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Cronaca | 13 giugno 2026, 07:14

Caso Nessy Guerra, l’appello dopo l’arresto di Tamer: “Se dobbiamo aspettare un anno, almeno lasciatelo in carcere”

La giovane sanremese torna a chiedere un intervento delle istituzioni dopo il fermo dell’ex marito in Egitto

Caso Nessy Guerra, l’appello dopo l’arresto di Tamer: “Se dobbiamo aspettare un anno, almeno lasciatelo in carcere”

L’arresto di Tamer Hamouda ha rappresentato uno dei momenti più significativi degli ultimi mesi nel caso di Nessy Guerra, ma per la giovane sanremese il fermo dell’ex marito non basta ancora a garantire serenità e sicurezza. A distanza di poche ore dagli ultimi sviluppi giudiziari in Egitto, Nessy torna a parlare ai microfoni di Sanremonews e lancia un nuovo appello alle istituzioni italiane. Il tema è sempre lo stesso: trovare una soluzione che consenta a lei e alla figlia Aisha di affrontare i procedimenti ancora aperti senza il timore di nuove pressioni, minacce o iniziative giudiziarie da parte dell’ex marito.

“Per il momento non ci sono novità”, premette la giovane. “Sto aspettando di sentire gli avvocati, ma penso che se ci fossero stati sviluppi importanti me li avrebbero già comunicati”. Nelle sue parole emerge però una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni italiane e sulla linea seguita finora nella gestione della vicenda. “Comprendo che venga detto che non si può sovrastare la sovranità dell’Egitto e delle sue leggi, perché si tratta di uno Stato sovrano. Però sono tre anni che chiediamo aiuto. La condanna per adulterio è arrivata soltanto negli ultimi mesi. Prima non esisteva, anzi il procedimento era stato archiviato. Se fossimo riuscite a rientrare prima, oggi probabilmente non saremmo qui a parlarne”.

Secondo Nessy Guerra, proprio questo aspetto meriterebbe una riflessione: “Adesso viene richiamata la sentenza come motivo per cui non si può intervenire, ma quella sentenza non c’era fino a poco tempo fa. Noi chiedevamo aiuto anche prima”. La giovane sanremese sostiene di comprendere le difficoltà diplomatiche che caratterizzano il caso, ma chiede che venga almeno garantita una condizione di sicurezza durante il lungo percorso giudiziario ancora da affrontare. “Se davvero dobbiamo completare tutto l’iter giudiziario in Egitto, allora almeno permetteteci di farlo in sicurezza. Io non ho nessun problema ad affrontare la Cassazione, la causa per l’affidamento e tutti gli altri procedimenti ancora aperti. Però parliamo di tempi lunghi, probabilmente di un anno o anche più”.

Da qui la richiesta che Nessy rivolge alle istituzioni: “Se dobbiamo aspettare tutto questo tempo, allora fate in modo che lui resti in carcere. Perché se torna libero ricomincerà tutto da capo”. La giovane ricorda come nei confronti di Hamouda siano state avanzate negli anni diverse iniziative giudiziarie da parte delle autorità italiane. “Ci sono state richieste di estradizione e richieste di misure cautelari. Se oggi dobbiamo attendere ancora mesi prima di arrivare a una soluzione definitiva, almeno consentiteci di attraversare questo periodo senza vivere nella paura”. Secondo Nessy Guerra, il rischio è che un eventuale ritorno in libertà dell’ex marito possa avere conseguenze non soltanto per lei e per la figlia: “Se dovesse uscire, temo che tornerebbe immediatamente a tormentare chiunque abbia avuto un ruolo in questa vicenda. Penso al viceconsole onorario, che già si è trovato al centro di questa storia, e penso anche a noi”. Nelle parole della giovane emerge inoltre la preoccupazione che il contenzioso giudiziario possa continuare ad allungarsi: “Il timore è che si ricominci con nuove accuse, nuovi documenti, nuovi testimoni e nuovi procedimenti. E allora tre anni diventano cinque, sei o dieci anni. È questo che ci spaventa”.

Il quadro resta quindi complesso. Da una parte il fermo di Hamouda e gli accertamenti ancora in corso presso le autorità egiziane. Dall’altra il ricorso in Cassazione contro la condanna per adulterio e la battaglia per l’affidamento della piccola Aisha, con una nuova udienza già fissata per il prossimo 6 agosto. Per Nessy Guerra, però, il punto centrale resta uno soltanto: il tempo. Dopo oltre tre anni trascorsi lontano dall’Italia e vissuti in una situazione che lei stessa definisce “logorante”, la giovane sanremese chiede che ogni decisione futura tenga conto non soltanto degli aspetti giuridici e diplomatici della vicenda, ma anche della necessità di garantire sicurezza e stabilità a lei e alla figlia mentre il lungo iter giudiziario continua il proprio corso.

Redazione

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