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INSIDER | venerdì 08 gennaio 2016, 17:00

Non Vado a carbone

La difficile transizione dalle vecchie alle nuove industrie.

C’è sempre un regalino di fine anno per gli inquinatori. Con il decreto Milleproroghe, infatti, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 30 dicembre, il Governo ha salvato per altri dodici mesi - fino al 31 dicembre 2016 - i “grandi impianti di combustione”, cioè le centrali che producono energia elettrica, alimentate da fonti fossili e con una potenza installata di almeno 50 megawatt. Significa che tali impianti potranno continuare a emettere più sostanze inquinanti di quelle fissate dal mai applicato codice dell’ambiente del 2006. Quel decreto legislativo aveva accolto una direttiva europea per limitare l’inquinamento dei colossi energetici; peccato che, di proroga in proroga, dopo dieci anni nulla è cambiato.

Ai proprietari delle centrali è bastato chiedere l’ennesima deroga entro il 31 dicembre 2015 e il torbido gioco era fatto. Ora tutti quei bestioni elettrici costruiti prima del 2006 possiedono una licenza di sforare i valori massimi di emissioni. Stabilimenti petrolchimici, inceneritori, impianti a carbone, di cui otto della sola Enel: l’elenco corre lungo l’intero Stivale. Lo stesso Governo che si preoccupava per lo smog e predisponeva delle azioni per ripulire l’aria nelle città (abbassamento dei riscaldamenti, sconti sui mezzi pubblici e velocità ridotta a 30 km/h) si stava adoperando per mantenere in vita delle centrali obsolete e pericolose per la salute pubblica. Con il lasciapassare dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l’autorità competente che avrebbe dovuto pronunciarsi definitivamente sul mancato rispetto dei limiti di biossido di zolfo, ossidi di azoto e polveri. In Liguria c’è un esempio di quanto sia complessa la transizione dalle fonti energetiche tradizionali alle tecnologie più pulite. Le unità a carbone di Vado Ligure sono spente, perché l’impianto di Tirreno Power è stato posto sotto sequestro dalla procura di Savona, dopo essere finito al centro di un’inchiesta per disastro ambientale. Anche le vicende che ruotano intorno alle acciaierie Ilva a Taranto e Genova testimoniano che fermare i dinosauri del nostro tessuto industriale non è certo indolore (soprattutto perché aumenta la disoccupazione).

Per passare dallo sporco al verde, o quantomeno a un sistema produttivo più rispettoso dell’ambiente, il Governo dovrebbe chiudere la stagione dei regalini e delle proroghe. La transizione alle fonti rinnovabili è necessaria: a ripeterlo non sono solo le associazioni ecologiste, ma anche organizzazioni, come l’Agenzia internazionale dell’energia, ben più disposte ad ascoltare le ragioni dei principali inquinatori. Superare il vecchio senza arrendersi all’inoperosità, tuttavia, richiede dei piani industriali coraggiosi. La parola magica è “riqualificazione” dei siti da dismettere. Puntare su nuove attività, investire in macchinari più efficienti e dalle minori emissioni inquinanti; ricollocare i lavoratori con corsi di formazione. Ma posticipare i problemi, anziché tentare di risolverli (e magari beccarsi delle procedure d’infrazione da Bruxelles), resta la scorciatoia preferita di tutti i governi.

Luca Re

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