progetto l’immagine di una continuità capace anche di rinnovarsi.
Quanto vale davvero il nome di Conio. L’ipotesi di una mancata ricandidatura del sindaco viene talvolta tradotta, nei ragionamenti politici informali, nella possibile perdita di una quota consistente di consenso, indicata anche attorno al 30%. È una stima suggestiva, ma non può essere trattata come una proiezione elettorale: non esistono al momento sondaggi pubblici o dati capaci di misurare con precisione quanti voti siano legati direttamente alla figura di Conio. Il punto politico, tuttavia, esiste ed è rilevante. Un sindaco uscente non porta soltanto i voti ottenuti in precedenza. Porta notorietà, relazioni personali, conoscenza della macchina comunale e una rete di fiducia costruita nel tempo. Tiene insieme elettori che possono avere orientamenti diversi, ma che convergono su una persona considerata affidabile o familiare. In una competizione civica, questo capitale personale pesa più del simbolo di partito. Senza Conio candidato sindaco, una parte di quel consenso non scomparirebbe automaticamente. Potrebbe essere trasferita alla persona indicata come erede, soprattutto se il passaggio avvenisse in maniera unitaria e senza fratture. Un’altra parte, però, tornerebbe disponibile: elettori moderati, civici o semplicemente legati al sindaco più che alla sua squadra potrebbero guardarsi intorno. È qui che il centro della partita assume importanza. Il rischio per l’amministrazione non sarebbe necessariamente un crollo aritmetico, ma la perdita della funzione aggregante esercitata da Conio. Se la successione apparisse naturale, condivisa e accompagnata dallo stesso sindaco, il danno potrebbe essere contenuto. Se invece producesse divisioni, esclusioni o candidature alternative, la dispersione aumenterebbe e i nuovi movimenti avrebbero lo spazio per intercettarla. Il vero patrimonio elettorale di Conio non consiste quindi in una percentuale isolabile, ma nella capacità di tenere insieme mondi diversi. Chi eventualmente gli succederà dovrà dimostrare di poter ereditare non soltanto una lista, ma quella funzione politica.
A sinistra tre strutture e più di un’ambizione. Nel campo progressista il quadro parte da tre presenze ormai definite: le due rappresentate in Consiglio comunale, Progettiamo il Futuro e Progetto Comune, alle quali si è aggiunta Alleanza Progressista. Progetto Comune e Alleanza Progressista hanno già rivolto apertamente lo sguardo alle elezioni del 2027. Progettiamo il Futuro, invece, non ha ancora scoperto le proprie carte. Il suo silenzio ricorda quello dell'avversario Mario Conio: prima vengono la presenza istituzionale e il confronto sui temi amministrativi, poi arriverà la definizione della proposta elettorale. L’ipotesi più naturale resta quella di un nuovo tentativo di Gabriele Cascino. Un “Cascino bis” avrebbe il vantaggio della riconoscibilità e dell’esperienza accumulata in Consiglio, ma dovrebbe inserirsi in uno scenario più affollato rispetto al passato e confrontarsi con altre disponibilità. Tra le figure attorno alle quali circolano ragionamenti figurano Barbara Brugnolo e Roberto Orengo. Secondo indiscrezioni non confermate, quest'ultimo guardaerebbe con interesse alla possibilità di proporsi come candidato sindaco. Al momento si tratta di ipotesi, ma sufficienti a mostrare come il problema dell’area progressista non sia la mancanza di nomi. È, semmai, trovare un metodo per sceglierne uno senza trasformare la selezione in una nuova divisione. Le spaccature in quest’area non costituiscono una novità. Proprio per questo sarebbero in corso contatti tra le varie componenti con l’obiettivo di verificare se esistano le condizioni per arrivare a una proposta unica. L’unità, però, non può essere soltanto elettorale. Riunire liste e candidati contro l’amministrazione uscente potrebbe evitare la dispersione dei voti, ma non sarebbe sufficiente se mancassero una piattaforma comune e una leadership accettata da tutti. La sfida sarà costruire una coalizione prima di scegliere il nome, oppure scegliere una figura capace, con la propria candidatura, di produrre la coalizione. Sono due strade differenti. E non conducono necessariamente allo stesso risultato.
