Il nostro lettore Pierluigi Casalino rievoca gli anni delle prime edizioni del Festival di Sanremo a poche settimane dalla 73ª edizione della kermesse.
Già si comincia a parlare di Sanremo 2023 e Amadeus ha già fatto le prime succulente anticipazioni sui nomi dei big in gara e sulle sei proposte scelte da Sanremo giovani. Qualcuno dice che tira aria di restaurazione, ma come ogni anno tra sorprese e imprevisti Sanremo riesce a dare il meglio di sé. Per il momento, però, rivolgiamo lo sguardo al passato, ad un passato glorioso dell'evento sanremese che non conviene mai dimenticare. Gli anni '60 per il Festival di Sanremo si aprirono con una grande svolta, la più grande mai vissuta dalla manifestazione canora ligure fino ad allora: al salone delle feste del Casinò (dove ancora si svolgeva la kermesse matuziana) approdarono i primi veri, grandi cantautori italiani che tuttora cantiamo con passione e gioia e, perché no, con nostalgia: Giorgio Gaber e Gino Paoli (che rivedremo nuovamente sul palco dell'Ariston nel 2023), ma anche in misura diversa Pino Donaggio, Edoardo Vianello e Tony Renis ed altri ancora che restano nella leggenda; essi inaugurarono quel filone cantautorale, intimo e personale che muto' la cifra stilistica della manifestazione, trasportandola da una dimensione spiccatamente leggera, nazionalpopolare e classica ad una decisamente più ricercata, sopraffina, elegante, personale e moderna che, tutt'ora, appartiene ad una certa parte delle quote di ogni cast sanremese. A vincere a Sanremo, comunque, è sempre la tradizione rispetto alla novità: circostanza quest'ultima che la Rai continua sotto sotto a non privilegiare, quasi per una sfiducia non confessata verso le rivoluzioni. Ma, come abbiamo già detto, il Festival di per sé apre in ogni caso (per la forza naturale delle cose)al cambiamento,certo senza strappi, ma con straordinaria capacità di lettura del nuovo. In altri termini Sanremo ci ha abituato a proiettarci più avanti della quotidianità e soprattutto del tempo presente e delle convenzioni, se pure non ce lo faccia vedere subito. E così fu anche nel 1961, al via per la prima volta con due presentatrici: se la vittoria in quell'edizione andò alla abbastanza tradizionale coppia Curtis-Tajoli, il successo discografico maggiore spetterà alla seconda classificata, cioè al motivo "Con ventiquattromila baci" di Adriano Celentano che affermerà definitivamente il rock da noi. Affermazione che si coniugava con l'atmosfera della dolce vita che già si respirava, mentre il Bel Paese stava per essere premiato (1964-1965) per per la seconda volta, dopo il 1959, con l'Oscar della lira e il mondo assisteva all'intensificarsi della gara spaziale tra America e Russia, che vedeva in un primo momento la seconda in vantaggio dopo il lancio degli Sputnik e dei Lunik e specialmente grazie al volo orbitale di Yuri Gagarin (12 aprile 1961), in attesa del grande balzo vincente americano sulla Luna otto anni dopo. Il 1961 sarà anche l'anno della costruzione del muro di Berlino, apice della Guerra Fredda, e delle intemperanze verbali di Nikita Kruscev al Palazzo di Vetro dell'ONU e i ripetuti test atomici sovietici a ridosso dei Paesi Scandinavi. E sarà anche l'anno di tanti altri e diversi eventi e personaggi come il presidente Kennedy e Papa Giovanni. Il ventre dell'Italia era bianco e nero come le immagini della TV e pur scoppiava di energia: si celebravano i cento anni dell'Unità d'Italia e si inaugurava Torino Mirafiori. Ogni uomo e ogni donna di quel tempo diveniva un totem in pieno boom economico con lo sfrecciare delle lambrette e il proliferare delle fabbriche e Sanremo era il ritratto di un'Italia piena di coraggio e di domani. Il 1961 si annunciava di per sé speciale per la sua lettura capovolta che non ne cambiava la cifra. Sanremo era dunque una piccola e grande commedia umana, un teatro del mondo italiano in ripresa, l'immagine di una società ottimista. Nulla in tasca, forse, ma quel nulla era molto, anzi in grado di avere più del molto, e si poteva sperare nel futuro, perché tutto ciò bastava a vivere e a sognare. Sanremo in quel clima euforico e festoso aiutava a restare giovani e innocenti, tra il passato remoto e la primavera. È anche per questa sua carica profetica e rigeneratrice che ancora conserva, suo malgrado, che Sanremo è Sanremo.














