"Sempre più spesso dobbiamo constatare che iniziative di tipo repressivo vengono messe in atto a livello comunale contro gli attori della prostituzione (prostitute e clienti) con lo scopo di limitare il degrado delle città, il disturbo dei cittadini e giustamente per contrastare gli aspetti criminali dello sfruttamento. Misure che sono scarsamente efficaci e sostenibili nel tempo. Le politiche repressive sulla prostituzione oltre a violare le libertà di chi la sceglie hanno dimostrato di essere spesso controproducenti. La condanna morale, la stigmatizzazione e la mancanza di riconoscimento dei lavoratori e lavoratrici del sesso ha portato ad una generalizzata criminalizzazione di chi ha scelto questa attività anche se non infrange nessuna legge. Questo impedisce di avere il controllo sul proprio lavoro e sulla propria vita, ci mette al margine della società.
Questo diventa un terreno fertile su cui crescono sfruttamento incontrollato, abuso e costrizione - orari di lavoro inaccettabili, condizioni di lavoro insalubri, ripartizione ingiusta dei guadagni e irragionevoli restrizioni della libertà di movimento – in particolare per alcuni gruppi di sex workers, come i/le migranti.
Solo nel momento in cui il lavoro viene formalmente riconosciuto, accettato dalla società e sostenuto dai sindacati, potrà crearsi una situazione di legittimazione sociale.
Pia Covre".
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