La possibile semplificazione: due grandi fronti. A prima vista, Taggia si prepara a un’elezione segnata dalla moltiplicazione delle offerte. Potrebbero esserci più movimenti, più associazioni e più aspiranti candidati rispetto al passato. Eppure, avvicinandosi al voto, il quadro potrebbe compiere il percorso opposto e semplificarsi. Non sarebbe sorprendente arrivare a due grandi aggregazioni civiche: una costruita attorno all’esperienza dell’amministrazione uscente e una formata dalle diverse componenti progressiste e di opposizione. Ciascun fronte potrebbe comprendere più sensibilità e liste, ma convergere su un solo candidato e su un progetto condiviso. Questa è, oggi, la novità politica più significativa, anche se non è stata ancora annunciata da nessuno. La proliferazione dei movimenti non conduce necessariamente a una scheda affollata. Potrebbe essere la fase iniziale di una ricomposizione più ampia.
Il centro non è neutrale. Tra i due campi si stanno muovendo esperienze che, almeno per il momento, possono essere collocate in una zona centrale. Non necessariamente perché prive di un’identità, ma perché non hanno ancora scelto dentro quale coalizione tradurre la propria presenza. Questi nuovi soggetti potrebbero diventare la chiave dell’elezione. Non tanto per la possibilità di conquistare autonomamente il Comune, quanto per la capacità di spostare persone, competenze e consenso verso uno dei due fronti. In questo quadro resta anche l’incognita Lorenzo Barla. Non perché possa essere collocato politicamente al centro, ma perché rappresenta una delle figure capaci di spostare consensi tra i due campi. Nell’attuale Giunta siedono persone considerate a lui vicine, mentre in passato Cascino aveva parlato apertamente di un dialogo tra Barla e il Partito Democratico. Secondo le indiscrezioni più recenti, tuttavia, l’ex sindaco starebbe valutando di non candidarsi nel 2027. Un eventuale passo indietro libererebbe una parte di consenso trasversale alla quale potrebbero guardare tanto la futura coalizione dell’amministrazione quanto il campo progressista.
Una partita locale, quasi impermeabile ai partiti. C’è infine un elemento sul quale convergono molti osservatori della politica cittadina: le elezioni di Taggia difficilmente saranno determinate dagli equilibri nazionali, regionali o provinciali. I partiti potranno offrire appoggi, relazioni e strutture organizzative. Potranno intervenire nella composizione delle alleanze o favorire una mediazione. Ma il voto dovrebbe mantenere un carattere fortemente locale. A Taggia conteranno i nomi dei candidati, le famiglie politiche e personali che riusciranno a mobilitare, il giudizio sull’amministrazione uscente e la credibilità delle alternative. Conteranno i problemi affrontati durante il mandato, da quelli visibili ogni giorno a quelli esplosi nell’ultima estate. Conterà la capacità di presentare una squadra che non sembri assemblata soltanto per vincere.
Il tempo delle scelte arriverà dopo il silenzio. A meno di un anno dal voto, il campo che fa riferimento all’amministrazione conserva inevitabilmente la posizione di partenza migliore. Governa, dispone di una squadra riconoscibile e può presentarsi agli elettori con il lavoro svolto. Ma il vantaggio dipende dalla capacità di sciogliere senza traumi il nodo della candidatura e di rinnovare una lista che non potrà essere identica a quella del passato. L’area progressista possiede invece più strutture, più possibili protagonisti e un potenziale spazio politico, ma dovrà dimostrare di saper trasformare la pluralità in una proposta comune. Il problema non è trovare qualcuno disposto a candidarsi. È convincere gli altri a riconoscerlo come il candidato di tutti. Nel mezzo si collocano i nuovi movimenti, destinati a decidere se restare autonomi, diventare una terza offerta oppure partecipare alla costruzione di uno dei due grandi fronti.
I colpi a effetto arriveranno. Ma prima degli annunci dovranno essere risolte le questioni che contano davvero: Conio o Cerri, continuità o successione, Cascino o una nuova sintesi, liste autonome o coalizioni. Le chiacchiere nei bar si stanno spegnendo insieme all’estate. La partita politica, invece, sta soltanto entrando nella sua fase più seria.














