Quando i genitori tornano a casa stremati, emotivamente assenti, il legame educativo si assottiglia. In quello spazio vuoto, sempre più spesso, entrano i chatbot. Non per gioco o curiosità, ma per cercare calore umano. È quanto emerge da un recente studio del professor Vincenzo Cascino, docente di Pedagogia Speciale e della devianza all’Università di Genova. La ricerca, pubblicata sull’Italian Journal of Special Education for Education (n. 4/2025), rivista ufficiale della SIPeS, introduce una nuova categoria antropologica: il “virtualescente”, l’adolescente che vive negli spazi digitali per compensare una deprivazione affettiva reale.
Al centro dell’analisi c’è il burnout genitoriale, una sindrome cronica che va oltre la stanchezza: comporta distacco emotivo e perdita di piacere nel ruolo educativo. Quando la “figura” genitoriale si spegne, lo sfondo digitale prende il sopravvento. Lo studio ha coinvolto 600 coppie genitore-figlio e i numeri parlano chiaro:
- Genitori sereni: 9,5 ore settimanali di interazione con l’IA
- Genitori a rischio: 13 ore
- Genitori in burnout: 16,5 ore
Ma il vero allarme non è il tempo. È il modo. I ragazzi antropomorfizzano l’IA, attribuendole intenzioni ed emozioni. La macchina diventa confidente, sostegno, presenza costante. L’analisi statistica è netta: l’antropomorfizzazione dell’IA è il principale predittore della deprivazione relazionale percepita. Come scrive Cascino, “l’interazione digitale può offrire una compensazione in assenza di supporto umano, ma rischia di cronicizzare la solitudine, sostituendo la relazione autentica”. La conclusione non demonizza la tecnologia. Anzi, lancia un appello urgente: supportare i genitori per prevenire il burnout e alfabetizzare emotivamente i virtualescenti, aiutandoli a distinguere una connessione simulata da una relazione vera, fatta di reciprocità.
Il rigore scientifico è garantito dall’uso di strumenti standardizzati come il Parental Burnout Assessment (PBA) e l’Inventory of Parent and Peer Attachment (IPPA). Il messaggio finale è chiaro: il problema non è l’IA, ma la solitudine. E la risposta, oggi più che mai, resta profondamente umana.














