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Attualità | 14 ottobre 2026, 20:59

Caso Nessy Guerra, Tamer Hamouda condannato a un anno di carcere per l'aggressione al viceconsole italiano in Egitto

La sentenza di primo grado è arrivata da Hurghada: per l'ex marito della giovane sanremese anche una sanzione di 10mila sterline egiziane. Il procedimento riguarda l'episodio che aveva portato al suo arresto lo scorso 9 giugno, dopo la denuncia del viceconsole onorario Orazio Gioacchini

Caso Nessy Guerra, Tamer Hamouda condannato a un anno di carcere per l'aggressione al viceconsole italiano in Egitto

Una nuova svolta giudiziaria nel caso di Nessy Guerra. L'ex marito della giovane sanremese, Tamer Hamouda, è stato condannato in primo grado a un anno di reclusione per l'aggressione al viceconsole onorario italiano Orazio Gioacchini, nell'ambito di un procedimento celebrato in Egitto. Alla pena si aggiunge una sanzione di 10mila sterline egiziane, circa 170 euro.

La notizia è arrivata nelle ultime ore da Hurghada e rappresenta un passaggio significativo in una vicenda che da oltre tre anni vede Nessy impegnata nella battaglia per tornare in Italia insieme alla figlia Aisha. La sentenza, tuttavia, non è definitiva e sarà necessario comprendere quali conseguenze immediate produrrà sulla posizione dell'uomo.

L'aggressione al viceconsole e l'arresto di giugno. Il procedimento riguarda i fatti emersi lo scorso 9 giugno, quando Hamouda era stato arrestato dalle autorità egiziane in seguito alla denuncia presentata da Gioacchini.

Secondo la ricostruzione raccolta allora attraverso i legali di Nessy, l'uomo si sarebbe presentato presso il consolato onorario italiano di Hurghada insieme alla madre, chiedendo inizialmente del denaro al rappresentante consolare. La situazione sarebbe successivamente degenerata, fino a minacce che avrebbero fatto riferimento alla possibilità di far sparare alle gambe del viceconsole. L'episodio aveva portato all'intervento delle autorità egiziane e all'apertura del procedimento giudiziario, conclusosi ora in primo grado con la condanna a un anno di reclusione.

“Vogliono condannarmi perché sono cristiano?”. La sentenza arriva mentre Hamouda continua a pubblicare sui social video nei quali contesta apertamente la propria situazione giudiziaria e torna ad attaccare l'ex moglie.

In uno degli ultimi filmati diffusi, l'uomo attribuisce le iniziative giudiziarie nei suoi confronti alla propria appartenenza religiosa, rivolgendosi con toni polemici a interlocutori non identificati. “Vogliono condannare a me perché sono cristiano? Sareste da condannare voi per quello che fate. Spargere la corruzione sulla terra”, afferma.

Hamouda torna quindi ad accusare Nessy, sostenendo che le autorità la proteggerebbero nonostante la condanna per adulterio: “Quella fa l'adulterio, sì, è ricercata, ma la proteggiamo”. Poi richiama a ncora la questione della figlia Aisha, lamentando di non poterla incontrare: “È il padre, lascia che non vede la figlia [...] Tanto chi se ne frega?”. Il video si conclude con la ripetizione della stessa domanda: “Vogliono condannare a me perché sono cristiano?”.

Il nodo dell'appello e dell'esecuzione della pena. La questione principale riguarda adesso ciò che accadrà dopo la sentenza. Hamouda potrà impugnare la decisione e resta da verificare se verrà chiesta, ed eventualmente concessa, la sospensione dell'esecuzione della pena in attesa del secondo grado.

Non è quindi ancora possibile stabilire se l'uomo dovrà entrare immediatamente in carcere. Un'eventuale detenzione potrebbe rappresentare, almeno temporaneamente, un elemento di maggiore tranquillità per Nessy e la sua famiglia, alla luce delle preoccupazioni espresse negli ultimi mesi.

La condanna arriva infatti dopo una serie di video pubblicati da Hamouda sui social, nei quali l'uomo ha ripetutamente chiesto l'incarcerazione dell'ex moglie, arrivando recentemente a invocare la sua “lapidazione pubblica” qualora non fosse tornata da lui “pentita”.

Dichiarazioni che l'avvocata di Nessy, Agata Armanetti, aveva definito “minacce gravissime”, rivolgendo un appello alle autorità egiziane: “Qualcuno cominci a fermare Tamer Hamouda, poi sul resto ne discutiamo”.

Nessy resta chiusa in casa, mentre prosegue la battaglia per Aisha. La nuova sentenza non modifica, almeno per il momento, la situazione della giovane sanremese, che dallo scorso 1° luglio sostiene di non poter lasciare la propria abitazione.

Secondo quanto riferito dalla difesa, i tre mesi e mezzo trascorsi in casa non costituiscono esecuzione della condanna a sei mesi per adulterio e non verrebbero quindi detratti dalla pena. Contro quella sentenza resta pendente il ricorso davanti alla Corte di Cassazione egiziana.

Soltanto nei giorni scorsi Nessy aveva rivolto un nuovo appello al ministro degli Esteri Antonio Tajani, chiedendo chiarimenti sulle limitazioni alla propria libertà e denunciando di non aver potuto effettuare una visita medica. Il ministro aveva risposto confermando che la giovane viene seguita dall'Ambasciata e dal Consolato italiani “in tutti i modi possibili e immaginabili”.

Intanto prosegue anche il procedimento relativo all'affidamento di Aisha. L'ultima udienza, celebrata il 7 ottobre, è stata rinviata al 7 dicembre, ma secondo quanto riferito dalla difesa il giudice non avrebbe accolto la richiesta di Hamouda di incontrare la figlia, alla luce dei timori per la sicurezza della bambina.

Una condanna che apre una nuova fase. La sentenza pronunciata nei confronti di Hamouda rappresenta dunque un nuovo sviluppo, ma non ancora una conclusione. L'eventuale appello e le decisioni sull'esecuzione della pena saranno determinanti per comprenderne gli effetti concreti.

Nel frattempo, Nessy e Aisha restano in Egitto, con una serie di procedimenti ancora aperti e una quotidianità segnata da limitazioni e incertezze.

La condanna dell'ex marito potrebbe rappresentare un primo elemento di maggiore sicurezza, ma non risolve il problema principale: consentire a madre e figlia di tornare finalmente in Italia. Insieme.

Andrea Musacchio

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