Non è solo un’operazione di controllo, ma il segnale di un fenomeno più ampio che sta emergendo nel Ponente ligure. Le quattro barberie abusive chiuse nei giorni scorsi a Ventimiglia dalla Polizia Locale, con sei persone denunciate e indagini per esercizio abusivo della professione e falso ideologico, rappresentano solo la punta di un sistema che, secondo gli operatori del settore, potrebbe essere molto più diffuso. Le verifiche condotte dal Nucleo Commercio hanno infatti portato alla scoperta di attività avviate con attestazioni professionali prive di validità giuridica, rilasciate da enti non accreditati e non riconosciuti nei cataloghi regionali. In sostanza, titoli che non consentono di esercitare legalmente la professione di acconciatore.
Un quadro che, nelle ultime ore, si arricchisce di ulteriori elementi. A parlarne è Paolo Gori, titolare della Gori Hair School, realtà formativa del settore, che da settimane sta raccogliendo segnalazioni e richieste di chiarimento. “Le attività sono a Ventimiglia, ma anche in comuni limitrofi – spiega – dove sarebbero state chiuse più di un’attività proprio per questo motivo, perché non erano in regola con le abilitazioni professionali”. Un’affermazione che viene accompagnata dalla cautela del caso, ma che apre a uno scenario più ampio. “Il fatto che molti di questi titolari si stiano presentando da noi per capire come mettersi in regola lascia pensare che il fenomeno sia reale e diffuso”.
Il punto centrale della vicenda riguarda proprio il sistema delle abilitazioni. In Italia, per aprire un’attività di parrucchiere o barbiere è necessario seguire un percorso preciso e certificato. “Devi prima ottenere la qualifica, che arriva dopo anni di apprendistato o lavoro nel settore, e poi puoi accedere a un corso di abilitazione – spiega Gori – ma solo se hai determinati requisiti, tra cui la licenza di terza media. Senza quello, non puoi nemmeno iniziare”. Un iter rigido, fatto di formazione, esami e controlli. “Noi, come scuola accreditata, dobbiamo presentare tutta la documentazione alla Regione: diploma, frequenza ai corsi, permesso di soggiorno, codici fiscali. Solo dopo si può accedere all’esame, che è sia teorico che pratico e viene svolto davanti a una commissione ufficiale”. È proprio qui che, secondo Gori, si sarebbe creata la frattura. “Molte di queste persone si sarebbero rivolte a enti non riconosciuti, pagando cifre importanti per ottenere un pezzo di carta che oggi si è rivelato privo di valore. Abilitazioni comprate, ma senza aver fatto il percorso necessario”.
Una situazione che, a suo dire, potrebbe essere frutto più di raggiri che di volontà fraudolenta. “Io vedo la buona fede. Probabilmente si sono affidati alle persone sbagliate, pensando di essere in regola. Oggi si ritrovano con attività chiuse e senza strumenti per lavorare”. Lo dimostrano anche i numeri. “Più di dieci titolari sono già venuti da noi per chiedere come possono sistemare la loro posizione. Vogliono mettersi in regola, ma adesso devono ripartire da zero”. Il fenomeno, però, non riguarda solo chi ha aperto senza requisiti. Ha anche un impatto diretto su chi, invece, ha seguito il percorso corretto. “Ho tanti ex allievi che hanno studiato anni, fatto sacrifici, speso soldi e tempo. E poi vedono persone che aprono con scorciatoie. Non è giusto”, sottolinea Gori. Da qui la richiesta, implicita ma chiara, di maggiore attenzione e controlli. “Io non sto accusando queste persone, ma segnalo una situazione che va affrontata anche per tutelare chi lavora nel rispetto delle regole”.
Le operazioni di Ventimiglia sembrano andare proprio in questa direzione. “È un primo passo importante”, ha commentato anche Confesercenti tramite Sergio Scibilia, parlando di “segnali di cambiamento” e di una necessità diffusa di riportare ordine e qualità nel sistema commerciale. Resta ora da capire se i controlli si estenderanno anche agli altri Comuni del comprensorio. Intanto, il settore si interroga. E mentre alcune serrande si abbassano, altre – quelle della formazione – si riempiono di nuove richieste.

















