Prima di Stefano De Martino c'erano già Ernesto Murolo, Ernesto Tagliaferri e una Napoli che, per raccontare la propria musica, aveva scelto proprio Sanremo. Prima dell'Ariston, prima della televisione e persino prima che il Festival della canzone italiana vedesse la luce, il legame tra la città dei fiori e la tradizione partenopea aveva già trovato un palcoscenico. Non quello che oggi conosciamo, ma il Casinò municipale, dove nel 1932 andò in scena una rassegna dedicata alla canzone napoletana. Una storia poco frequentata nella narrazione contemporanea del Festival, eppure sufficiente a cambiare la prospettiva con cui guardare alla prossima edizione.
Perché Stefano De Martino, nato a Torre Annunziata, sarà il conduttore e direttore artistico del Festival di Sanremo 2027, in programma dal 16 al 20 febbraio. Una scelta che segna un passaggio generazionale nella storia della manifestazione, ma che permette anche di recuperare un rapporto culturale ben più antico. Quello tra Napoli e Sanremo non è infatti un incontro occasionale, né si esaurisce nella provenienza geografica del nuovo padrone di casa dell'Ariston. È una relazione che attraversa quasi un secolo di spettacolo italiano, tra canzone d'autore, tradizione popolare, teatro e televisione.
Quando Napoli portò il suo Festival a Sanremo. La vicenda comincia negli anni Trenta. Nel 1932, al Casinò municipale di Sanremo, Ernesto Murolo ed Ernesto Tagliaferri furono protagonisti dell'organizzazione di un Festival napoletano che riunì interpreti, musicisti e composizioni della tradizione partenopea. Tra i brani figuravano classici come 'O sole mio, Marechiaro, Funiculì funiculà e Torna a Surriento, accanto a composizioni degli stessi Murolo e Tagliaferri.
La manifestazione non aveva la struttura competitiva del Festival che sarebbe nato nel 1951. Non si trattava di scegliere una canzone vincitrice tra brani inediti, ma di valorizzare e rilanciare un repertorio già conosciuto, attraverso esibizioni che intrecciavano canto, orchestra, danza e spettacolo. Una formula diversa, dunque, ma con un elemento comune alla futura manifestazione sanremese: la capacità di trasformare la musica in un appuntamento pubblico, riconoscibile e capace di richiamare attenzione oltre i confini locali.
Il dettaglio più significativo è forse proprio questo. Quando Sanremo non era ancora la capitale della canzone italiana, aveva già ospitato un'espressione organizzata della grande tradizione musicale napoletana. Il rapporto tra le due città precede quindi la nascita della manifestazione televisiva e affonda le radici in una stagione nella quale la canzone rappresentava già un fenomeno culturale, sociale e commerciale.
Sarebbe storicamente improprio sostenere che il Festival di Sanremo sia nato direttamente da quella rassegna. Le due esperienze avevano caratteristiche differenti e tra loro trascorsero quasi vent'anni. Ma quel precedente documenta qualcosa di altrettanto interessante: Sanremo aveva già sperimentato il ruolo di palcoscenico per una tradizione musicale di rilevanza nazionale, prima di costruire una propria identità festivaliera.
Due Festival, due città e una stessa ambizione nazionale. Nel 1951 nasce il Festival della canzone italiana. L'anno successivo, nel 1952, prende forma anche il Festival della Canzone Napoletana, promosso dalla Rai. Due manifestazioni distinte, ciascuna con la propria identità, che per diversi anni convivono nel panorama musicale italiano. Sanremo si afferma progressivamente come luogo di rappresentazione della canzone italiana nel suo complesso. Napoli rivendica invece la forza di una tradizione linguistica e musicale capace di parlare ben oltre i confini regionali. Non due mondi separati, ma due espressioni dello stesso fenomeno: la trasformazione della musica popolare in un grande spettacolo nazionale. La storia del Festival di Napoli, proseguita nella sua stagione classica fino al 1970, racconta del resto quanto fosse importante, nell'Italia del dopoguerra, la presenza di una cultura musicale napoletana dotata di una propria riconoscibilità. Una tradizione che non aveva bisogno di rinunciare al dialetto per conquistare un pubblico nazionale. Nel frattempo, anche Sanremo diventava una casa per numerosi interpreti partenopei. Da Sergio Bruni a Fausto Cigliano, da Peppino Gagliardi a Peppino di Capri, fino a Massimo Ranieri, il palcoscenico ligure ha ospitato artisti che hanno contribuito, con linguaggi differenti, a costruire un dialogo tra la canzone napoletana e quella italiana. Non sempre quel rapporto è stato lineare. La tradizione ha dovuto confrontarsi con nuovi generi, nuove sonorità e nuovi pubblici. Ma proprio questa capacità di trasformarsi senza scomparire costituisce uno degli aspetti più riconoscibili della cultura musicale napoletana.
