PERSONAGGI E CULTURA | sabato 16 giugno 2012, 06:00
Giraglia beato chi cavalca il vento di Bolina!
Gara per salvare la pelle fu fatta 500 anni fa tra una barcazza e un legno corsaro da Costa Belene alla Giraglia.
Costa Belene è il toponimo più discusso nel Ponente dopo quello di Sanremo. Nell’Itinerario Antonino è citata come COSTA BALENAE. Nella Tavola di Puentigher: COSTA BELLENA. La glottologa ponentina Petracco Sicardi propende per COSTA BALENAE > Costa Balena. Il glottologo Giovanni Alessio propende nel toponimo COSTE BELLENA > BELENUS > BELINUS è l’antico dio Apollo, il dio della fertilità.
Il sottoscritto preferisce quest’ultimo. La stazio precedente a quella del dio BELEN era Lucus Bormani (Diano Marina). Queste due mansio sono dedicate a due divinità liguri pre-romane: Bormanus è assimilabile ad Apollo ed è indubbia la sua qualità di dio delle sorgenti calde e terapeutiche. Il termine “Lucus” rende valida un’ipotesi di duplice sede e di duplice culto di templi e sacelli rispettivamente dedicati a Apollo e Diana. Costa Belene non è altro che il dio celtico Belen latinizzato in Belenus, il dio della fertilità. Rappresenta il sole, l’Apollo romano. Il toponimo Belenus rimanderebbe a Belisesama superlativo tratto dalla radice indoeuropea BHEL= splendente. Nonostante siano passati più di 23 secoli rimane ancora vivo nell’ambiente ligure, pur conservando, non soltanto in chiave blasfema, contenuti e valenze “falliche” dell’antico dio celtico, nascondendosi più o meno velatamente in ignari paesi europei ed ultimamente in un certo politico italiano che si definisce...“Belìn grosu,…
Costa Beléne, Fundus Porcianus, Capo Don, San Siro o Grangie. Tanti nomi per indicare un unico luogo: l’antica stazio romana dotata di un porto canale, segnata sulla Tavola Peutingheriana con il nome di Costa Belene. Donata dai Bizantini alla Chiesa genovese (S. Siro) da cui il nome di “DONUM > Don (abbreviazione di dono).Il dialetto si dice Giro del Dom inteso come dominus. I Bendettini davanti al nome mettono Dom, i preti Don e frati Fra. Diventati proprietari i Benedettini di Lerino, fu inglobato nel Principato Imperiale di Seborga. Quest’ultimo fu venduto ad Amedeo II Re di Sardegna il 20 febbraio 1729 in quel di Parigi. Il fatto è che la storia non la fanno solo i trattati, ma anche i codicilli. In questo, S.A.S. Giorgio I “Il Temerario” felicemente regnante, ha visto giusto. Nel Diritto Internazionale non esiste il diritto di usucapione, ma di “acquisto e conquisto”, cosicché Seborga, Vasia, San Michele di Ventimiglia, Grangie di Riva Ligure, di Varase non furono mai ascritte al catasto dei beni personali del Re di Sardegna, né al catasto dello Stato Sardo, né tanto meno a quello del Regno d’Italia, né furono nel 1947 confiscate ai Savoia perché non iscritte nei loro beni personali. In conclusione, tra breve nascerà la marineria dello Stato di Seborga, buona ultima dopo le storiche marinerie indipendenti di Genova, Noli, Savona, Ventimiglia e Monaco. La nave e il vento di Barile Una antica tradizione orale narra che i monaci benedettini di Capo Dom le Grangie, proprietari della collina delle Grangie erano soliti ogni anno, tagliare alcuni alberi di leccio per donarli ai poveri marinai per la costruzione di piccole barche. Dopo tanta fatica, sugli spalti i maestri d’ascia avevano quasi ultimato un bel leudo raffigurante la Madonna del Rosario, era consuetudine in tutto il ponente varare le navi dandogli il nome dei santi venerati negli oratori, chiese sparse nel territorio. La Madonna del Rosario era molto in voga , dopo la vittoria del mondo cristiano a Lepanto sul mondo mussulmano. Una mareggiata aveva portato via una parte una parte del fasciame che era stato posto vicino alla barca sullo scalo. I poveri maestri d’ascia senza soldi, chiesero ai monaci se avessero quel tipo di legno, loro risposero che avevano solo legno di pino, e che glielo avrebbero dato lo stesso. I mastri navali presero il legno e li ringraziarono, ma pensarono che sarebbe uscito un mezzo pateracchio. Infatti, se le fiancata della nave non sono costruite di legni uguali, la nave ha dei difetti evidenti, che anche un occhio non competente lo denota. La nave prese il mare e per piccoli traffici da Nizza a Genova. A Nizza caricava gesso (gipu) per le chiese di Taggia e Badalucco, pozzolana per i bei e opere idrauliche. Scaricava sansa a Genova, serviva per scaldare i forni del pane e caricava barre di ferro per la zona. Ma come sempre avviene, un bel giorno fu sorpresa vicino all’isola di Gallinara da una feluca barbaresca.. Le due navi erano adatte a tenere il mare, ma in quel preciso momento spirava un vento di “barile” e fu facile sottrarsi alla feluca, che in teoria avrebbe dovuto raggiungerla. Il fatto fu dovuto che per le due navi spirassero costantemente lo stesso vento e nella stessa direzione , la nave inseguita aveva. la stessa inclinazione, su un lato a causa del diverso peso del fasciame, ricevesse il vento di Barile ossia contro la fiancata inclinata con maggior forza propulsiva. Il bello era di sfruttarlo e ringraziare la Madonna del Rosario che il vento non cessasse. Furono esauditi e si salvarono, pensate voi, entrando nel porto Macinaio in Corsica, nei pressi di Capo Corso. Mentre i Barbareschi, dopo questo lungo inseguimento, delusi dovettero desistere. Secondo la spiegazione che ne danno gli uomini di mare, era successo che, nonostante che per le due navi spirasse lo stesso vento e nella stessa direzione, la nave inseguita, data la sua inclinazione su di un lato a causa del diverso peso, ricevesse il vento di Barile ossia contro la fiancata inclinata e perciò con maggior forza propulsiva. Il vento di Barile è un termine marinaresco ligure che dovrebbe derivare dal francese bouline, gli inglesi lo chiamano bowline, per diventare in italiano bolina. Barile è anche il nome della vela quadra, disposta al di sopra della vela maggiore dell’albero centrale, che, nel nostro caso di inclinazione laterale della nave dovrebbe particolarmente usufruire del vento di barile, cioè del vento preso di fianco o di pancia presso il timone. Questo è uno dei tanti racconti delle Podesterie del Principato di Seborga che desta allegria, ma nasce una domanda che tattica hanno adottato quelli della barca “Esimit Europa 2” di Igor Simcic (Slovenia) che nel pieno della notte hanno attracato alle 3, 16 minuti e 16 secondi – stabilendo il nuovo record della regata d’altura con un tempo di 14 ore, 56 minuti e 16 secondi. Soffiava un forte vento e beato chi lo ha cavalcato.









Lui Cerin