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Attualità | 14 ottobre 2026, 07:25

Sanremaschi e non sanremesi, Sanremo e non San Remo: Leone Pippione riapre il dibattito ai Premi San Romolo

Il presidente della Famija Sanremasca, durante la cerimonia, torna su due questioni che attraversano la storia cittadina: il nome della località, da scrivere tutto attaccato, e il modo corretto di chiamarne gli abitanti

Sanremaschi e non sanremesi, Sanremo e non San Remo: Leone Pippione riapre il dibattito ai Premi San Romolo

"Sanremo si scrive così, tutto attaccato". Una precisazione che può sembrare scontata, ma che a distanza di anni continua a suscitare discussioni e a dividere chi si interroga sulle origini del nome della Città dei Fiori. A riportare l'attenzione sulla questione è stato ieri pomeriggio Leone Pippione, presidente della Famija Sanremasca, che ha aperto la cerimonia dei Premi San Romolo, tradizionale appuntamento del 13 ottobre inserito nelle celebrazioni per la festa patronale matuziana. Nel suo intervento, Pippione ha ripreso due dei dilemmi più ricorrenti legati all'identità locale: la grafia corretta del nome della città e la denominazione da attribuire ai suoi abitanti. Questioni linguistiche, certo, ma anche espressione di un legame con la storia e le tradizioni del territorio.

Il primo punto riguarda proprio il nome della città. Sanremo, secondo la denominazione ufficiale, si scrive in un'unica parola, senza separare "San" da "Remo". Una precisazione che non è soltanto una questione di stile o di abitudine, ma ha anche un preciso riferimento amministrativo. L'articolo 1 dello Statuto comunale, pubblicato nel 1992, sancisce infatti la forma unita del toponimo, mettendo un punto fermo sul dibattito che per decenni aveva accompagnato la città. La forma separata, tuttavia, continua a comparire occasionalmente, soprattutto in testi e riferimenti non aggiornati, alimentando una discussione che a Sanremo sembra non passare mai del tutto di moda. Un argomento sul quale Pippione è tornato anche in occasione della cerimonia di ieri, ribadendo una convinzione che appartiene alla storia amministrativa e culturale cittadina e di cui avevamo parlato nell'articolo di Gianni Micaletto (QUI) alcune settimane fa.

Il cartello 'San Remo' in via Val D'Olivi

A rendere ancora più interessante la questione è l'origine stessa del nome. Il patrono della città è San Romolo, non San Remo, e proprio dalla figura del santo vescovo, legato alla tradizione religiosa locale, deriverebbe l'attuale denominazione. L'antico insediamento era conosciuto come Villa Matutia o Civitas Matutiana, mentre nel Medioevo si affermò il riferimento a San Romolo. Secondo l'interpretazione più diffusa, la trasformazione sarebbe avvenuta attraverso la pronuncia dialettale ligure, che avrebbe modificato progressivamente il nome del santo fino a condurre alla forma "Sanremo". Nel corso dei secoli le grafie unite e separate hanno convissuto, dando origine a una disputa che ha attraversato documenti, cartografie e atti ufficiali. La scelta definitiva della forma unita, consolidata nello Statuto del 1992, ha così riconosciuto una denominazione profondamente radicata nell'uso locale.

Ma il presidente della Famija Sanremasca non si è fermato alla grafia del nome. Nel suo intervento ha infatti affrontato anche il secondo interrogativo: come si chiamano gli abitanti di Sanremo? Accanto al termine "matuziani", molto utilizzato soprattutto nel linguaggio giornalistico e nelle occasioni ufficiali, Pippione ha rilanciato la definizione di "sanremaschi". Un termine che, nella sua lettura, richiama le radici familiari e l'appartenenza storica alla comunità cittadina. Il riferimento è anche ad altri esempi della tradizione linguistica ligure: gli abitanti di Taggia sono comunemente chiamati taggiaschi, mentre per il Principato di Monaco si utilizza il termine monegaschi. Una somiglianza che, secondo Pippione, aiuta a comprendere il senso della denominazione proposta e il valore identitario che può assumere una parola.

Il termine "matuziani", d'altra parte, conserva un significato storico e culturale importante. Richiama infatti l'antica Matuzia, denominazione con cui il territorio era conosciuto prima che si consolidasse il nome legato alla figura di San Romolo. È una definizione che continua a essere utilizzata per evocare le origini della città e che trova spazio nella comunicazione pubblica, nelle manifestazioni culturali e nella narrazione delle tradizioni locali. "Sanremaschi" e "matuziani" non devono necessariamente essere considerati termini in contrapposizione: il primo, nella ricostruzione proposta da Pippione, sottolinea l'appartenenza alla comunità, mentre il secondo richiama una memoria storica più antica. La questione resta quindi aperta soprattutto sul piano dell'uso e della sensibilità linguistica, con una distinzione tra la denominazione tradizionale sostenuta dal presidente e quella più diffusa nel linguaggio comune.

Non è la prima volta che il tema torna al centro del dibattito cittadino. Nelle scorse settimane, un articolo firmato da Gianni Micaletto aveva già fatto chiarezza sul "caso" della grafia di Sanremo, ricostruendo le ragioni storiche e linguistiche alla base della forma unita. Pippione è tornato sull'argomento durante la cerimonia dei Premi San Romolo, riportando l'attenzione su un tema che, al di là delle questioni formali, riguarda il modo in cui una città racconta se stessa e riconosce le proprie radici. L'occasione è stata quella della tradizionale consegna dei riconoscimenti, organizzata nell'ambito delle celebrazioni dedicate al patrono. Una giornata che unisce memoria, cultura e senso di appartenenza, nella quale anche una semplice parola può diventare spunto per riflettere sulla storia della comunità.

La discussione, in fondo, va oltre una questione grammaticale. Il nome di una città e quello dei suoi abitanti sono parte della sua identità, soprattutto in un luogo come Sanremo, dove le tradizioni locali convivono con una notorietà internazionale legata al Festival della Canzone Italiana e alla vocazione turistica. Se sulla grafia ufficiale non ci sono più dubbi, con Sanremo da scrivere rigorosamente tutto attaccato, resta invece il confronto sull'uso dei termini che identificano chi vive in città e chi vi affonda le proprie radici familiari. La posizione di Leone Pippione è chiara: "sanremaschi", oltre a "matuziani". E proprio questa doppia definizione, rilanciata nel giorno dei Premi San Romolo, riporta al centro il valore della memoria locale e delle parole con cui una comunità sceglie di riconoscersi.

Carlo Alessi

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