Carlo Giuffrè, il precedente alla conduzione. C'è poi un passaggio che riguarda direttamente la storia dei presentatori. Nel 1971, a condurre il Festival di Sanremo fu Carlo Giuffrè, attore nato a Napoli e interprete di una tradizione teatrale profondamente legata alla città partenopea. Al suo fianco, Elsa Martinelli. La manifestazione si svolgeva ancora al Casinò, nel Salone delle Feste. L'Ariston non era diventato il luogo simbolo del Festival e la televisione italiana attraversava una stagione profondamente diversa da quella contemporanea. Giuffrè portava con sé il patrimonio del teatro, la familiarità con la recitazione e un'idea di spettacolo nella quale la presenza scenica aveva un ruolo centrale. La sua conduzione rappresenta un precedente documentato dell'incontro tra la cultura teatrale napoletana e la guida del Festival. Il confronto con De Martino non può essere automatico. Sono differenti le epoche, le carriere e soprattutto il ruolo: nel 2027 il nuovo conduttore avrà anche la responsabilità della direzione artistica. Eppure, a distanza di oltre mezzo secolo, è interessante osservare come il rapporto tra Napoli e Sanremo torni a manifestarsi non soltanto attraverso chi canta, ma anche attraverso chi è chiamato a governare il racconto televisivo della manifestazione.
De Martino, una nuova generazione di spettacolo popolare. Stefano De Martino arriva a Sanremo seguendo un percorso diverso da quello dei grandi interpreti della canzone napoletana. Non nasce artisticamente come cantante né costruisce la propria notorietà nel teatro tradizionale. La sua formazione passa dalla danza, dall'intrattenimento televisivo e dalla conduzione, fino alla consacrazione nel panorama della televisione generalista. Ed è proprio questa distanza dai modelli del passato a rendere interessante il parallelismo. Se la Napoli di Murolo e Tagliaferri arrivava a Sanremo portando un repertorio musicale, e quella di Giuffrè vi portava una tradizione teatrale, De Martino rappresenta una generazione che ha trasferito il linguaggio dello spettacolo popolare dentro i ritmi della televisione contemporanea. La questione, naturalmente, non è stabilire quanto della sua conduzione sarà riconducibile alla cultura napoletana. Sarebbe una lettura forzata, oltre che riduttiva. Il punto è piuttosto comprendere come una tradizione dello spettacolo fondata sul rapporto con il pubblico continui a trovare forme nuove, anche quando cambiano i mezzi, i protagonisti e i linguaggi. Lo stesso De Martino, intervenendo il 10 ottobre al Rumore Festival, ha indicato in Pippo Baudo un riferimento per il proprio Sanremo. Un modello di conduzione capace di essere popolare senza inseguire necessariamente ogni tendenza, nel quale la personalità del presentatore contribuisce a costruire l'identità della manifestazione. Una dichiarazione che assume un significato particolare in un momento in cui il Festival è chiamato a misurarsi con pubblici differenti, linguaggi digitali e una centralità mediatica che va ben oltre la sola gara musicale.
Il ritorno a Sanremo, senza nostalgia. Quasi un secolo separa la rassegna napoletana del 1932 dal Festival che De Martino guiderà nel febbraio 2027. Nel mezzo sono cambiati il Paese, la musica, la televisione e persino il significato stesso della parola spettacolo. Eppure, il collegamento conserva una sua forza. Perché racconta una relazione culturale che non nasce con una nomina televisiva e non si esaurisce con essa. Napoli ha attraversato la storia di Sanremo prima come repertorio, poi attraverso i suoi interpreti, i suoi attori e, oggi, attraverso una nuova figura dell'intrattenimento. Il Festival del 2027 non sarà un ritorno alle origini napoletane della manifestazione, né esistono ragioni per attribuirgli anticipatamente una particolare impronta culturale. Sarà il Festival di Stefano De Martino, con scelte artistiche ancora da conoscere e con un'identità che potrà essere valutata soltanto quando prenderà forma.
Ma c'è una coincidenza storica che merita di essere raccontata. Nel 1932 Napoli portava le proprie canzoni a Sanremo, quando il Festival della canzone italiana non esisteva ancora. Nel 2027 sarà un uomo nato nell'area napoletana a guidare la manifestazione che, nel frattempo, è diventata uno dei principali riti collettivi del Paese. Non è la stessa storia che si ripete. È una storia che continua, cambiando protagonisti e linguaggio, lungo quel filo sottile che da quasi un secolo unisce due città apparentemente lontane, ma profondamente legate dal modo in cui hanno contribuito a raccontare l'Italia attraverso lo spettacolo.














